«Dal 1° luglio il Nuraghe Sirai chiude: a chi importa del patrimonio archeologico?». È un duro “j’accuse” all'amministrazione regionale quello dell’archeologa Carla Perra, direttore del Sistema Museale di Carbonia, nonché protagonista in questi anni delle importanti attività di scavo del sito posto ai piedi dell’altura di Monte Sirai: «Nel Progetto per la realizzazione del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, affidato dalla Regione Sardegna in seguito ad un Bando internazionale – denuncia in un post su Facebook – sono stati eliminati completamente gli interventi sui siti archeologici. La Regione Sardegna non ha dunque recepito quello che è evidente, ma neanche quello che è dichiarato nel Decreto istitutivo del Parco, e cioè che i siti archeologici costituiscono parte della storia del Sulcis». Come è noto, il Nuraghe Sirai è un luogo emblematico nella storia della civiltà nuragica e delle interazioni con i popoli di volta in volta venutivi a contatto, nel caso specifico i fenici: «Nel Nuraghe Sirai – spiega Perra – si trasformava la quarzite del Monte Leone in vetro, la più antica officina del vetro, VII secolo a.C.,; a Sulky, Sant’Antioco, nell’VIII si lavorava il ferro, solo per fare qualche esempio».
L’approfondimento, lo studio e la possibilità di nuove e sorprendenti scoperte è messo a grave rischio dall'atteggiamento della regione, nondimeno i posti di lavoro degli studiosi e delle maestranze: «Dal 1° luglio – paventa l’archeologa – come succede agli scavi abbandonati, il Nuraghe Sirai inizierà lentamente a cadere, pezzo per pezzo. Gli archeologi che dirigono gli scavi dei cantieri sulcitani, e i circa 50 lavoratori, formati con corsi di riqualificazione nel 2010 e nel 2014, e soprattutto con quasi vent'anni di esperienza verranno spostati dalla virtuosa filiera dell’archeologia a qualche intervento di bonifica di qualche pozzo o galleria mineraria dismessa, in qualche sito lontano dal loro comune di residenza, per dimenticarsi delle loro competenze specializzate, acquisite nello scavo, nel restauro, nella documentazione. A Carbonia, ad esempio, è previsto un unico cantiere di bonifica a Serbariu per una squadra di cinque lavoratori e un posto di lavoro all’archivio della stessa Miniera, dove, a quanto risulta, funziona nella maniera migliore sia l’Archivio storico Comunale che la gestione del Museo CICC».
Evidentemente la tutela dei beni archeologici finisce per passare per la cenerentola nella dotazione di risorse, ad onta dei tanti bei discorsi sul tema di politici e amministratori di turno: «A questo punto – conclude il post – ci si chiede: a chi interessa che un modello virtuoso dell’utilizzo delle risorse pubbliche per la tutela dei Beni Archeologici possa continuare? La risposta è che interessa solo a chi ci ha davvero lavorato, ai lavoratori dei cantieri e ai cittadini che in questi anni hanno seguito con interesse le attività archeologiche, come la “ri-nascita” del Nuraghe Sirai a Carbonia, e considerano il patrimonio archeologico come un bene comune. Chissà se questo mai basterà, chissà se potrà insegnare qualcosa a chi decide».
Giovanni Di Pasquale