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Carbonia. “Radio Clandestina”, a Monte Sirai Ascanio Celestini e la memoria imprescindibile

Attualità Regionale
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La menzogna corre sul web e ferisce la cronaca minore e maggiore, la storia vicina e lontana, la coscienza individuale e collettiva. I fatti – esistono, esistono ancora – per resistere all’erosione delle falsità costruite nei laboratori dell’impostura, devono essere continuamente ribaditi, rinsaldati. In tutti coloro che non vogliono piegarsi alla forza della disinformazione spacciata per controinformazione si avverte impellente l’urgenza di tenerne salde le redini: perciò nessuno potrebbe chiedersi per esempio perché, dopo più di vent’anni dal suo esordio, “Radio Clandestina” possieda intatta la propria necessità. Si è colto appieno domenica sera, quando Ascanio Celestini l’ha ancora una volta – chissà quante volte è accaduto – raccontata al pubblico che ha riempito, per quanto consentito dal frangente, l’anfiteatro di Monte Sirai, cogliendo ancora un successo.
Certo, il perno del racconto, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, malgrado tutto è ancora un evento il cui ricordo è tutt’altro che svanito. L’assoluta crudeltà della carneficina non consente l’indifferenza e, tuttavia, nella narrazione come al solito torrenziale, quell’urgenza assume la forza di un campo magnetico che avvolge gli ascoltatori e li attrae verso nucleo del racconto, attraverso un processo per spiegare il quale sembrerebbe più efficace attingere alla fisica. In realtà quella forza sta nella mirabile arte maturata dal nostro in tutti questi anni, che è quella dei cantori che sanno volgere in epica le piccole storie dell’uomo comune che non sa di vivere nella storia che altri, dopo di lui, racconteranno prescindendo spesso da lui. Tutto il contrario di ciò di cui Ascanio Celestini ha da sempre fatto il proprio marchio di fabbrica: la storia come somma di mille storie, come trama di vite e accidenti.
Ecco, seguendo ciò che è più istinto che metodo, l’autore/attore per raccontare le Fosse Ardeatine e quel maledetto 24 marzo 1944 parte da così lontano – Roma che diventa capitale dopo Porta Pia e conosce una veloce e contraddittoria corsa all’edilizia, dovuta certo alla necessità di dotare di appartamenti gli uomini della nuova burocrazia piovuti dal Nord e dal Centro del paese e i lavoratori dell’edilizia accorsi nella miriade di cantieri, più ovviamente le rispettive famiglie. Attorno alla città è tutto uno scavare per trarne pietra da costruzione, l’impatto sul territorio non è poca cosa. Roma scopre le borgate e una forma di emarginazione mai conosciuta prima, di separazione classista che nella Roma preunitaria non si sapeva che cosa fosse, i quartieri erano abitati da ricchi e da poveri, case differenti ovviamente ma stesso rione. Un processo che andrà aggravandosi nel Ventennio – Carbonia ne sarà un esempio lampante – nonostante il tentativo di concepire una “città nuova” per l’ “uomo nuovo” forgiato da regime. Poi però sarà la guerra con il suo apparato di bugie e disillusioni, cui si cerca di ovviare ascoltando segretamente e in violazione delle disposizioni una “radio clandestina”, quella Radio Londra attraverso cui venivano inviati strani messaggi in codice.
Questo mondo che cambia e l’effetto che ne scaturisce vengono proiettati sull’ascoltatore attraverso innumerevoli vicende personali e di vita dei rioni, con il suo popolo e le sue botteghe che il narratore non ha vissuto direttamente ma di cui ha ascoltato o letto il racconto da chi allora c’era, quasi come un aedo alle prese con il mito: la differenza che qui le divinità e semidei sono invece persone autentiche. Una realtà che, grazie alla somma arte di Celestini, si vede, si ascolta, si tocca tutto: la scelta di una scenografia dir poco scarna – una sedia e, su una cornice simile allo stipite di una porta, una piccola luce che a mala pena lascia intravvedere le fattezze del “parlatore” – non toglie nulla all’efficacia della cronaca/storia.
Quando poi si giunge al cuore dal racconto, l’urgenza di alimentare viva e guizzante la fiamma del ricordo appare in tutta la sua evidenza, la memoria si fa imprescindibile. Perché non si possono tralasciare nemmeno i particolari più dolorosi dell’eccidio e di ciò che ne seguì. Perché fin da principio i complici e gli autori della strage cominciano a mettere in modo la macchina del falso: accusando i partigiani autori dell’attentato di Via Rasella, da cui scaturì la durissima rappresaglia, di aver lasciato che questa si compisse, quando sarebbe bastato consegnarsi ai nazifascisti. Falso, perché le vittime furono rastrellate e trucidate a poche ore dall’attacco partigiano ma questa versione è arrivata fino a noi e anzi oggi, insieme a panzane tipo “Mussolini a anche fatto qualcosa di buono”, rimonta e pretende di confrontarsi con la verità: insomma, finché solo un uomo potrà credervi e dirà di credervi, è bene che la memoria continui a funzionare, anche perché ad uno ad uno i superstiti e i testimoni della “Roma città aperta” lasciano questo mondo e chi, come Ascanio Celestini, ne ha potuto ascoltare direttamente le parole, sente davvero l’urgenza di condividere il prezioso sapere.
È emersa ancora una volta la predilezione del nostro per una forma di racconto che si vorrebbe definire “circolare”, nel quale preamboli e conclusioni finiscono per trovarsi racchiusi in un medesimo punto: non è il punto di caduta della “parabola”, la sua “morale” quanto piuttosto il cerchio in cui si racchiude e si riapre la “fabula”, punto di ritorno e di ripartenza dell’umanità come somma di persone. Lo spunto del racconto è dato dalla “bassetta” (in romanesco è la donnina minuta e di poca statura: è a lei che la storia si immagina sia raccontata) che, analfabeta, chiede al narratore di leggerle gli annunci delle case in affitto: proprio come faceva il nonno di Celestini che, proprietario di un cinema, leggeva le notizie a chi non era andato a scuola e lesse agli analfabeti il proclama del comandante delle truppe tedesche a Roma Kesselring dopo l’attentato di Via Rasella, con quel “l’ordine è già stato eseguito” che fa capire tutto a tutti, che non c’è più tempo per salvare i catturati destinati alla fucilazione: il filo si ricongiunge e si inanella ad ulteriori circolarità, come quando i nazisti scelgono come luogo della fucilazione una vecchia cava abbandonata, proprio una di quelle servirono ad avviare la trasformazione di Roma fino agli anni della dittatura e ancora dopo, non più con la pietra ma con il cemento amato, negli anni del “sacco” e dell’ascesa dei palazzinari avviatasi nella prima metà del Novecento. Una storia insomma che è organismo vivo: «A raccontare questa storia – queste le parole di Ascanio Celestini, quasi all’inizio della lunga affabulazione – ci vuole un minuto, ma se la conosci, la storia, ci metti una settimana».
La rassegna “Notti a Monte Sirai”, organizzata dall’Associazione Enti Locali per le Attività Culturali e di Spettacolo con il contributo dell’amministrazione comunale e la collaborazione della Fondazione di Sardegna e della regione, termina sabato 31 luglio, con “Ma misi me per l’alto mare aperto...”: sul palcoscenico Michele Mirabella alle prese con Dante, nel settimo centenario della sua morte, e con altri grandi della letteratura nazionale. Uno spettacolo strutturato nella forma della chiacchierata con il pubblico, durante il quale il “Professore” sarà accompagnato dal Duo Mercadante composto da Rocco Debernardis, clarinetto e Leo Binetti, pianoforte.
Giovanni Di Pasquale

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