Venerdì 28 e sabato 29 ottobre 2016 nella sede arcivescovile di Cagliari in via monsignor Cogoni, si è svolto il 35° convegno nazionale A.I.M.M.F Associazione Italiana Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia. Una delle finalità che si proponeva l’associazione è la promozione dei diritti dei cittadini di minore età e della famiglia. Il Convegno ha avuto il merito di coinvolgere culture e professionalità diverse operanti in un campo comune. L’invito è stato esteso, oltre ai magistrati minorili e della famiglia, ad avvocati, assistenti sociali, psicologi, pedagogisti, educatori, medici. Professionisti interessati ad approfondire tematiche relative al minore e alla famiglia. Mondi diversi che hanno poche occasioni di confronto e lo scopo del convegno è stato appunto quello di sottolineare il diritto del cittadino di minore età a crescere in una società inclusiva dove l’intervento dei servizi e della giurisdizione sia orientato alla promozione di tale diritto, con un approccio alla cura delle relazioni e al superamento delle disfunzioni che creano pregiudizio.
Convegno particolarmente partecipato probabilmente per il richiamo del tema particolarmente interessante e per i nomi illustri che si sono avvicendati. Durante la prima giornata di lavori per citarne due su tutti, Vladimiro Zagrebelsky magistrato italiano, giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo e Elisabetta Lamarque dottore di ricerca in diritto costituzionale all’università di Ferrara.
L’apertura dei lavori ha affrontato il tema de “IL DIRITTO DI AVERE DIRITTI”. Diritti concreti, non teorici e illusori. “Teorici e illusori” perché riferiti alle leggi e alla loro forma, concreti rispetto al potere giudiziario che ha il dovere di passare dalla teoria alla applicabilità. La prescrizione nella sua applicazione si rimette all’aspetto umano ed emozionale del magistrato.
La preoccupazione espressa dai magistrati presenti al Convegno è che le scarse risorse del Paese comporteranno l’onere per lo Stato rispetto alla loro allocazione. Per il momento si prospetta l’abolizione dei Tribunali per i Minorenni. A tal proposito in ogni caso, il Sottosegretario alla Giustizia Chiavaroli ha dichiarato che è necessario correggere le criticità del DDL creando momenti di confronto fra le associazioni interessate per scongiurarne la soppressione.
Il Tribunale per i Minorenni è un organo a tutela del minore e della famiglia, da qui la citazione a più riprese dell’Art. 8 dei Diritti Umani e la constatazione che nel T. per i M. nell’applicazione delle Norme, si passa dal “generale astratto” prescrittivo, all’effettivo con l’introduzione delle Emozioni. Effettivo che implica valutazioni psico-sociali affidate ai servizi sociali. Spesso infatti nelle cause relative ai minorenni il Giudice è Onorario, psicologo o pedagogista. Si distingue in tal senso tra Certezza della Pena, indicativo di “generale astratto” e l’“individualizzazione della pena”, prevedendo nella comminazione della stessa, valutazioni psico/pedagogiche rispetto all’evoluzione del soggetto in questione. Detto in altri termini, l’Autorità della Legge deve essere sostituita dall’Autorevolezza dei Giudici.
Evidenziata l’importanza dei servizi sociali nella:
1. Acquisizione delle informazioni relative al minore e alla sua famiglia per la costruzione della storia familiare
2. Garanzia che il Procedimento non ostacoli la crescita.
3. Aiuto e sostegno del minore e della famiglia.
4. Predisposizione di un progetto educativo che sviluppi le capacità residue per l’eventuale messa alla prova.
Tutto ciò comporta che vi sia una relazione ottimale tra Attori differenti quali il Tribunale per Minorenni e Servizi Sociali che attraverso i Servizi Educativi Territoriali osservano, predispongono e attuano il progetto educativo. Dunque il Servizio Sociale ha una sua competenza ed è chiamato a svolgerla fornendo in caso di messa alla prova del minore o del nucleo familiare, progetti precisi, collocati temporalmente e valutabili.
Il dottor Alfio Maggiolini, psicoterapeuta, docente di psicologia alla Bicocca e direttore della scuola di specializzazione in psicologia analitica dell’adolescenza e del giovane adulto, sostiene che ci sono diversi modi di intendere la collaborazione tra operatori sanitari, servizi alla persona e tribunali. L’integrazione deve avvenire con la distinzione dei ruoli che di per sé sembrerebbe una dicotomia, ma è una necessità istituzionale. Importante è invece l’integrazione tra gli operatori predisponenti l’intervento educativo e gli operatori della giustizia. Il progetto educativo deve osservare determinate indicazioni:
1. Non deve essere coercitivo, perché ciò aumenterebbe i problemi e non produrrebbe cambiamenti auspicabili.
2. Deve sviluppare empatia e consapevolezza rispetto ai bisogni del soggetto
Tutto ciò dovrebbe essere utile per creare un’alleanza educativa e conseguentemente produrre una crescita evolutiva del minore e della famiglia. Ogni progetto educativo deve poter valutare i RISCHI, i BISOGNI, e la RESPONSIVITA’ o capacità contrattuale. In ogni caso il Progetto Educativo sarà soggettivo, tagliato sul bisogno personale, caratterizzato da integrazione di tutti gli operatori e quindi multisistemico.
A conclusione dei lavori, dalla restituzione alla assemblea è emersa la difficoltà di dialogo tra i diversi servizi e/o istituzioni. Le domande che sorgono e che per il momento non trovano risposte esaustive sono: da dove nasce la difficoltà a relazionarsi e cosa causa. Ci si chiede altresì se si possiedono gli stessi strumenti comunicativi. Ciò che sconcerta maggiormente è che tutte le parti in causa consapevolmente ritengono indispensabile la collaborazione ai fini di una maggiore conoscenza dei casi e che questo comporterebbe tempi più brevi e maggior efficacia nell’intervento e in più occasioni è stata rilevata appunto l’importanza, nelle relazioni d’aiuto, del fattore tempo. Ultima nota che riecheggia e che rimanda al prossimo incontro è che la progettazione sociale diventi una buona prassi a discapito di una cultura dell’emergenza che mostra tutte le falle con conseguente inefficacia.
Claudia Serra