L’apertura di uno sportello in Lingua Sarda da parte della Procura di Oristano propone alcuni spunti di riflessione, sui quali forse vale la pena di soffermarsi, magari attraverso alcune, semplici domande:
1. A chi è rivolta l’iniziativa?
Se valessero ancora le considerazioni di Leopold Wagner, proprio ad Oristano dovremmo almeno avere due sportelli, uno per il Logudorese ed uno per il Campidanese, dato che la valle del Tirso appare terra di confine delle due lingue.
Potrà interessare qualche anziano, ancora poco avvezzo all’Italiano, ma in età avanzata è meno frequente il ricorso alla Magistratura e adesso sembrano davvero pochi, anche tra gli anziani, coloro che non parlino o capiscano l’Italiano. Lo scrivente all’inizio della propria attività professionale dovette ingegnarsi ad apprendere termini ignoti derivanti da varianti dialettali, per capire e farsi capire dai propri interlocutori; oggi, a distanza di quarant’anni se mi rivolgo ad un ultraottantenne parlando in sardo, sempre più spesso mi sento rispondere in Italiano più o meno corretto. I giovani, invece, potranno non apprezzare questa iniziativa, visto che il Sardo dei loro genitori, ormai nella maggioranza dei casi, lo ignorano.
2. Potrebbe servire per tenere alta l’attenzione su questo aspetto della nostra cultura?
Innegabilmente! Ma anche questa possibilità sembra tardiva. S’immagini quanto sarebbe stato utile uno sportello in Sardo all’inizio dei governi sabaudi, quante incomprensioni e malintesi evitati e quindi quante ingiustizie non commesse ai danni di un popolo che aveva il torto di non capire l’Italiano. Allo stato attuale nessuno sembra preoccupato di non conoscere il Sardo e, quel che è più grave, non si avverte la denaturazione in cui questa popolazione è andata incontro in termini antropologici; infatti se si accettano le definizioni classiche, secondo cui il linguaggio è la facoltà di attivare un processo di comunicazione, attraverso un suoni, gesti e simboli di significato comune ad uno specifico ambiente, si capirà come sia importante l’interazione linguaggio-ambiente e come la denaturazione dell’uno comprometta l’esistenza dell’altro, con le naturali ricadute, certamente negative, anche sul piano psichico.
3. Potrebbe servire come per espediente per tenere vivo il ricordo?
Speriamo che venga smentito, ma temo che l’iniziativa finisca per rappresentare solo questo. Eppure non posso non dispiacermi di vedere che in altre realtà questi “eventi di perdita” si verificano meno drammaticamente: si pensi alle isole linguistiche di Carloforte e, in parte di Calasetta, in cui il comunicare in Tabarchino non crea vergogna né sentimenti d’inferiorità; bravi loro!
Anche noi sardi, dai nostri nonni a noi, avremmo dovuto provare la disponibilità, l’interesse, il piacere di rivolgerci ai nostri figli parlando in Sardo: sarebbe stato questo l’unico modo, perché quello più naturale, per tenere viva la lingua; altri espedienti, anche da parte di personaggi illustri della cultura, hanno, anche in passato, fallito.
Comunque meglio uno sportello in lingua sarda di quello che preconizzo a breve, sempre temendo di non venire smentito: un bello sportello nell’ormai ubiquitaria, denaturata e denaturante lingua Inglese.
Pier Giorgio Testa.
Periscopio sulla società. TALORA SEMBRA PROPRIO “TROPPO TARDI” (di Pier Giorgio Testa)
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