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Wed, Jun

Sardegna e Piemonte. Nel museo di Pettinengo una copia del Manuale del Minatore dell’A.M.S. La riscoperta sarda della “Madre dell’Ucciso”

S.I. Oggi
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Sabato scorso, “Sa Die de sa Sardigna” è stata celebrata dai sardi emigrati nel Biellese con l’inaugurazione a Pettinengo, piccolo comune piemontese in provincia di Biella, del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di popoli. È stata una cerimonia semplice ma intensa, aperta e chiusa dalle Voci di Su Nuraghe, il circolo dei sardi di Biella, che hanno intonato “Procurade de moderare”, l’inno del popolo sardo composto nel 1794 da Francesco Ignazio Mannu. Per l’occasione, la FASI (Federazione Associazioni Sarde in Italia) ha tenuto il direttivo nazionale presso la sede della Società operaia di Pettinengo, a pochi metri di distanza dai luoghi delle celebrazioni.
Dismesse le industrie che hanno caratterizzato fino a pochi anni fa l’economia locale, Pettinengo affronta le sfide del presente puntando su nuove possibilità di sviluppo, con tre musei aperti recentemente in un paese di 1500 abitanti. Il primo museo venne aperto nel 1998, dedicato all’Infanzia. Allestito in una casa storica del paese, presenta giochi e passatempi di una volta. Ogni venerdì pomeriggio, grazie all’associazione Piccola Fata, apre le porte a una sessantina di bambini, le bimbe ricamano, cantano canzoni e leggono poesie, mentre i maschietti imparano a usare il telaio e a lavorare la creta. Vi è poi la collezione di acquasantiere nella chiesa di San Rocco, dove ci sono 550 degli 880 pezzi appartenuti allo storico Sergio Trivero. La collezione è stata ereditata nel 2011 dal parroco, che a sua volta l’ha donata al DocBi (Centro studi biellesi), vera anima del Museo. Un patrimonio unico in Italia, le acquasantiere più antiche risalgono al ’600, le più recenti ai giorni nostri: alcune sono in argento, in filigrana, altre in vetro soffiato di Altare e Murano.
Ultimo arrivato, il 29 aprile, il Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di popoli. Allestito su uno stabile della Regione Autonoma della Sardegna, donato dalla famiglia di Gastone Mazzia Piciot, emigrata in Francia, concesso in usufrutto al Circolo Culturale Sardo di Biella, è stato inaugurato con le salve beneaugurali dei Fucilieri di Su Nuraghe nelle divise dell’antica milizia, al suono della banda Musicale di Pettinengo, benedetto dalle Donne del Grano e dal cappellano di Su Nuraghe, don Ferdinando Gallu. A far da corona, le Valette an Gipoun, della Vale del Cervo, le donne della Valle Anzasca e di Pettinengo nei loro abiti tradizionali e tanta e tanta gente.
Al centro degli allestimenti la statua marmorea della “Madre dell’ucciso” di Francesco Ciusa. Opera importante per la storia dell’arte italiana del Novecento, se ne conoscevano solo le copie in bronzo della statua di gesso esposta alla Biennale di Venezia del 1907, acquistata nel 1939 dalla Galleria Comunale d’Arte di Cagliari, dove ancora è esposta. Non è però un caso che la statua si trovi proprio a Biella. Il “bar Mighela”, inaugurato da una coppia di emigrati sardi nel 1901, premiato alle Esposizioni internazionali a Milano (1906) e a Londra (1908), divenne il caffè più rinomato e ben frequentato della città, segno di un’integrazione e una relazione capace di produrre davvero buoni frutti. Ai suoi tavoli si fermava il pittore Giuseppe Biasi, tutta la Biella importante, il medici sardi Satta e Cabras, rispettivamente primario e medico presso l’Ospedale cittadino, industriali della lana e artisti. In questo favorevole contesto culturale l’opera di Ciusa approda a Biella nel 1942, acquistata dal conte Vittorio Buratti per arricchire la sua dimora in collina. Il rinvenimento è però legato a un fatto tragico. Nel meleto di Villa Malpenga, travolta dal crollo di un pilastro mentre giocava con il padre e il fratello, è morta nel recente febbraio una bambina di otto anni, Giulia Gravellu, figlia di sardi emigrati nella zona. La visita al luogo della tragedia ha così portato la comunità isolana biellese alla riscoperta dell’opera d’arte nel parco della villa, restituendo all’intera collettività una statua di cui si era persa la memoria.
Per il nostro territorio l’iniziativa assume un rilievo particolare. Dal biellese, numerose ditte sono venute in Sardegna per lavorare nel secondo dopoguerra, ma il biellese, oltre che meta di emigrazioni per tanti sardi, è terra di lontane relazioni, essendo patria di Quintino Sella e Alberto Lamarmora, nomi illustri legati alla storia scientifica e industriale dell’Iglesiente. All’interno del nuovo museo è poi collezione mineralogica costituita da oltre 600 minerali provenienti in gran parte dal Sulcis Iglesiente, ricevuta in dono dai biellesi Alessandro Beducci e Felicina Bertolone, raccolta durante numerosi viaggi in Sardegna dalla fine degli anni Sessanta, allestita da due geologi sardi, Fabio Granitzio e Annalisa Ledda, marito e moglie.
All’inaugurazione del museo era presente anche una rappresentanza dell’Associazione Mineraria Sarda, con il consigliere di presidenza Massimiliano Manis, che, durante il convegno introduttivo, ha presentato il dono al museo del “Manuale del Minatore”, opera edita a Iglesias nel 1941, accompagnata dalla riproduzione dell’elenco soci A.M.S. del 1897, dove tra gli altri "emigrati", figura proprio un biellese, l’ingegnere Camillo Ferrua. Inoltre, tra i tesori in mostra, oltre la "Madre dell'ucciso", si distingue una copia del “Calice della Sardegna” conservato nel Museo Diocesano di Cagliari, prezioso oggetto liturgico ottenuto da un lingotto d’oro estratto a Furtei.

Red.

Sulcis Iglesiente Oggi