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ELEZIONI 2018. Di Maio a Carbonia apre la campagna elettorale: «Non c’è governo senza il M5S»

Politica Regionale
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Alle dieci del mattino, o giù di lì, di una domenica uggiosa, ai cancelli del Palasport non c’è gran calca. D’altronde manca un’ora all’arrivo del designato premier d’Italia da parte del Movimento 5 Stelle: arriverà dopo due ore, suppergiù, ma si sa, gli impegni elettorali fanno slittare gli orari in modo imprevedibile. Quando, infine, si aprono i cancelli, gli addetti dello staff distribuiscono tagliandi. Qualcuno s’insospettisce: «Ma si paga?», «No – dice un consigliere comunale di Carbonia che veste la pettorina fluorescente – è solo per fare il conto dei presenti», e gli fa eco un militante: «Non è mica il piddì!». Risate, battute, pensando alle primarie del Partito Democratico, due euro per chi vota, ma ormai quelle primarie non le fa neppure il partito di Renzi. Loro, i pentastellati, certe cose non le hanno mai neppure immaginate. Meglio le votazioni on line, meglio la democrazia diretta, e se i risultati arrivano dopo venti giorni: chi se ne importa, la trasparenza, l’onestà non è in discussione.
A poco a poco gli spalti del palazzetto di via delle Cernitrici si gremiscono, senza tuttavia riempirsi: ampi spazi rimangono vuoti e, ad ogni modo, la cornice è adeguata all’arrivo di colui che il Movimento ha scelto per la battaglia decisiva: la guida del paese. Cinque anni fa, Beppe Grillo, attorniato dai gradoni traboccanti di spettatori dell’anfiteatro di piazza Marmilla, spiegava che il M5S non aveva né leader né candidati premier: i “padroni” del Movimento erano i cittadini, gli eletti erano solo “portavoce”, latori di un programma che avrebbe potuto essere realizzato da chiunque. Dopo cinque anni, c’è un leader, un designato alla presidenza del Consiglio dei Ministri, diventato capo politico del Movimento: Luigi Di Maio.
Lui, il designato, arriva tardi rispetto all’orario – le 11 – previste dal cartellone ma veniva da Cagliari, mercatino di Sant’Elia, e poi ci si è messa la pioggia, insomma: la kermesse al Palasport inizia con un ora abbondante di ritardo. Introduce il sindaco di Assemini, il Di Maio della Sardegna, Mario Puddu, dando la parola ai candidati dei collegi uninominali che ricadono sul territorio. Interviene per primo Pino Cabras, funzionario della finanziaria della regione Sardegna SFIRS, nonché giornalista e blogger: «Troppi sardi – dice – negli ultimi anni hanno votato con i piedi: ovvero, con i piedi sono andati via dall’isola e hanno dato un voto negativo sui governi che hanno portato l’Italia e la Sardegna in questo stato. Dobbiamo tornare a votare con le mani per liberare la Sardegna e l’Italia dal sistema clientelare». L’industria in Sardegna e nel Sulcis, secondo Cabras, è ferma al punto 0.0: «Noi vogliamo un’industria 4.0 – aggiunge – un processo di riconversione. Questo territorio è stato usato come discarica, anche per quanto riguarda l’apparato militare: l’escalation degli armamenti nucleari, di cui si ha notizia in questi giorni, rischia di coinvolgere pesantemente la nostra isola e le sue servitù militari». Gianni Marilotti, professore delle scuole superiori e scrittore, replica alle considerazioni del segretario regionale del PD Giuseppe Luigi Cucca, che ha accusato i candidati del M5S di «incompetenza»: «Mi chiedo – dice, attaccando Tore Cherchi – se è competente il coordinatore del Piano Sulcis: visti i risultati, meglio non averne, di certa competenza. In questa terra, il Sulcis, la Sardegna ha visto nascere la modernità ma adesso, di fronte al fallimento del sistema industriale, dobbiamo ascoltare il ministro Calenda che ci spiega che il mondo è rimasto uguale a cinquant’anni fa. Abbiamo bisogno di una programmazione partecipata: basta con i modelli imposti. Portovesme ha creato solo inquinamento». Il velista Andrea Mura cerca di riparare all’affermazione, rilasciata incautamente in un’intervista, in cui ha spiegato che, se il leader di Forza Italia Ugo Cappellacci l’avesse chiamato prima del M5S, si sarebbe candidato in quello schieramento: «È stato un piccolo scivolone dovuto all’inesperienza: in realtà ho trovato in questo Movimento le mie aspirazioni di cittadino che non voleva interessarsi alla politica e che invece ha recuperato le giuste motivazioni: solo qui ho trovato lealtà e trasparenza. I miei interessi sono il turismo, l’ambiente e il comparto nautico e su questi temi mi impegnerò, a partire dalle problematiche del porto di Buggerru e della plastica in mare».
02 04 Di Maio«Grazie per il bene che ci volete», esordisce Di Maio, e il riferimento è al consenso ampio che il M5S ha sempre ottenuto in Sardegna e, in particolare, nel Sulcis Iglesiente, come ha pure fatto notare il sindaco di Carbonia Paola Massidda, intervenendo prima dell’inizio della kermesse. «Al centro del nostro programma – spiega il vicepresidente della Camera dei Deputati – c’è la qualità della vita degli italiani: non abbiamo a cuore gli scostamenti degli indici, quello del PIL, quello dell’occupazione complessiva, quello dell’occupazione giovanile: ci interessa la percezione del cambiamento. Il cambiamento descritto negli indici statistici non è stato avvertito: anche perché il calo della disoccupazione giovanile descritto dalle statistiche è determinato dall’abbandono della ricerca del lavoro e dall’emigrazione». Durissimo il giudizio sul “job act”: «Gli interventi sulla disciplina del lavoro – dice Di Maio – sono stati osceni: sono aumentati i contratti, non le ore di lavoro. Ormai si considera lavoro un contratto di un giorno». Detto questo, i candidato alla guida del governo del M5S circoscrive l’ambito del suo impegno, rivendicando il mantenimento delle promesse del 2013: «Noi ci impegniamo a dare avvio al cambiamento. I nostri avversari lo promettono ma hanno avuto anni per realizzarlo, senza risultati. Noi cinque anni fa abbiamo dichiarato di voler rinunciare ai privilegi e l’abbiamo fatto: oggi ho parlato a Cagliari con un piccolo imprenditore che ha potuto aprire la sua impresa usufruendo delle risorse accantonate dalla rinuncia del parlamentari del M5S a parte dell’indennità. E non è l’unico». Ammontano a 30 miliardi di euro, dice Di Maio, gli sprechi nella gestione delle risorse pubbliche: «Con il recupero di queste risorse andremo a rifinanziare la sanità, spazzando via le nomine politiche dei manager sanitari. Cancelleremo la “Buona Scuola” attribuendo più risorse alla scuola: in primo luogo per il miglioramento strutturale dei luoghi di istruzione. E soprattutto penseremo a connettere la scuola con il mondo del lavoro, per consentire ai giovani di trovare immediatamente uno sbocco occupazionale in un mondo del lavoro che cambia rapidamente, potenziando gli istituti tecnici e industriali». La politica in favore delle imprese parte dalla semplificazione legislativa: un massiccio disboscamento legislativo ma anche una politica fiscale che non sia vessatoria nei confronti delle piccole imprese, degli artigiani, dei commercianti. E poi, il cavallo di battaglia: il reddito di cittadinanza, arricchito nella versione 2018 dalla pensione di cittadinanza: «Le pensioni minime – dice Di Maio – sono al di sotto della soglia di povertà: questo è inaccettabile. La nostra pensione di cittadinanza, insieme al reddito di cittadinanza, ammonta, per la prima annualità, a 17 miliardi, per il secondo a 14 e va a diminuire sensibilmente con l’aumento dell’occupazione. Le coperture sono individuate nel nostro programma: i nostri tagli agli sprechi sono credibili, perché non sono operati da chi ci guadagna, da chi su questo denaro pubblico ha fondato clientele e consenso». Il reddito di cittadinanza non è un regalo: «È un patto fra lo stato e il cittadino in difficoltà – spiega l’aspirante premier – una norma che affronta con umanità un problema, così come sarà fatto per quanto riguarda le pensioni e la revisione della legge Fornero. Il sostegno a chi ha perduto il lavoro sarà condizionato all’effettuazione di lavori di pubblica utilità, che daranno modo alle amministrazioni comunali di avere manodopera che non peserà sui bilanci locali». Anche per quanto riguarda Europa e sul rapporto con le istituzioni comunitarie Di Maio ha parole di forte critica: «La Sardegna è massacrata dai regolamenti europei. Noi andremo a Bruxelles a chiedere quello che i politici fino ad oggi non hanno chiesto: rispetto per le prerogative italiane, altrimenti i fondi che annualmente l’Italia versa all’Europa resteranno qui, in favore delle nostre imprese».
Dopo aver attaccato centrosinistra e centrodestra sugli impresentabili, Di Maio delinea le previsioni quanto al risultato del 4 marzo: «Le larghe intese – preconizza – non hanno i numeri: Forza Italia e Partito Democratico non potranno raggiungere la maggioranza. Nella coalizione di centrodestra FI e Lega si rubano i voti a vicenda. Noi siamo la prima formazione politica del paese: per qualsiasi ipotesi di governo dovranno venire da noi».

 testo e foto Giovanni Di Pasquale

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