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Carbonia. Un murale per don Giovanni Diaz

Attualità Locale
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L'idea dell'associazione Senso Comune di omaggiare un grande carboniense "d'adozione" come Don Giovanni Diaz con un'opera d'arte eminentemente popolare come il murale, al di là della realizzazione, interpreta in maniera aderente la Weltanschauung dell'uomo e del sacerdote. Schivo ai confini con l'eccesso, non avrebbe mai accettato di essere onorato con un dipinto, figurarsi con un monumento scultoreo, e sì che la sua massiccia figura e la sua presenza umana avrebbero consentito pure quello. Ma il murale, che è per così dire epigono in diretta discendenza dalle pitture rupestri dei nostri progenitori, vuole raccontare con ardore immediato l'urgenza espressiva dell'artista senza mediazione. Certo, oggi il muralismo ha una propria identità estetica ma resta in questa forma d'espressione un contatto con la spontaneità umana primordiale.
Per venire alla realizzazione, dico che mi piace il lavoro di Stefano Masili e di Ielmo Cara, esponenti di gran vaglia e da lunga pezza della scena artistica cittadina. L'espressione di "Giovanni", come tutti lo chiamavano, riportata nel dipinto restituisce la sua acuta intelligenza e la forza del suo sguardo. Quanto alla scelta del panorama della prima Carbonia, devo dire di non aver immediatamente compreso la scelta, visto che Don Diaz è arrivato a Carbonia negli anni Sessanta. Credo adesso di aver capito invece la scelta. In fondo egli è stato uno dei fondatori della città, di una città che è così giovane da avere ancora bisogno di premurosi fratelli maggiori e maestri di saggezza. Giovanni Diaz lo è stato e il suo seme non è caduto sulla strada, né è finito sulle rocce.
Di seguito riporto il testo di un articolo che scrissi nel 2001, dopo averlo intervistato in relazione ad alcuni fatti gravi di cronaca che testimoniavano il forte disagio vissuto dalla città. Le sue parole sono davvero di una forza incredibile e davvero non hanno tempo.
Prima di affrontare l'argomento, Giovanni (così lo chiamano gli scout di tutto il Sulcis-Iglesiente, di cui è assistente religioso) indica un manifesto che ha di fronte alla scrivania del suo ufficio. «Partiamo da qui _ questo l'invito che don Giovanni Diaz rivolge all'interlocutore,da quella frase che può aiutarci a capire il punto in cui nasce l'irragionevolezza della vita». «Mi alzo al mattino,legge,la vita che comincia ha il suo scopo, giorno dopo giorno si protende allo scopo ultimo. L'io, il nostro io, è il crocevia tra l'essere e il nulla. La grave questione è dunque se l'esistenza finisca nella polvere del tempo che passa, oppure se il tempo sia gravido di futuro: su ogni istante grava il peso dell'eterno». Inizia da qui il breve viaggio dentro il disagio della città, scossa interiormente da recenti fatti di cronaca, sintomi esplosi in modo così ravvicinato da non lasciare spazio all'indifferenza. Don Giovanni Diaz con il disagio convive da anni. Fondatore, assieme ad un gruppo di medici e volontari, dei due centri di accoglienza intitolati alla memoria di don Vito Sguotti, ha dato poi vita al centro alcologico che ha poi aiutato centinaia di persone a strapparsi dalla schiavitù del bicchiere: l'ultima impresa è il centro di prima accoglienza per gli alcolisti, che dovrebbe sorgere tra non molto a Is Lampis. Naturale dunque affidarsi a questa esperienza per cercare di capire: «Il disagio che vedo, esordisce, non fa germinare il desiderio di farla finita. Scorgo piuttosto un bisogno di quotidianità serena, di normalità di soddisfare esigenze basilari. Il disagio che nasce dalla depressione è altra cosa: superati i bisogni primari nasce il perché della vita». Il sacerdote individua in quella domanda la centralità della fede: «Il mio punto di vista è quello di un cristiano: credo comunque che un uomo decida di spezzare il legame con la vita quando il viaggio dell'esistenza non ha più una meta. Quando studiavo in Svizzera e tornavo a Cagliari, viaggiavo spesso con gli emigranti. Erano viaggi estenuanti, ma si leggeva negli occhi di tutti la gioia del ritorno a casa. E stato Cesare Pavese, condotto al suicidio dalla sua estrema sensibilità, a dire che non c'è niente di più stupido o bestiale di un sacrifico senza scopo. E lo scopo non può riassumersi nel potere, nel piacere e nella ricchezza: quando la vita appare irragionevole scatta il meccanismo dell'autodistruzione». Piacere, ricchezza: non è certo il caso di Carbonia. «Sono arrivato in questa strada alla fine degli anni '60 , prosegue don Diaz,quando lottava per la sopravvivenza: la cronaca non raccontava le attuali tragedie. Oggi si lotta, al di là delle gravi situazioni di indigenza, contro la disgregazione, la solitudine, il vuoto. Ai sacerdoti il compito di far riscoprire, insieme alla fede, il senso della comunità: nel crocevia tra l'essere e il nulla la vita trova un senso nell'altro, lo perde nell'individualismo». Giovanni Di Pasquale

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