Su Muncaroi Mannu: Un Antico Copricapo (seconda parte ))
La tecnica a tampone, mediante matrici di legno (planche) è indubbiamente quella più antica.
I tamponi erano blocchi di legno, lavorati a mano da abili artigiani con gli strumenti classici della xilografia (scalpelli, sgorbie e bulini) per creare in rilievo i disegni da riprodurre.
Una volta impregnati di colore, essi venivano utilizzati come dei timbri per stampare sulla tela.
Per ottenere decorazioni più complesse si adottò in seguito l’artificio di inserire del materiale metallico sulla superficie dei blocchi di legno, fino ad arrivare alla realizzazione di rulli in legno che funzionavano con inchiostrazione in rilievo.
La comparsa delle prime macchine rotative a cilindri di rame, che sostituirono i rulli in legno, rese possibile la stampa in continuo, riducendo i tempi di lavoro.
Nel 1834 Louis Perrot di Rouen (1798 Senlis – 1878 Paris) diede avvio in Francia alla prima meccanizzazione della stampa con l’invenzione della Perrotina che utilizzava delle planches o tavole, incise in rilievo sul legno, per stampare contemporaneamente cinque colori diversi.
Da quel momento in poi si assistette a una proliferazione di macchinari da stampa in tutta Europa, costruiti sul modello della Perrotina.
La realizzazione dei primi coloranti chimici, in sostituzione a quelli di tipo vegetale e animale, segnò l’avvio della stampa tessile moderna.
Nel 1853 l’inglese William Henry Perkin (Londra 1838-1907) realizzò il primo colore chimico di sintesi che fu brevettato nel 1856.
Si trattava della mauveina, detta anche porpora di anilina, un colorante dall’intensa tonalità viola che aprì la strada alla creazione di tanti altri coloranti sintetici in una vasta gamma di colori.
Tinte come ocra, senape, varie tonalità di marrone, bordeaux e verde furono largamente impiegate per la colorazione dei fazzoletti, segnando moda e gusto delle donne sulcitane.
Le signore benestanti non di rado li collezionavano, arrivando a possederne un discreto numero, differenti per colore e stampa.
Venivano indossati con la gonna d’indiana, in pregiato cotone stampato e insieme alla cuffia (sa scufia) sopra la quale era posto il fazzoletto.
Si trattava di un abbigliamento elegante, non di gala ma ricercato, previsto nelle circostanze ordinarie.
Le donne meno abbienti che riuscivano a possederne uno, lo conservavano gelosamente, riservandolo a occasioni significative, compreso il proprio matrimonio.
Una variante di questi apprezzati fazzoletti era su muncaroi tanau che presentava la particolarità di uno sfondo in tinta unita contornato da una fascia a fantasie stampate.
A cura di Vanessa Garau
Le foto pubblicate sono di proprietà del Gruppo Folk Sant’Elia Nuxis.
[Foto timbro di legno dal web]