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Carbonia. “I Fenici e la Sardegna nuragica”, il documentario di RAI Storia ha fatto centro

Cultura
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“I Fenici e la Sardegna nuragica”, andato in onda ieri in prima serata su RAI Storia, ha fatto centro. Il documentario che fa parte della serie “Italia: viaggio nella bellezza”, progetto nato dalla collaborazione fra l’emittente di stato e il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, ha tratteggiato con efficacia, in poco meno di un’ora, la vicenda, ancora oggetto di approfondimenti da parte degli studiosi, dei rapporti fra i sardi del IX e VIII secolo, e oltre, e il popolo di origine semita arrivato nell’isola dalla coste dell’attuale Libano, spingendo la narrazione alla successiva dominazione di Cartagine, sostituita dopo la sconfitta nella Prima Guerra Punica, da quella di Roma, nuova potenza del Mediterraneo. L’esposizione dell’argomento ha preso avvio da un episodio poco edificante della storia culturale sarda: il ruolo di alcuni intellettuali nella scrittura del famigerato Manifesto della Razza, pilastro su cui si fonderà la politica antisemita del regime fascista, nella redazione del periodico del razzismo italiano “La difesa della razza”. Uno di essi, in particolare, Lino Businco, uno dei firmatari del Manifesto, vi pubblicherà molti articoli. Oltre a Businco, c’èra anche Paolo Rubiu, autore di un articolo dal titolo “Gente sarda antisemita”. La tesi, quasi ad esorcizzare i pregiudizi di Cesare Lombroso e Alfredo Niceforo che avevano marchiato pesantemente dalla fine del secolo XIX la reputazione dei sardi, era quella di un presunta “arianità” del popolo sardo successivamente fusasi con sangue romano, ovviamente costruita su argomenti per lo più infondati e pasticciati, qualità conservatasi in particolare nella popolazione delle aree interne non contaminate dall’influsso genetico delle popolazioni fenicio-puniche. Niente di più inverosimile: sono proprio gli studi archeologici a smentire queste bislacche e pericolose teorie.

Il documentario ha mostrato con evidenze indubitabili ed un linguaggio estremamente divulgativo quanto è assodato da ormai diversi decenni e, cioè, che il rapporto fra i nuragici – termine che presupporrebbe un’unità socio-politica in realtà inesistente – e i fenici ha avuto uno sviluppo lungo i secoli che è successivamente sfociata in forme di convivenza e collaborazione che hanno trasformato profondamente la civiltà sarda. Cioò si evince dai ritrovamenti effettuati in diversi siti tra i quali spiccano le rovine sull’altura di Monte Sirai e il Nuraghe Sirai. Grazie alle descrizioni dell’archeologo e docente l’università di Sassari Piero Bartoloni, del ricercatore dell’ateneo sassarese Michele Guirguis e della direttrice del Settore Storico-Archeologico del Sistema Museale cittadino, l’archeologa Carla Perra, il pubblico (che si spera folto) ha preso conoscenza con una realtà in cui sardi e fenici avevano ormai avviato una comunità in cui gli elementi delle rispettive civiltà sviluppavano dal confronto forme nuove, non più nuragiche né fenicie ma, come ha detto Perra, «sarde di un dato periodo». L’insediamento di Monte Sirai, la tipica struttura della “casa a corte”, mostrano la fusione di elementi architettonici nuragici e orientali mentre ha sorpreso anche la comunità scientifica quanto è emerso dal lavoro di scavo nell’area del nuraghe che sorge non lontano dalle pendici dell’altura. Un’area industriale dall’organizzazione assai funzionale e fortificata, a testimonianza del pregio delle produzioni: vi sorgeva in fatti un’officina per il vetro, la più antica trovata in Sardegna e un unicum negli insediamenti fenici del Mediterraneo occidentale, una conceria, alimentata da un sistema di convogliamento delle acque e testimoniata dalla presenza della calce, materiale utilizzato per la concia delle pelli, all’interno di anfore e un laboratorio per la realizzazione di ceramiche. A proposito di queste, è stato evidenziato come, alle forme prettamente nuragiche, si associno tecniche e decorazioni squisitamente fenicie, per un risultato del tutto nuovo e originale. Fatti che raccontano di un popolo sardo capace di dialogare e di mescolarsi e non solo dal punto di vista tecnico, viste le testimonianze che mostrano la realtà di matrimoni misti: una secca smentita per chi ancora oggi, in un mondo che vive il dramma delle migrazioni, vagheggia una Sardegna che dovrebbe ritrovare se stessa nelle separazioni e nelle chiusure. Una storia, quella nuragica e dei suoi rapporti con il mondo esterno, che, nel rispetto della scienza e lontano che ipotesi tanto accattivanti quanto inconsistenti, dovrebbe, tenuto conto della sua specialità, essere il perno di un’offerta turistica di qualità, mettendo da parte una volta per tutte chimere e bufale, una su tutte la leggenda di Atlantide.

Grande spazio, nel documentario, ha avuto ovviamente l’area fenicio-punica di Sant’Antioco, in particolare il suo misterioso e inquietante tophet che nasconde la verità sui sacrifici dei neonati alla divinità Ba’al Hammon, su cui ancora dibatte la comunità scientifica. Ha meritato una citazione anche l’insediamento fenicio-punico dell’altura di Pani Loriga, nel territorio di Santadi. Tutta la narrazione è stata infine accompagnata da splendide immagini spesso effettuate dall’alto: la Sardegna di Monte Sirai, di Sant’Antioco e del Sulcis, ma anche di Nora e Tharros e di Barumini e Palmavera e degli altri mille nuraghi è apparsa in tutto il suo fascino.

Giovanni Di Pasquale

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