Mi ingaggiarono gli Studios di Hollywood per scrivere la sceneggiature di un porno-pulp all'amatriciana, con venature da spaghetti western e incursioni da commediola anni '70 del tipo Giovannona Coscialunga disonorata con onore. Era un pò di tempo, a dire il vero, che non scrivevo nulla. Almeno nulla che avesse a che fare con l'arte, la bellezza o la dignità stilistica. In questo mestiere lo stile è tutto. Tutto il resto è solo tempo perso e frustrazione. Ma lo stile, quello è tutto. Non ci sono Santi. Venne il Conte Mascetti a ordinarmi il lavoro. Mi disse che era un lavoro importante che avrebbe dovuto ridisegnare la percezione tautologica del silenzio. Che non so bene cosa cazzo voglia dire, ma dà l'idea di qualcosa di difficile e complesso. Mascetti mi disse che il film l'avrebbe dovuto girare quell'animaccia di Quentin . Dovevamo raccontare, io con le parole e lui con le immagini, l'Italia di oggi, persa nelle nevrosi di fine impero, infognata nell'assoluta transumanza delle pecorelle smarrite. Mi misi a scrivere, ma il mio pensiero era totalmente assorbito da Camilla Lopez.
Avevo una stanza nei pressi del Sunset Boulevard che era poco più che una topaia. Un tugurio vero e proprio che dava su un cortile dove salivano prepotenti le esalazioni di benzene e di cipolle. Oltre la finestra l'Oceano non aveva niente di pacifico. Ad ogni foglio strappato sentivo l'incombenza del mio fallimento. L'anticipo che il Conte Mascetti mi aveva dato se n'era andato nell'affitto, nelle bollette e in una bottiglia di Rum dozzinale. Non mi restava che scrivere. Ma i miei pensieri erano annebbiati dal rancore per quelle cosce di madreperla di Camilla. I miei sensi erano attratti dall'anima terrona della messicana, dalla sua ignoranza animalesca, dalla sua sessualità da cagna rognosa. Sentivo nelle notti insonni la lagna mielosa del suo godimento, vedevo come un'allucinazione l'attesa delle sue labbra sotto l'incombenza del viso incipriato del vecchio porco, ne immaginavo, al culmine del delirio, la croce sopra il vestito da suora o da crocerossina. Fu una di quelle notti che mi venne l'idea e l'ispirazione. Non sarebbe stato un racconto come "Il Cagnolino rise" che tanta fatica mi era costata negli anni della gioventù. Sarebbe stato qualcosa di nuovo ed autentico, eppure di vecchio e collaudato. Non avrei immaginato le mosche schiacciate sotto i colpi precisi del tovagliolo di Angelo Musso. E non sarei stato bruciato dal sole della vigna di Musso e neanche da quel vino giallognolo che tutto ottenebrava. Non sarei rimasto invischiato in una partita a scopa con Joe Zarlingo, con Bosco Andrilli o Lou Cavallaro. Non ci sarebbe stato nulla che mi bastasse, in quella notte. Solo roba che mi guastasse definitivamente il sorriso, probabilmente. Sarebbe stato un racconto sul disfacimento, sulla vecchiaia, sul potere. Sullo scandalo del potere. Sull'asservimento e sulla solitudine infinita. Avevo ormai chiaro come sarebbe iniziato e come sarebbe finito. Ed è un fatto raro per chi scrive. Si sa sempre da dove si inizia e non si sa mai dove si va a parare. E io ero più bravo a iniziare che afinire le cose. Qualunque cosa. Il racconto si sarebbe intitolato NON APRITE QUELLA PORCA, un titolo gradito a Quentin che in quelle ore si trastullava con qualche ragazza a San Diego. Quentin, ne ero certo, avrebbe affidato il ruolo di Camilla a una disperata Penelope Cruz. Per il vecchio porco sarebbe dovuto ricorrere a immagini di repertorio. Nessun attore avrebbe sopportato per più di mezzora una così massiccia dose di cerone. O forse, memore dell'interpretazione de Il divo, si sarebbe potuto pensare a Toni Servillo per quel ruolo. Ma questi non erano problemi miei. Pensavo alle scene. Alle ville lussuose dove torme di ragazzine depresse aspettavano di sfilare dinanzi al potente. Tutte uguali, con quegli abitini succinti, i reggicalze osceni, con il trucco appena accennato. Una sfida all'ultimo sangue per l'obolo, per farsi spogliare da quelle mani decrepite e guardare da quegli occhi spenti che avevano perso ogni libidine. E poi Nicole, con il suo petto prorompente, le sue labbra siliconate, le sue mani da cacciatrice di cazzi negri. E Quentin non sarebbe stato solo il regista del film, ma anche interprete. Un regista che organizzava le scene più hard, con le ragazze che si accoppiavano in un'orgia lesbica mentre il satrapo le guardava con accanto Nicole vestita da dottoressa della mutua ed Emilio vestito da Topo Gigio. Poi tutto finiva e il potente, il circasso se ne tornava nelle sue stanze e chiudeva la porta dietro le sue flaccide terga. Solo allora la Governante Alfonsina si premurava di preparargli una tisana mentre fra le quattro mura di quella stanza, con un letto a baldacchino troppo grande per le ridotte dimensioni dell'ospite egli combatteva contro i suoi terrori più intimi: la solitudine e la vecchiaia. Per non sentirne l'immensità di quei pensieri andavano in filodiffusione voci di vergini che si univano biblicamente a vetusti signori, gemiti di giovani donne trapassate da membri del Parlamento, ansimi di attempate signore che si trastullavano con banane e lamponi. Egli in quel coacervo orgiastico dimenticava tutto. E dimentico di tutto urlava come un ossesso che la morte se lo prendesse subito. Che il calvario finisse, che l'odio dei figli si placasse con la sua subitanea morte. Poi a Quentin venne l'idea di Camilla. Di Camilla Lopez. La cercò in ogni dove. Andò fino a Ciudad Juarez dove giuravano di averla vista per l'ultima volta. L'aveva vista un tubercolotico mentre se ne andava ad est col cagnolino che le avevo regalato. Chiese anche alla polvere, Quentin ed ottenne finalmente risposta. La trovò che si crogiolava al sole in una spiaggia sperduta al confine fra oceano e cielo. Le offrì denaro, le parlò con voce suadente mentre lei altera si rigirava dall'altra parte. Fu dopo un bagno nell'oceano che disse: vengo. Poi il mare prese ad urlare e i cavalloni si distruggevano sulla spiaggia. Partirono Quentin e Camilla. Partirono per Roma, avrei voluto che passasse per Torricella Peligna, la nostra Fontamara, nel paese di mio padre. Un paese che si manteneva inerpicato fra le montagne della Marsica come un ragno al muro. Qui si nascondeva tutto il rancore di mio padre, urlato nella fatica dell'emigrazione, nell'odio degli irlandesi, nel vociare muto dei terroni come noi. Terroni che si rifacevano a casa, contro i figli, contro le suocere, cpntro le mogli. Rancore che diventava inesplicabile in un vino troppo nero per rendere giustizia della loro condizione. Andò a Roma Camilla e fu preparata anche lei per la serata. Le comprarono un vestitino a fiori che metteva in risalto l'ambratura del suo corpo perfetto. Ma non si può rinchiudere la bellezza in un vestito a fiori e non si può bloccare la sfrontatezza in mille raccomandazioni. Quando se lo vide davanti il satrapo lo incenerì con quel suo sguardo di sfida, uno sguardo che nascondeva l'obra di tutte le vessazioni. Voglio quella, disse il porco. Lei solo. Chiese che si vestisse da poliziotta, senza nulla sotto. Solo la divisa e un cappello troppo largo. Fu quando le mise le mani fra le cosce che il suo sguardo divenne docile, come quello di un agnello. Sembrava dovesse cedere. Ma lei bramava il mio arrivo. Fu solo allora che decise di passare al contrattacco. Una forza oscura la faceva parlare. Chiese che si spogliasse anche lui. Che smettesse quel doppiopetto troppo rigido. E lui, attratto da quella forza oscura, rimase nudo. Con le sole calze ai piedi. La carne cadente, le terga flaccide, il ventro rigonfio, un lobrico fra le gambe spelacchiate, due olive avvizzite e cadenti descrivevano l'estrema vergogna. L'uomo si sentì solo e indifeso. Camilla si sentiva nuovamente sicura di se. Padrona del gioco così come lo fu con me in quelle serate passate nella casa in riva all'Oceanomare. Frugò rapida nella borsetta e tolse una telecamera che immortalò lo scandalo di quella carne, l'ignominia del potere, la solitudine del potente. Riprese tutto, con maniacale precisione. Prese fra le mani come un medico necroscopo anche quell'ignobile lombrico, lo sollazzò un poco, ma senza nessuna reazione apprezzabile. Fu allora che prese a parlare. E disse tutto lo schifo che provava per quel vecchio porco, per la sua perversione, per la sua solitudine e per le sue ricchezze. Lui cadde in ginocchio. Pregò di non rendere pubbliche quelle debolezze. Parlò della ragion di stato, parlò dei figli, del futuro. Gli occhi di Camilla divennero di ghiaccio e carbone. Fissi, duri, gelidi. Poi prese il suo vestito a fiori e se ne andò via. Lasciando solo il suo profumo d'alghe e di vento. di Emiliano Deiana pubblicata da Emiliano Deiana il giorno lunedì 19 settembre 2011 alle ore 2.19
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