Erano gli anni tra il ’43 ed il ’45, in Italia imperversava la guerra e la scure fredda della mano nazifascista, che dominava in lungo ed in largo.
Oramai il destino dei regimi era segnato, dopo gli sbarchi alleati. La guerra però si faceva più cruenta, non risparmiava nessuno. Gli eccidi ed i bombardamenti scuotevano il paese da nord a sud. Non esiste angolo della nostra patria che non porti cicatrici indelebili di quello che accadde 75 anni or sono.
C'è chi oggi cerca di cancellare quella memoria, chi la mischia con il fumo, chi tenta di darle un colore. Ma la storia è più forte di ogni cortina di nebbia, di ogni velo che gli si voglia calare sopra. Una storia che racconta di un popolo che si fece parte della sua liberazione, che vinse le divisioni ideologiche per combattere per la sua libertà. Un popolo fatto di soldati, medici e agricoltori, avvocati e insegnanti, comunisti e repubblicani. Tra le fila di questa grande famiglia si contavano e camminavano fianco a fianco giovani e meno giovani, cattolici, agnostici e laici.
Non esistevano distinzioni tra coloro che combattevano, si aiutavano l'un l'altro. Combattevano un nemico che era più potente e forte delle loro divisioni, quel nemico che li privava della libertà del loro pensiero, della loro dignità di uomini liberi. Morirono in tanti, morì parte della bella gioventù che tentava di costruirsi un futuro degno di essere vissuto senza la paura del sopruso, della violenza, della morte che aleggiava nell'aria in quegli anni di lotta.
Sono 75 anni che questo immenso sacrificio viene ricordato, viene ricordato per non rivedere i numeri tatuati su braccia di uomini incolpevoli.
Per non aver ricordo più fresco di fucilazioni sommarie nei paesi dell'Emilia, devastati, tra il ’44 ed il ’45, dalle SS naziste e dai repubblichini di Salò.
Oggi, a quegli uomini che ci hanno regalato la libertà dalla tirannia e la schiavitù dobbiamo il rispetto della memoria storica, del ricordo, di un fiore rosso. Il rosso di quel sangue versato da giovani braccia che combattevano per il diritto di esistere, non per loro, loro sapevano che avrebbero potuto non avere futuro: ma per il nostro diritto di esistere come uomini liberi.
Oggi, c’è chi racconta che il 25 aprile è la festa dei comunisti, dimostrando così di non conoscere la storia. La storia è una madre che non giudica e non impone nulla a chi l'ascolta e la comprende.
Non dice da che parte devi o non devi stare, è silente e crudele, non la puoi contraddire, né puoi intavolare con lei discussioni su quale sia o meno la verità. Lei racconta la verità, la racconta tutta senza parteggiare e sta a noi ricordare ciò che ci dice.
Ci racconta la vita dei fratelli Cervi, figli di Alcide, torturati e poi fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia.
Ci racconta le stragi dei paesi dell’Appennino tosco emiliano e delle Alpi apuane tra il ’44 e il ’45.
La storia, questa grande madre, ha i volti e le lacrime dei bambini bruciati nei forni degli stalag dei campi di sterminio.
Porta con sé il rumore sordo e metallico dei treni partiti, carichi di morte, dal binario 21 della stazione centrale di Milano.
Ha il suono atroce delle grida delle donne e uomini trucidati per rappresaglia alle Fosse Ardeatine di Roma.
La storia, il 25 aprile ci racconta di un popolo che ha lottato, combattuto, vinto e sacrificato la vita di tanti per renderci uno stato libero.
Questa è la storia di un paese che resiste, e ogni giorno, tra il 26 aprile ed il 24 aprile dell'anno successivo, continua a cantare i canti dei partigiani morti per la loro e la nostra libertà.
Oggi è il giorno della liberazione, il giorno della memoria, il giorno della Resistenza della storia sulla follia di chi vuole offuscare ciò che è stato.
Per cui, essere partigiani non è solo un dovere, ma una responsabilità civile di tutto quel popolo che ha ascoltato la Madre Storia e ne ha compreso l'insegnamento.
Ora, è sempre RESISTENZA, Italia.
Roberto Martinelli