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Sant’Anna Arresi. Da venerdì va in scena il 34° Festival “Ai confini tra Sardegna e jazz”, dedicato a “Porgy And Bess”

Attualità Regionale
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L’edizione numero trentaquattro del Festival Internazionale “Ai confini tra Sardegna e jazz”, organizzata dall’associazione culturale Punta Giara, in programma dal 30 agosto all’8 settembre, ha una curiosa intitolazione. È dedicata non già a un musicista vivente – come fu per Pat Metheny o Mal Waldron, per fare qualche esempio – o a un grande del passato ormai scomparso – come è stato per Albert Ayler e, più recentemente, per Max Roach – ma a una composizione, per di più una composizione ancorché non estranea alla musica africana americana, tuttavia non certo jazzistica. Si tratta infatti di “Porgy And Bess”, dunque di un’opera lirica. E se è vero che in principio e per qualche tempo, sulla natura della “folk opera” scritta da George Gershwin, sul plot di Edwin Du Bose Heyward e testi dello stesso e di Ira Gershwin, fratello dell’autore, la discussione fra i critici è stata aperta, oggi, a partire dalle produzioni degli anni Cinquanta, il caso è chiuso. “Porgy And Bess” è un’opera lirica, singolare, particolare, ma non altro. D’altronde, nel Novecento, basti pensare a “Jonny Spielt Auf” di Křenek, i cui confini toccano jazz e Kabarett o a “Partita A Pugni” di Vieri Tosatti, immersa nel clima neorealistico del secondo dopoguerra o alla “Notte Di Un Nevrastenico” di Nino Rota, dove la commedia all’italiana dà di gomito alla Kammeroper espressionista, gli interventi sulle strutture operistiche sono stati ben più radicali.

E allora non sarà ozioso dare qualche dritta sulla storia e le peculiarità di quella che è considerata la massima creazione di Gershwin, autore decisamente eclettico, divenuto famoso per i pezzi dei musical di gran successo degli anni Venti del passato secolo, divenuti in seguito materiale per strumentisti e cantanti di ambito popular o jazzistico. Autore però anche del Concerto In Fa, della Rhapsody In Blue, di An American In Paris. Composizioni che scrive negli anni Venti, quando già da un pezzo è diventato un compositore di punta di Tin Pan Alley, la strada di New York in cui hanno sede le case di produzione dei musical, la “music machine” della popolarità e del successo.

George è ebreo ma non ebreo sefardita, non è arrivato in Europa con l’immigrazione centro-europea di cui, tanto per dire, fa parte la famiglia Lehman, di origine tedesca, quella che, partita dal commercio del cotone, fonderà qualche decennio dopo la banca Lehman Brothers. Il nostro, nato Jacob Bruskin Gershowitz, era figlio di emigrati ebrei fuggiti dalle persecuzioni della Russia zarista e dei cristiani ortodossi, quasi una pulizia etnica che portò alla massiccia emigrazione verso il Nuovo Continente. È sufficiente pensare che, fra il 1880 e il 1920, giunsero dall’Europa orientale due milioni di persone di religione ebraica, che avevano poco in comune con i correligionari arrivati nella nuova Terra Promessa da qualche secolo o decennio e ormai sulla strada della piena integrazione.

La diaspora ebraica europeo-orientale si trovò, al di là del diverso colore della pelle, in una condizione non dissimile da quella dei discendenti degli schiavi: una condivisione di destini che trovò un ambito assai peculiare nel mondo dello show business, degli spettacoli itineranti, del vaudeville e del ministrel show, nei quali la grande vena creativa e le particolarità espressive delle due comunità – tanto per citarne due: la singolare comicità ebraica, massimo epigono Woody Allen, e la corporeità liberante delle danze di ascendenza africana – da cui derivano charleston, tip tap e lindy hop – vennero proficuamente a contatto.

Non di meno i temi religiosi antico-testamentari finirono per accostare i sentimenti delle due comunità. Come ha ben notato James Weldon Johnson, il racconto delle tribolazioni del popolo ebraico narrate nella Bibbia accese l’immaginazione degli africani americani e si espresse massimamente nello spiritual: «Come Dio aveva guidato Israele fuori dalla schiavitù in Egitto, così Egli avrebbe guidato loro».

Quel che è certo è che gli ebrei furono fra i massimi esponenti della fondazione della canzone popolare negli Stati Uniti. Qualche nome? Oltre a George Gershwin, Irving Berlin, Richard Rodgers, Harold Arlen, Jerome Kern, Arthur Schwartz, per la musica, Oscar Hammerstein II, Yip Harburg, Lorenz Hart, oltre a Ira Gershwin per I testi. Dentro questa musica portarono tutto quel che si assorbiva dall’aria elettrizzante del melting pot americano e quel che tenevano nel cuore e nella memoria, la musica yiddish. Il ritmo sincopato, però, quello che caratterizzerà la popular music e influenzerà quella del mondo intero a partire dal primo dopoguerra, quello lo presero dagli africani americani.

Per tornare alla nostra “Porgy And Bess” e al suo pezzo più famoso, “Summertime”, quasi in apertura del primo atto, ancora oggi è difatti aperta la discussione se la melodia si rifaccia a uno spiritual o a un motivo popolare della Russia meridionale. Fatto sta che, come raccontò il musicista autore di colonne sonore Bernard Herrmann, Gershwin, ancora alla prima dell’opera, andata in scena il 10 ottobre 1935 all’Alvin Theatre di New York, era preoccupato che quella ninna nanna non suonasse «troppo yiddish», mentre chi non sa che è un’aria d’opera non immaginerebbe mai che non sia stata scritta da un nero d’America. Tensioni e contrasti, giustapposizioni e accostamenti hanno fatto di “Porgy And Bess” un lavoro che da subito ha suscitato discussioni, perplessità, polemiche e reazioni sdegnate. Portare la vita della comunità Gullah di Catfish Row (il “Villaggio del Pesce Gatto”, con libera traduzione), immaginario sobborgo della città di Charleston, nel South Carolina, era certo un atto di coraggio prossimo alla sfrontatezza, pure nell’America di Roosevelt e del New Deal. Ma l’autore ci credette fin da principio, nella possibilità di una “opera popolare”, profondamente “american”, aperta al folklore musicale e di forte, scabroso impatto narrativo. Ci credette fin da quando lesse il romanzo di DuBose Heyward, “Porgy”, uscito nel 1925, da cui poi la di lui moglie Dorothy Kuhns trasse un copione teatrale. Come si capisce dalle date, la genesi fu lunga a laboriosa ma il risultato non fu apprezzato dai contemporanei. La critica statunitense, ancorché meno legata e schemi e paradigmi rispetto a quella europea, non mancava di formalismo, per cui l’ibridazione dei generi di cui è intrisa “Porgy And Bess” negli anni Trenta del secolo scorso non era considerato un pregio, com’è ben oggi, dalla “postmodernità” in poi, bensì un difetto, come diceva Orazio dell’arte “senza unità”, paragonandola al corpo di una sirena: «desinit in piscem, mulier formosa superne», “termina in pesce la donna dal busto grazioso”.

Se dunque da una parte, l’America dell’establishment “bianco” non sapeva e non poteva accettare l’opera né dal punto estetico né da quello socio-culturale, non di meno la borghesia nera vedeva “Porgy And Bess” come il fumo negli occhi. Catfish Row era l’immagine di un mondo misero sotto tutti i punti di vista, in cui il bene faticava inutilmente per trionfare, seppellito dall’indigenza, dalla violenza, dal vizio. Gershwin, per entrare in un mondo che non era suo, non bastandogli certo i plot degli Heyward, soggiornò per un bel pezzo nella Carolina del Sud, impadronendosi perfino della parlata dialettale che poi toccò a al fratello Ira e a DuBose trasfondere nelle liriche: il risultato è tale da avvicinare l’opera a certe atmosfere da neorealismo ante litteram, e gli “ante litteram”, il più delle volte, non hanno riscontro immediato. La comunità, anche quella intellettuale, africana americana che nel decennio precedente aveva dato vita a movimenti quali il Rinascimento di Harlem ed era attraversata dall’aspirazione ad integrarsi nella febbrile società della Jazz Age, non poteva vedere di buon occhio la fotografia, scattata per di più da un bianco, di un panorama autentico ma che si voleva dimenticare. Né più fortuna, manco a dirlo, ebbe negli anni Sessanta, in pieno clima di lotta per i diritti civili dgli africani americani.

La direzione artistica del jazzfest di Sant’Anna Arresi, nel dare un senso alla scelta, ha messo in luce precipuamente questo aspetto, dandone una lettura di reciproco razzismo: razzismo “bianco”, che non accetta i “negri” sul palcoscenico dei teatri d’opera, razzismo dei “neri” che non accettano che un “bianco” descriva i “negri” impersonandoli come gli abitanti di Catfish Row. Un punto di vista importante, nell’Italia dei “porti chiusi” e dell’incendio razzista su cui soffiano irresponsabili uomini politici senza scrupoli, ciò che conferma, ma senza che ve ne sia necessità, la sensibilità verso il presente che ha sempre caratterizzato l’attività di Punta Giara, per la quale l’arte libera da qualsivoglia vincoli è viva solo quando sa parlare agli uomini vivi.

Non è dato sapere che cosa abbiano preparato gli artisti che saliranno sul palco Ci si augura che sappiano cogliere, oltre all’input di chi li ha invitati ad esibirsi in una delle rassegne più importanti del panorama internazionale, anche la miriade di aspetti che qui si è voluta proporre al lettore, invitato da un bel programma a trasformarsi in fruitore. “Porgy And Bess” è davvero un ricchissimo contenitore di idee e spunti dialettici e discordanti che trovano sintesi in se stessi e nell’insieme, dal quale si può pescare all’infinito o giù di lì: senza questo gran salto in avanti della cultura musicale e non solo, nell’America dei decenni successivi non ci sarebbe stato, tanto per dire, un fenomeno dirompente, al di là e al di qua dell’Atlantico, come “West Side Story” e tutta l’opera teatrale di Bernstein.

Le riletture in campo jazzistico e non di singoli numeri dell’opera, trattati come veri e propri song, ovviamente non mancano. Indimenticabili le versioni della coppia Satchmo-Ella e dell’Oscar Peterson Trio, che le dedicarono intere produzioni discografiche; tra le versioni di “Summertime”, si imponer per la sua dirompenza quella di Janis Joplin, mentre ben singolare è il trattamento pop fornito per “It Ain’t Necessarily So” dai Bronski Beat e dalla voce di Jimmy Sommerville. Certo è però che quella più celebre e pure discussa è la “Porgy And Bess” di Miles Davis e dell’orchestra di Gil Evans, contente la versione strumentale più famosa e probabilmente più bella di “Summertime”: un vero e proprio concerto per tromba e big band costruito su arrangiamenti geniali e costati al grande arrangiatore e band leader mesi e mesi di lavoro minuzioso di orchestrazione. Un disco che a suo tempo fece discutere – sembra proprio il destino di “Porgy And Bess” – per la sua natura: vi fu chi, come Pino Candini, sulle pagine di “Musica Jazz” si spinse a negare la natura jazzistica del lavoro, fondato in maniera decisamente preponderante sulla scrittura, con poco spazio per l’estemporaneità, anche negli interventi del solista. Una constatazione che lascia intendere quanto sia difficoltoso aprirsi a una rilettura di questo grande monumento della musica del Novecento.

Le produzioni direttamente riconducibili al tema della manifestazione sono due.

La prima, in programma il 1° settembre, è a cura della Burnt Sugar Arkestra Chamber, ospite del festival per la terza volta e protagonista due anni fa di una indimenticabile performance dedicata all’opera di Max Roach. “Porgy & Bess - The Astro Trapfish Row Remix” il titolo del programma che presenteranno, in esclusiva europea, sul palco al cospetto del nuraghe, che lascia immaginare una rilettura piuttosto spregiudicata, in bilico tra l’amato Sun Ra e la commistioni con la trap che a New York sono da un pezzo una strada imboccata da artisti importanti, della stregua di Ambrose Akinmusire. Formazione aperta ad ogni genere di contaminazione e caratterizzata da esecuzioni dirette alla maniera di Butch Morris e Wadada Leo Smith – conduzione e improvvisazione costruite in un “impromptu” gestito attraverso un codice di gesti – la performance di Burnt Sugar è per lo più sorprendente e mai scontata, sempre caratterizzata dall’estemporaneità.

La seconda produzione di cui si tratta sarà opera, l’8 settembre, di un altro protagonista dei cartelloni di Sant’Anna Arresi degli ultimi anni, quel Rob Mazurek, cornettista, compositore e organizzatore di formazioni grano di e piccole che ama tanto il paese di “Ai confini” da averlo eletto sede, qualche anno fa, del suo matrimonio. Anche da lui, chicagoano immerso nella cultura della libertà su cui di fonda l’avanguardia della Città del Vento, ci si attende una prestazione non banale, ricca di spunti sorprendenti e stranianti, grazie al grande apporto che saprà fornire la sua Exploding Star Orchestra, big band assai prossima agli stilemi di Sun Ra. Va ricordato che l’ensemble due anni fa ha pubblicato un lp triplo, “Galactic Parables”, registrato nel corso del festival.

Quanto al resto del ricchissimo programma, si parte venerdì 30 agosto con i Dwight Trible Quartet. Dwight Trible, oltre a cantare con i più conosciuti musicisti del jazz sperimentale, si è occupato anche di elettronica e di hip hop: è indubbiamente un artista dinamico che utilizza la sua musica per aprirsi agli incontri più inconsueti e disparati.

Il secondo set della serata prevede il progetto Pocket Scienze che vedrà protagonista Kahil El Zabar, un grande della percussione jazzistica il cui stile e contenuti musicali passano dai suoni dell’Africa antica a quelli più moderni. Ha suonato non solo accanto a grandi come Dizzy Gillespie e Cannonball Adderley, ma ha anche fatto parte anche della band di Stevie Wonder, Nina Simone e Paul Simon, oltre a registrare con gruppi rock come Sonia Dada e Poi Dog Pondering.

Il 31 agosto due set entusiasmanti, di cui uno formato da Dwight Trible con Kahi El Zabar ed un progetto particolare della Burnt Sugar dedicato alla musica di David Bowie.

La serata del 2 settembre sarà arricchita da un concerto speciale; salirà sul palco di Piazza del Nuraghe Giovanni Allevi, pianista e compositore di fama mondiale. Non si contano, infatti, i premi e riconoscimenti ricevuti da lui non solo in patria, ma anche all’estero, qui a Sant’Anna Arresi farà un omaggio al festival ed ai grandi jazzisti che lo hanno ispirato.
Successivamente sarà poi la volta della Sardina Instabile Orchestra che porterà in scena un progetto interamente dedicato al musicista romano Carlo Mariani, scomparso l’anno scorso, grande amico della Sardegna e della sua musica, e le sue launeddas: il progetto sarà diretto dal sassofonista Sandro Satta, dal pianista e compositore Paolo Carrus e dal chitarrista Alberto Balia. Il progetto costituisce un’esclusiva per il palco di Sant’Anna Arresi per il quale è peraltro stato ideato e realizzato in tutta la sua originalità.

Il 4 settembre è previsto, nel primo set importante, un solo di pianoforte di Lonnie Holley, artista poliedrico, non solo infatti pianista ma anche scultore, fotografo e amante di tutte le arti visive. Artista la cui storia di vita sembra un romanzo iniziato quando ancora erano in vigore le leggi razziali. Le opere di Lonnie Holley sono oggi presenti nei più importanti musei americani, mentre le pubblicazioni discografiche sono caratterizzate da un’intensità espressiva difficilmente catalogabile.

Il secondo set sarà invece quello di Ambrogio Sparagna e l’Orchestra popolare italiana, progetto titolato “La notte del gran ballo” dedicato a Carlo Mariani. Sparagna, uno dei più importanti musicisti della musica popolare europea con all’attivo numerosi progetti realizzati in collaborazione con importanti e prestigiose istituzioni, concertistiche e non, nazionali ed internazionali e con artisti italiani e solisti da tutto il mondo, dirige l’Orchestra Popolare Italiana, un originale ensemble di voci, organetti, percussioni e tanti strumenti musicali tradizionali che propone un variegato repertorio che abbraccia diverse regioni d'Italia, con particolare attenzione al repertorio di canti e di balli (pizzica, tarantella, saltarello, tammurriata) del Mezzogiorno.

Lonnie Holley sarà protagonista con suo trio anche nel primo set previsto per la serata del 5 settembre, che vede come secondo spettacolo il progetto di Matthew Shipp Trio con special guest Nicole Mitchell. Matthew Shipp, pianista che rappresenta indubbiamente uno degli astri principali della nuova generazione di giganti del jazz , non necessita di ulteriori parole, essendo assai noto al pubblico della piazza del Nuraghe. Nicole Mitchell, anch’ella più volte ospite del festival, elemento di punta della scena contemporanea di Chicago, è altresì considerata attualmente una delle migliori specialiste del flauto in ambito jazzistico.

La serata del 6 settembre prenderà il via con un piano solo di Joshua White che è stato definito come uno dei più creativi e tecnicamente compiuti pianisti del momento, protagonista dei più importanti club e festival della West Coast. Il Joshua White Quartet si incentra sull'interpretazione originale delle composizioni, oltre a esplorare i confini dell'improvvisazione collettiva.

Il secondo appuntamento della serata sarà quello col progetto che prende il titolo di “Galactic Parables III”, terzo episodio di un lavoro iniziato, come detto, qualche anno fa, eseguito da Rob Mazurek e la Exploding Star Orchestra. Si esibirà in un progetto originale studiato appositamente per questa edizione di “Ai confini tra Sardegna e jazz”.

Il 7 settembre vedrà nuovamente protagonista Nicole Mitchell con la sua Black Earth Ensemble, per “Liberation Narratives”, un lavoro di “jazz & poetry” su cui l’artista chicagoana, una delle menti più visionarie del panorama culturale contemporaneo, affascinata da tempo dalla letteratura afrofuturista, ha lavorato con il poeta Haki Madhubuti e i suoi testi abrasivi sulla realtà degli Stati Uniti.

L’8 settembre, prima del lavoro di Mazurek su “Porgy And Bess”, andrà in scena il solo di tromba di Ben Lamar, uno dei più avventurosi e frenetici artisti della scena musicale, capace di passare dal jazz d'avanguardia all’hip-hop, dell’indie rock alle tradizioni brasiliane e alla composizione elettronica sperimentale.

Si terrà, in parallelo con i concerti sul “main stage”, una serie di concerti altrettanto interessanti, dislocati sulle spiagge di Porto Pino e Porto Tramatzu e nella località di Palmas Vecchio, a San Giovanni Suergiu, dove la Bandakadabra, street band che si è esibita nei più importanti festival del settore, teatri ed eventi musicali di tutta Europa farà mostra di tutta la sua energia musicale. Si terrà inoltre un concerto di Matthew Shipp sulla spiaggia di Is Solinas, nel territorio di Masainas. Concerti realizzati grazie alle collaborazioni con le amministrazioni comunale di Masainas, di Teulada e di San Giovanni Suergiu nonchè con l’associazione culturale Palmas Vecchio. Da non dimenticare anche i seminari musicali per bambini titolati “Le nuove strade del Porgy and Bess” che si svolgeranno nelle date del due e del tre settembre a Masainas e diretti dalla Bandakadabra, che il 4 settembre si esibirà in un concerto a conclusione di tutte queste attività.

Inoltre sarà presentato nella giornata del 3 settembre “Cloud Arrangers”, il nuovo lavoro editoriale e fotografico di Ziga Koritnik, l’ecclettico gigante della fotografia, innamorato della Sardegna, che in oltre trent’anni di carriera ha documentato con le sue immagini tutti i più importanti festival jazz del mondo.

L’inizio dei concerti è previsto per le ore 21.

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