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Thu, Apr

E’ l’anno della quinta elementare

RACCONTI E POESIE ì
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Con la conclusione dell’avventura in quel di San Giovanni Suergiu, torniamo a Nuxis. E’ l’anno della quinta elementare e già cominciavo col resto della mia classe a preparare gli argomenti, a scambiare le emozioni per il nostro esame di licenza elementare. Prima vera responsabilità delle nostre giovani vite. Già alla fine del primo ciclo, nella seconda classe, ero stata esaminata. Purtroppo non conservo grande ricordo di quella tappa. Questo nuovo appuntamento, sia per la consapevolezza, sia per la mia voglia di dimostrare il valore, porta con se un misto di emozioni che mi accompagna alla conclusione del primo ciclo di studi e il suo ricordo è vivido nella mia mente. E’ maggio, 1979. Mio padre viene a prendermi a scuola prima della conclusione delle lezioni. Mi sembra strano, tuttavia sono felice di tornare a casa. Tarda primavera. Caldo. I sandali ai piedi. Profumi forti e inebrianti. Non siamo distanti dal mare e il profumo e la frescura arrivano portati fino a casa dal maestrale che quasi ogni giorno dalle undici in poi agita le fronde degli eucalipti che corrono lungo la recinzione della Calcidrata, casa nostra. E’ quasi ora di pranzo ma, non c’è nulla in tavola e non ci sono neppure i profumi delle buone cose preparate da mia madre. La trovo sul mio letto nella cameretta. Piange. La luce dentro la stanza è aranciata dal riflesso delle coperte stese ad asciugare. E’ una luce altalenante. Spostata dal vento di maestrale. Il pianto sommesso mi ferisce. Sono piccola ma so che mamma non è serena da tempo. Nuxis non ha mai smesso di essere casa sua. Non è mai riuscita ad adattarsi a quella situazione. Pur con tutte le comodità, lei continua a pensare alla piccola casa in via G Deledda. Così, mentre io quella mattina condividevo emozioni e patemi, i miei genitori decidevano di tornare a Nuxis. Prepariamo un paio di borse con abbigliamento ed effetti personali di ciascuno di noi cinque e nel pomeriggio ci trasferiamo dalla mia nonna Lindiri. Sono contenta. Da nonna mi diverto. Dormiremo nella stanza vicino a quella dei nonni. Un grande letto matrimoniale con la testiera in metallo, due comodini. Alla destra del lettone, una branda con un materasso durissimo e odoroso di crine. Un crocifisso alla parete, una scala di legno e di fronte una finestrella che, ad aprirla in estate, mostra un tappeto verde muffoso di pampini. Il soffitto di canne rilascia di quando in quando, pezzetti di calce dall’incannuciato. Il pavimento “intaullau” è double face. De S’aposentu è il pavimento, della stanza sotto è il soffitto. Tavole grezze che da quella estate e per tutto il tempo che i miei nonni hanno vissuto nella casa della curva, io ho lavato con acqua miscelata alla famigerata varecchina.
La mattina seguente vengo accompagnata alla scuola di Nuxis. Mancano una ventina di giorni prima della conclusione e non devo perdere le lezioni. Nuovamente sradicata e trapiantata. Li conosco. Maestro Silvio, i miei compagni e le mie compagne. Io sono a disagio e loro sono curiosi. Alla ricreazione tutti hanno qualcosa da regalarmi. Imparo dei giochi nuovi. Perlopiù sono giochi da fare in coppia. Dei battimani a velocità sostenuta e il gioco dell’elastico che io so fare solo con le mani e a Nuxis imparo a farlo anche con le gambe. Lo ricordo bene il cortile della scuola. I meravigliosi ulivi che, dalla prima classe alla metà della terza elementare, erano per me un bel passatempo. Accosciata, osservavo l’andirivieni delle formiche che percorrevano la corteccia rugosa e antica. Tutto è rimasto uguale, tranne la distanza tra me e la corteccia. Sono più alta e non osservo più le strade tracciate dalle “fromigas spitzuadrixis”. Le lezioni terminano alle 12:30 e io corro a casa di nonna non distante dalla scuola. Il fiume coi suoi sassi arrotondati e lisci, l’acqua che gorgoglia fredda e invitante e spesso, levati i sandali, mi mette in ammollo stando bene attenta a non scivolare in “sa lana ‘e perda” e a non portarmi a casa, attaccate alle gambe, le viscide sanguisughe. Mi piace stare qui. La tensione di mamma si è attenuata e nonna, anche se severa, riesce a rassicurare tutti noi. I lavori per la nostra nuova casa saranno conclusi per la fine dell’estate e perciò, mi rilasso, studio e mi godo una estate dai nonni. Per il nonno sono “bimba dagli occhioni blu”. E’ sempre allegro e si burla, da buon toscano, di tutti noi. Non ho grandi incarichi oltre lo studio. Mi occupo di riordinare, e poco altro. Gran parte della giornata la trascorro con mia cugina Paola giocando alla “farmacista”. Mamma giorno dopo giorno migliora e i miei fratellini Vivi e Lelle, giocano nel cortiletto con o senza me.
E’ un bel mondo. Dopo il riposo pomeridiano, le donne iniziano i lavori di rammendo, sartoria, ricamo o maglia rigorosamente dentro il proprio cortile, poi, a turno, “tocai piciocheddus, andai a domu de cia Marieta. Naredda: a nau nonna de andai” e ci troviamo tutti sparpagliati per i vari cortili a formare le squadre di vicinato. Con la prima ombra godibile per frescura, tutti in strada.serera 00 00 Ogni “treminaxu” ha il suo gruppuscolo di donne e ragazzini. Noi ragazzini e ragazzine ci organizziamo per “guardie o ladri”, “nascondino”, “strega comanda” e ben presto scompariamo nei cortili sguarniti della presenza delle madri. I capannelli femminei, da treminaxu a treminaxu, intavolano argomenti seri, scherzosi, piccanti e con qualche deviazione a sgranar rosari. Pian piano si fan le sette e, una dopo l’altra, le donne, chiamati i figli, rincasano a preparar la cena salutando con un “si bieus apustis de cena”. Ricordo bene la tinozza di zinco colma d’acqua intiepidita al sole e l’odoroso sapone sardo che ci lustrava per la cena e ricordo anche l’acre odore di polvere e sudore delle corse tra i cortili. Dentro casa, chi apparecchiava, chi cucinava e dopo la cena…tutti fuori, arrolliendi fincias a mesunoti passara quando l’odore dell’umidità diventava profumo e l’alone della luna ci accompagnava nei sogni dolci e carichi di speranze.
Anche la tristezza di quei giorni ha lasciato la bellezza di una vita non così lontana, eppur così distante
Buonanotte anime inquiete

Claudia Serra