E così questo anno assurdo si è portato via Bruno Rombi, e i parenti e gli amici non potranno nemmeno raccogliersi per un ricordo. Lascia una vita piena e vissuta con impegno e generosità di educatore, di artista, di poeta, di intellettuale e di tante altre cose, ma soprattutto di calasettano e di tabarchino.
Gli debbo tantissimo: fu il primo a recensire la mia “Letteratura genovese e ligure” ai tempi in cui scriveva sul glorioso “Corriere Mercantile”, fu il primo a parlarmi tabarchino, fu il primo a portarmi, esattamente trent’anni fa, nell’aprile del 1990, nelle isole che sarebbero diventate la mia seconda patria. Bruno era un uomo spigoloso, alle volte, profondamente irrequieto, ma sapeva voler bene fino in fondo alle persone, ai luoghi e alle cose. La vita che ha tanto amato non gli è stata facile, come facile non dovette essere per lui lasciare il suo paese, in gioventù, per compiere quel singolare “ritorno” che lo portò proprio a Genova, dove visse sempre da “esiliato” per quanto profondamente inserito in un ambiente culturale che, nel suo provincialismo, non sempre apprezzò il valore di questo vagabondo senza frontiere al tempo stesso profondamente radicato nelle sue due terre. Lo conobbi ai tempi del “Vocabolario delle Parlate Liguri”, per il quale collaborò alla raccolta del lessico di Calasetta, e poi come collaboratore della Marietti, all’epoca vivace casa editrice genovese presso la quale lavoravo e dove avevo pubblicato la mia storia della letteratura. Seguiva i miei interessi e mi propose quel primo viaggio dal quale nacque il mio legame con la Nazione Tabarchina e la decisione di studiarne (e per quanto possibile promuoverne) la lingua: posso dir per questo che senza Bruno, non sarei – nel bene e nel male – quello che sono. Nel tempo facemmo altre cose insieme, fino alla pubblicazione nel 2002 della raccolta delle sue poesie in tabarchino, “Vuxe de Câdesédda”, un unicum all’interno della sua vasta e apprezzata produzione letteraria svoltasi per il resto in lingua italiana. Poi, a poco a poco, fui io ad intraprendere una vita vagabonda, e negli ultimi anni ci si sentiva e ci si vedeva di meno, a Genova o a Calasetta, ma il legame era sempre forte, come forte era e sarà sempre il mio debito di riconoscenza nei confronti di questa specie di poeta marinaio con i piedi saldamente ancorati “inta vigna” del suo paese. Bun viegiu in’otra vótta, Bruno, t’ho intu cö pe delungu.-
Fiorenzo Toso
(fonte tottus in paris, autorizzazione dell'autore)