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Portoscuso. Investimenti per 90 milioni alla Portovesme. L’azienda punta all’economia circolare con rifiuti ridotti al minimo

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Economia circolare, metallurgia e investimenti per 90 milioni di euro in tre anni. È quasi una nuova sfida per la Portovesme srl, controllata dalla Glencore, unica azienda metallurgica del polo industriale di Portovesme rimasta in piedi, che ora va alla ricerca di partner per condividere progetti di riutilizzo dei residui di lavorazione. «Il futuro è nell’economia circolare e siamo convinti che si possa fare metallurgia con la minima produzione di rifiuti» dice Carlo Lolliri, per vent’anni amministratore delegato e oggi presidente e responsabile delle relazioni esterne e del progetto economia circolare.portovesmr srl IlSole24Ore Web Non solo: «Il programma per il futuro guarda ancora alla crescita con l’immissione di risorse importanti. Il piano quinquennale 2018-2022 prevede investimenti per 160 milioni di euro». Un cammino positivo per l’azienda sarda, che comincia il 2 luglio del 1999 la privatizzazione dello stabilimento metallurgico dell’Eni, operante proprio a Portovesme (l’area industriale del comune di Portoscuso). Oggi è la sola impresa metallurgica non ferrosa ancora in marcia nell’agglomerato industriale che si affaccia sul mare che unisce Portovesme a Carloforte (la Portovesme srl ha poi una fonderia a San Gavino nel Medio Campidano dove vengono fatte le lavorazioni dei cosiddetti preziosi) e si occupa della produzione di zinco, piombo, oro, argento, rame e acido solforico. «La nostra prima sfida è stata vinta – chiarisce Lolliri – il 2 luglio di 20 anni fa in tanti hanno storto il naso davanti alla privatizzazione dello stabilimento Enirisorse e all’ingresso della Glencore. Devo dire che la nostra intuizione, nonostante qualche parere contrastante di tecnici e colleghi di allora, è stata vincente. E di questo ci danno atto anche i sindacati». Vent’anni a guida privata caratterizzati da investimenti e ammodernamenti per lo stabilimento che oggi garantisce occupazione a 1.300 lavoratori tra diretti e indiretti e un fatturato che supera in media il mezzo miliardo di euro. «Dal 2 luglio del 1999 abbiamo speso 470 milioni di euro per sicurezza, tutela dell’ambiente e impianti. Si tratta di modifiche impiantistiche e migliorie». Tutte risorse private, tiene a precisare il presidente, che aggiunge: «Dal pubblico, con il contratto di programma del 2008, sono giuntisolo 12 milioni di euro. Il resto arriva da risorse aziendali». Gli interventi hanno visto nascere l’impianto ultra moderno per la produzione di zinco, il cosiddetto Sx «capace di interloquire e interfacciarsi con gli altri impianti del mondo» e altre opere per l’area in cui opera il Kivcet (impianto per la lavorazione del piombo). I prossimi interventi riguarderanno «sia le modifiche alla sala celle, sia quelle all’impianto di produzione ossigeno per il Kivcet». Il tutto seguendo quella che è stata definita la filosofia dell’ottimizzazione. Perché l’azienda, che ha il suo core business nella produzione dello zinco con 160 mila tonnellate l’anno «a fronte di una richiesta nazionale di circa 350 mila» deve fare i conti con problemi strutturali locali e regionali. «I fondali del porto sono poco profondi e di fatto impediscono l’attracco di navi che abbiano una capacità da 70 o 80 mila tonnellate – argomenta Lolliri – questo fatto ci costringe a lavorare in maniera alternativa, per esempio utilizzando navi più piccole» Poi «c’è da risolvere ancora la questione legata alla continuità territoriale delle merci e il tema dei costi dell’energia. Problemi con cui ci confrontiamo quotidianamente e che comunque riusciamo a superare». Gli impianti di Portovesme producono anche 200 mila tonnellate di acido solforico, 60 mila tonnellate di piombo, 3mila di rame, una d’oro e duecento d’argento. Queste ultime due si ricavano dalla lavorazione della galena da cui si ottiene poi il piombo. Dopo un passaggio nella fonderia di San Gavino (nel Medio Campidano e sempre di proprietà della Portovesme srl) le tonnellate di metalli preziosi vengono vendute a Padova o Arezzo. Per il futuro è previsto un piano per il pensionamento di circa 150 lavoratori «che con quota cento dovrebbero andare a casa per fare posto a 80 nuove figure».

Nello stabilimento metallurgico del Sulcis il percorso produttivo che guarda all’economia circolare è comunque già iniziato. «Da noi arriva il pastello di piombo, che viene recuperato dalle vecchie batterie – spega Lolliri – e dopo le lavorazioni viene trasformato nuovamente in piombo per altre batterie o altri prodotti».

Poi c’è il versante zinco:?si produce sia dalla lavorazione della blenda sia dal trattamento dei fumi di acciaieria. «Le scorie andrebbero in discarica e invece, grazie ai nostri impianti, unici in Italia e primi in Europa – prosegue ancora il presidente – diventano zinco per il mercato nazionale, industria e settore farmaceutico».

Legata alla lavorazione dello zinco nasce la seconda sfida della Portovesme srl: il suo presidente la definisce «l’università della metallurgia non ferrosa, prima e unica in Italia. Attualmente il processo di lavorazione ci permette di avere dei residui di lavorazione vetrificati e inerti . Nell’ambito della filosofia e del programma previsto dall’economia circolare abbiamo avviato una serie di interlocuzioni e incontri con potenziali partner che siano in grado di sviluppare progetti per il riutilizzo di questi rifiuti inerti». Una nuova sfida «per far convivere industria e ambiente».

Sole 24 ore.it di Davide Madeddu

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