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Carbonia. L’urgenza del racconto di Ascanio Celestini in “Pueblo”, al Centrale per il cartellone Cedac

Spettacolo
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Quali altre parole, parole nuove, ci saranno per raccontare uno spettacolo di Ascanio Celestini? Tante ne sono state spese per descrivere l'arte somma di un attore ed autore fra i più amati dalla critica e dal pubblico e fra i principali esponenti di quel “teatro di narrazione” che è stata la vera novità della scena nazionale degli ultimi venticinque anni. Ascanio CelestiniLe storie, i personaggi, gli intrecci delle vite di donne e uomini invisibili restituiti alla visibilità, ma verrebbe da dire: alla vita, l'uso del fantastico e dell'extrasensoriale come forza di riscatto e, perciò, elemento squisitamente popolare, tutto l'armamentario da grande instancabile affabulatore – che si serve cioè della “adfabulatio” che è sì, nell’accezione della lingua “mater”, il mondo delle “fabulae”, di ciò che in qualche modo viene narrato, ma ne è anche significato, morale, allegoria – cui si contrappone un'estrema economia di mezzi perfino corporei, sono diventati uno dei più fortunati paradigmi del teatro contemporaneo. In ciò Ascanio Celestini deve essere accostato a Pasolini e De Andrè.

“Pueblo” è il secondo elemento di una trilogia immaginata dall'autore. Nel primo, “Laika”, la narrazione muoveva l'acuto sguardo dentro un angolo di città a dir poco anonimo, una delle tante periferie di chissà dove, brulicante di quei personaggi che il il tenace filo intrecciato da Celestini è capace di tenere assieme quasi come un antidoto alla solitudine, alla disgregazione, all'atomizzazione. Nel lavoro andato in scena venerdì scorso al Centrale, nell'ambito della programmazione firmata Cedac, il racconto prosegue con altri personaggi, altre vite, altre combinazioni – nel senso di “incontri” ma anche di “circostanze impreviste”. Lui, il narratore, immagina di vederli dalla finestra di casa sua, non sa niente di loro ma se proverà a raccontarli sarà tutto vero, come in ogni racconto e come sempre nel teatro.

Così ecco la giovane Violetta, che fa la cassiera e non ama fare la cassiera ma può parlarne solo con suo padre o, meglio, con il fantasma del genitore deceduto, che l'aspetta tutte le sere fuori da quel supermercato spersonalizzante, alienante, di cui la madre le racconta come di un essere speciale. Ecco Domenica, una clochard che abita in una casetta di plastica destinata al vigilante del supermercato, che vive dei prodotti che non possono stare in commercio e non chiede l'elemosina. Ecco Said, l'egiziano che lei ama e che aspetta il sabato per rovinarsi tra slot machine e birra e non vuole capire che la matematica non è un opinione e che non potrà davvero vincere mai, anche se batte il piede a terra per attirarsi la fortuna come facevano gli indiani Pueblo per propiziare la pioggia. Ecco lo zingaro, la venditrice di mandarini, ecco la barista e il fesso con il portafogli da rubare: per tutti costoro ci sono piccole vittorie quotidiane e ancora grandi speranze che non riescono però a sollevare le loro vite dallo scacco. L'occhio di Celestini osserva l'affannarsi di questi esseri umani condannati all'insignificanza restituendo loro quella dignità che la vita ha loro strappato, dove la “compassione” è davvero condivisione e non è mai pietismo.

Lo si capisce dal fuoco che brucia le parole, le frasi, i cambi di prospettiva che si susseguono ad una velocità impressionante anche perché, nonostante quella, tutto è chiaro, nitido, perfettamente scolpito. Vi è eccelsa tecnica e studio faticoso in tutta questa capacità così che, nella critica, cominciano a fare capolino parole come “stilismo”, “virtuosismo”, “barocco”: quel racconto a rotta di collo ci è invece parso il mezzo più adatto a raccontarne l'urgenza, la necessità del racconto stesso, quasi che per quelle persone non più personaggi il tempo per un seppur minimo riscatto sia sul punto di finire. E di finire per sempre.

Giovanni Di Pasquale

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