Tradizioni. “Messaius e Messadoris nel Sulcis”. Mansioni femminili e maschili tra 800 e 900. Gruppo Folk Sant’Elia Nuxis A cura di Vanessa Garau
L’economia famigliare nel Sulcis come nel resto della Sardegna, nel periodo compreso tra il XIX e il XX secolo, era caratterizzata dall’unità di produzione e di consumo. Sia che si trattasse di ricchi proprietari o di umili lavoratori, era necessario convogliare tutte le energie e gli sforzi della famiglia in un’unica direzione per ottenere il massimo guadagno. Uomini e donne avevano un ruolo attivo nella produzione, condizionato dalla scala sociale di appartenenza e dall’entità dell’azienda famigliare. Vale a dire che se si possedevano ricchezze e terreni in abbondanza, a lavorare erano servi e dipendenti.La donna, a qualsiasi livello sociale appartenesse, aveva compiti fissi e specifici in ambito famigliare e domestico. La distinzione di rilievo stava nel fatto che se era proprietaria e benestante si preoccupava di controllare che tutte le mansioni (panificare, cucinare, lavare la biancheria, pulire arredo e utensili della casa, tenere puliti aie e cortili, conservare cereali e farine etc... ) venissero svolte in modo efficiente dalla servitù.Il lavoro pesante spettava ai contadini, assunti alle dipendenze delle ricche famiglie de Is Messaius, poche in ogni paese del Sulcis.A Nuxis i maggiori possidenti appartenevano alla famiglia Serafini che dava da lavorare a gran parte dei residenti del paese. Alle dipendenze de Su Messaiu Mannu, il ricco proprietario di beni, terre e bestiame, anche definito con l’appellativo de Su Meri (il padrone), lavoravano vari subordinati, serbidoris ovvero i servi, coloro che servivano il padrone in varie mansioni. Privi di terra o con pochissima terra, venivano assunti a contratto annuale, stagionale o giornaliero.Il numero e la varietà di queste figure professionali impiegate nell’azienda del padrone dipendevano dall’entità dei suoi possedimenti. Lavoravano in genere tutto l’anno, svolgendo compiti che variavano a seconda della posizione occupata all’interno della loro gerarchia.Prima di assumerli, su meri si assicurava che fossero competenti e in buone condizioni fisiche. Inoltre dovevano essere rispettosi nella morale e nei comportamenti sia verso il padrone che gli altri collaboratori.Dal canto suo ogni serbidori ambiva a lavorare con un datore di lavoro generoso e in possesso di terreni produttivi. A ciò era legata infatti la remunerazione di ognuno, consistente in una parte di grano e altri prodotti insieme a un compenso in denaro.L’addetto a coordinare tutte le attività aziendali, impartendo gli ordini per la tracciatura dei solchi e l’aratura dei campi, la semina e la successiva irrigazione era s’omini bastanti. Quest’ultimo aveva autorità su altre due figure professionali, s’omini e su mesu omini. S’omini a sua volta poteva assegnare compiti a su mesu omini.Un’altra figura presente, sebbene più in basso nella scala gerarchica aziendale, era quella de su broinaxu, in genere un giovane in età matura che si occupava del bestiame da lavoro e svolgeva anche la funzione di carradori cioè caricava e scaricava il grano dal carro, spesso trasportando anche le persone. Il pascolo e l’abbeveraggio di questi animali erano affidati a su broinaxeddu, generalmente un adolescente sotto la supervisione de su broinaxu.Stagionalmente veniva assunto chi doveva occuparsi di vigilare sulle colture (vigneti, orti) e sulle aie, su castiadori, una sorta di guardiano sia notturno che diurno che dimorava in pianta stabile in sa barraca. Quest’ultima era una dimora semplice, realizzata con intelaiatura di tronchi e sterpaglie, collocata in campagna.Il guardiano percepiva un compenso da parte dei proprietari, di entità variabile a seconda dell’estensione delle colture sottoposte a vigilanza.
Venivano assunti stagionalmente anche is messadoris ovvero i mietitori di grano. Questi dipendenti si stabilivano in campagna presso gli alloggi che su messaiu metteva a disposizione e avevano diritto al vitto con pane, companatico e vino.
Le spigolatrici, spigadrixis, che potevano essere imparentate con su messadori (moglie, fidanzata o sorelle) oppure donne estranee povere, raccoglievano in mazzi ordinati le spighe cadute o rimaste nei campi, (andanta a spigai) e collaboravano ai lavori nell’aia, treulai, bentulai, incungiai su trigu. Anche per loro era previsto un compenso in grano. Assistevano inoltre a turno i mietitori, fornendo acqua da bere quando questi ultimi ne facevano richiesta. Vestivano lunghe gonne in cotone indossate al rovescio, portavano il grembiule e si proteggevano dal sole coprendo la testa con il fazzoletto. L’abbronzatura infatti non era buona cosa.
Durante la spigolatura procedevano affiancate dietro a su messidori il quale per lavorare indossava la camicia a maniche rimboccate, talvolta insieme al gilet, il capello in paglia o in altro tessuto e i pantaloni lunghi e robusti. Le calzature degli uomini consistevano in scarpe per lo più chiodate, crapitas ferraras, realizzate in cuoio solitamente ammorbidito ricorrendo a s’ollu de seu. Quest’ultimo era grasso bovino che, dopo essere stato sciolto al calore, veniva spalmato sulla superficie delle scarpe. I piedi venivano avvolti con stracius de peis ovvero pezze di tessuto che li proteggevano dalle piaghe da sfregamento delle scarpe, is friaduras.
Le spigolatrici raccoglievano le spighe con la mano destra e le tenevano con la sinistra fino a formare un mazzo di una certa consistenza. Infine fornivano aiuto a caricare i covoni sui carri.
I lavori da fatica come la semina e la mietitura, rimanevano di competenza maschile. Gli uomini partecipavano a tutte le fasi lavorative, sia quelle in cui si usavano attrezzi sia quelle che non ne prevedevano l’uso. Alle donne erano riservati solo certi tipi di lavoro come la zappatura, diradamento, pulitura delle sementi, semina delle leguminose ma non del grano.
Tra gli arnesi a forza umana, la donna usava soprattutto la zappa, mai la falce e tantomeno maneggiava strumenti a trazione animale che le avrebbero richiesto eccessivo sforzo fisico.
E’ probabile che certe proibizioni fossero legate anche a esigenze simbolico-rituali: gli sforzi avrebbero potuto provocare perdita di sangue mestruale ritenuto impuro e dunque possibile causa di impurità del terreno fertile.
E’ opportuno chiarire inoltre che Su Messaiu partecipava raramente come prestatore d’opera manuale. Se interveniva si trattava di momenti brevi e simbolicamente importanti durante le fasi lavorative. Per esempio tracciava il primo solco oppure spargeva i primi grani di semente o ancora mieteva l’ultimo covone. La sua occupazione consisteva piuttosto nel sorvegliare l’attività dei dipendenti e nel prendere tutte le decisioni non di stretta routine. I lavoratori giornalieri, erano chiamati giorronaderis, potevano essere sia maschi che femmine.
Quelli a tott’annu godevano della fiducia incondizionata del padrone e lavoravano anche nella sua casa. Erano dipendenti privilegiati in quanto, a differenza degli avventizi, potevano contare su un’occupazione sicura, ricevendo un compenso giornaliero o alla fine della settimana lavorativa. Gli avventizi, al contrario, restavano per lungo tempo disoccupati.
Le testimonianze e i ricordi di persone che hanno lavorato presso la ricca famiglia Serafini di Nuxis ci hanno permesso di ampliare la ricerca, ancora in evoluzione, sul tema dell’identità e i rapporti di lavoro, individuando ulteriori figure professionali addette alla gestione del bestiame. Tra queste, oltre a su broinaxu e a su broinaxeddu che si occupavano dei buoi, vi erano su bracaxu, adetto al mantenimento delle mucche, su procaxu che gestiva l’allevamento dei maiali, su crabiteri, colui che portava al pascolo le caprette, su pastori che si occupava del pascolo delle pecore e su crabaxu, adetto alla cura delle capre adulte. Si tratta di mestieri diffusi in gran parte del Sulcis sebbene con qualche variazione da un’area geografica all’altra. Una simile suddivisione riguardava le mansioni femminili, per lo più sotto la sorveglianza de Sa Meri, la padrona di casa. La servitù che lavorava alle sue dipendenze era ripartita in serbidora manna (più in alto nella scala gerarchica), serbidora e serbidoreddas.
Infine, una menzione va fatta a s’agiudu torrau, l’aiuto restituito. Si trattava di una prestazione basata sulla reciprocità a cui si era quasi obbligati. Non rendere il favore comportava infatti il rischio di cadere in discredito, diventando oggetto di critica oppure vi era il pericolo di non ricevere aiuto nei momenti di emergenza e di non essere invitati a prendere parte all’abbondanza del prossimo.
S’agiudu torrau veniva scambiato generalmente tra messaieddus e giornalieri i quali, pur possedendo qualche pezzo di terra, non disponevano ne di animali da lavoro ne di attrezzature. I giornalieri offrivano giornate di lavoro in cambio delle quali potevano utilizzare gli animali e gli attrezzi del padrone. Questa pratica era invece piuttosto rara tra Messaius Mannus e altri contadini.
I contratti annuali scadevano il 15 Agosto, data nella quale il padrone si riservava la possibilità di valutare, per ogni dipendente, un rinnovo del contratto o la cessazione definitiva del rapporto di lavoro. Ciò dipendeva dal grado di soddisfazione de Su Messaiu verso i suoi lavoranti. Se non li riassumeva, poteva succedere che li raccomandasse, con le dovute referenze, presso altre famiglie benestanti. Chi veniva riconfermato invece riprendeva a lavorare a Capudanni, il mese di Settembre che, con la vendemmia, dava inizio alla nuova stagione lavorativa.
A cura di Vanessa Garau
[Alcune foto pubblicate sono tratte dal testo “Santadi, Nuxis, Villaperuccio”
di Maria Paola Pinna]