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Carbonia. Trent’anni fa fra mafia e corruzione, in “Sulcis in fundo”, il nuovo libro di Paolo Matteo Chessa

Cultura
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“Sulcis In fundo”, sottotitolo: “Quando la mafia più sanguinaria sbarcò in Sardegna” (Cagliari, Edizioni La Zattera, 2017, pagg. 185, 18 euro), è il libro sulla breve e densa storia di Carbonia che mancava nella non corposa ma già abbastanza nutrita bibliografia sulla “Città del Carbone”: l’autore è il giornalista Paolo Matteo Chessa, un cronista di “nera” che da queste parti si è imparato a conoscere dalle sue inchieste per la Nuova Sardegna, sulle vicende più gravi e scabrose vissute dalla città fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta: segnati, come è triste ancor oggi dover ricordare, da una serie di omicidi – uno su tutti: quello di Gisella Orrù, su cui Chessa ha scritto un volume estremamente approfondito – che hanno marchiato a lungo la coscienza cittadina, quanto meno sottotraccia, ma anche dall’inchiesta sulla corruzione politico-imprenditoriale dalle ambigue conclusioni processuali ma che nessuno potrebbe negare fosse un dato di fatto in quegli anni e, soprattutto, dal soggiorno a Carbonia di alcuni personaggi legati alla cosiddetta “stidda” di Gela, mafia “dissidente”rispetto al dominio della Cosa Nostra corleonese dei Riina e Provenzano ma non meno sanguinaria e determinata a ritagliarsi un ruolo importante sulla scena del crimine organizzato. L’autore ricostruisce le gesta della banda criminale guidata da Gaetano Iannì detto “Tano”, oggi gestore di ristoranti in Germania dopo una lunga attività di collaboratore di giustizia: non solo di quelle messe a segno o tentate nel Sulcis ma anche i rapporti, per esempio, con la famigerata “banda di Is Mirrionis”, che insanguinò Cagliari proprio in quel periodo, prima di essere sgominata dalle forze dell’ordine e della magistratura, in particolare del legame fra i gelesi e i cagliaritani per l’approvvigionamento di partite di droga provenienti dalle cosche mafiose ormai radicatesi a Milano.

Come spesso rilevato da chi scrive, i libri sulla storia di Carbonia finora pubblicati o omettono, perfino nelle “nuove edizioni”, di dare conto delle vicende a partire dagli anni Settanta o addirittura raccontano –letteralmente – una realtà edulcorata e, soprattutto, niente affatto rispondente al vero. Il volume di Paolo Matteo Chessa non è un libro di storia, è piuttosto un resoconto narrato con lo stile del cronista di razza, approfondito nei dettagli, coraggioso nelle riflessioni e deciso nelle conclusioni e negli interrogativi che solleva all’attenzione del lettore. Ma, visto il “buco” non ancora riempito, ormai si può dire: volutamente, nella narrazione squisitamente storica dei settantanove anni della vita di Carbonia, le pagine del cronista consolano l’appassionato e il curioso dell’assenza decisamente grave e, soprattutto, preoccupante dal punto di visto delle motivazioni che non si può fare a meno di arguire.

Quel che racconta Chessa è una “tranche de vie” di una città che, allora, sul finire degli anni Ottanta, viveva, assieme al territorio che la circondava, un periodo di relativo benessere. “Relativo” è un aggettivo che non si utilizza a caso, anche perché, negli ultimi anni, a fronte della crisi economica e produttiva che ha impoverito e spopolato la città e il Sulcis Iglesiente, qualcuno, anche in ambito politico ancorché minoritario, ha avuto buon gioco a diffondere una vulgata tesa a rappresentare gli anni di cui sopra come quelli del lavoro e del benessere diffusi. Per la precisione, si parla degli anni delle Partecipazioni Statali proprietarie degli stabilimenti di Portovesme, di poco precedenti alla bancarotta dell’industria di stato determinata dalla gestione “politica” (assunzioni senza criterio, produttività di bassissimo livello, ammortizzatori sociali a dir poco “facili”) senza alcun senso di responsabilità e dall’intreccio di potere di partiti politici e sindacati politicizzati. La verità è che la città, purtroppo, in quegli anni fu condotta senza ritegno a un “paese dei balocchi”, per altro neppure così ricco, di cui oggi si continua a pagare il conto. Altro che “città rampante” di cui si narra in certe pagine scritte da autori non del tutto disinteressati.

In quel contesto comunque ancora stabile, sebbene per risorse non fondate su una ricchezza autentica e produttiva, si inscrive l’arrivo in città di Tano Iannì e della sua perniciosa cerchia, nel 1989. Non già in “soggiorno obbligato” – come tredici anni prima il boss della mafia di Alcamo Vincenzo Rimi – bensì come soggetti a cui era inibita la residenza in Sicilia, Calabria, Campania. Della loro presenza, dopo qualche tempo – la parlata sicula, in città, non era, ovviamente, un fatto strano – ci si accorse e più d’uno si domandò chi fossero quei soggetti dal comportamento non proprio cristallino. Che il loro arrivo abbia colto di sorpresa Carbonia è un’ipotesi che Chessa sposa seppure con qualche dubbio, vista la descrizione dei rapporti, ancorché non suffragati da documenti investigativi: la verità, che da queste parti tanti conoscono ma di cui nessuno vuole parlare, è che un certo settore politico-imprenditoriale, in un periodo di aspro confronto per il predominio in città e nel territorio, ebbe più d’una tentazione nei confronti di possibili “servizi” che Iannì e i suoi avrebbero potuto fornire in una lotta senza quartiere fatta anche di intimidazioni dello stampo di cui gli “stiddari” erano capacissimi.

Si vuole qui evitare lo “spoiler” delle interessantissime ricostruzioni che l’autore descrive in pagine di agilissima lettura. Ciò cui si aderisce con estrema condivisione è il dubbio che si insinua apertamente nella sua narrazione. Alla domanda “perché a Carbonia?” non è forse difficile rispondere: la grande “mangiatoia” di Portovesme – Iannì e i suoi conoscevano bene la medesima situazione di Gela e del petrolchimico – avrebbe potuto fornire, se la mira di entrare nel giro degli appalti, poi sfumata, fosse andata in porto, grosse cifre da investire nel traffico di droga in combutta con la criminalità cagliaritana. Ma l’altro interrogativo è: potrebbe accadere di nuovo? È vero che oggi Portovesme si presenta prossima all’immagine del “cimitero industriale”: ma il Sulcis non è solo industria. Basti pensare al turismo, che, più che altrove in Sardegna, data la carenza infrastrutturale nel settore, potrebbe attirare capitali da ripulire nella realizzazione di strutture ricettive che l’imprenditoria locale non sarebbe mai in grado di tirare su: mire che una politica disattenta o spregiudicata potrebbe assecondare.

Trent’anni fa o giù di lì, Carbonia ci mise del tempo per capire che cosa stesse rischiando ma alla fine reagì positivamente: leggere “Sulcis in fundo” può essere assai proficuo per comprendere che, in un’epoca di grandi difficoltà economiche, quella lezione deve essere tenuta a mente per evitare i pericoli di cui, in anni non così lontani, abbiamo tutti corso il terribile rischio.

Giovanni Di Pasquale

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