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Su carrasecare e I fuochi di S. Antonio Abate

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Un popolo senza scrittura come quello nuragico, ha trasmesso attraverso i millenni miti e leggende che si sono poi mescolati ai riti della religione cristiana, dando origine a liturgie molto particolari, articolate tra sacro e profano. Molte manifestazioni, definite oggi folkloriche o superstiziose come il carnevale o la medicina popolare, non sono altro che retaggi di culti misterici antichissimi che hanno penetrato profondamente l’anima del popolo sardo ed in essa sono gelosamente custoditi.
Il carnevale sardo, specie quello barbaricino, ha conservato gli elementi arcaici della tragicità da cui ha tratto origine: la celebrazione alle calende di gennaio della morte del dio Dioniso, che poi rinasceva a primavera come la vegetazione. Questa manifestazione pagana venne relegata in tempo cristiano fra i saturnalia, rigorosamente separati dalle celebrazioni cristiane. Malgrado la tenace opera di evangelizzazione condotta in Sardegna sin dai tempi di Papa Gregorio Magno, fu impossibile sradicare rituali, miti e leggende, che perduravano da millenni.
In un tempo lontanissimo in tutta la Sardegna veniva praticato il mascheramento rituale, costituito dalla trasfigurazione dell’uomo in animale, in onore del dio Maimone o Mainoles, meglio conosciuto nell’area mediterranea come Dioniso Mainoles, dio della vegetazione, al quale si chiedevano piogge abbondanti per generosi raccolti. Non a caso il nome di Maimone è rimasto legato a fonti e corsi d’acqua e i più anziani ricorderanno ancora la preghiera con cui lo si invocava nei momenti siccitosi.
Dioniso Maimone era dunque un dio pluviale, fonte di vita per uomini e bestie, venerato nel mondo agropastorale e in ogni paese alle calende di Gennaio (primi giorni del mese) si preparavano i festeggiamenti in suo onore con la rappresentazione dei momenti più forti: la sua passione e morte.
Il rito è antichissimo, probabilmente preistorico e raffigura con la morte del dio la morte della natura e la sua rinascita in primavera. Oggi nella memoria collettiva è rimasto il significato del mascheramento: la richiesta di pioggia e l’auspicio di una buona annata.
Col passare dei secoli il culto si differenziò nelle diverse zone della Sardegna e con l’avvento del Cristianesimo la Chiesa riuscì, soprattutto nelle aree costiere, a proibire i mascheramenti; nelle zone interne dell’Isola questi sono, invece, ben conservati in diverse forme.
Alla fine del 1700 anche in molti paesi dell’interno i mascheramenti scomparvero in virtù della tenace predicazione ad opera del gesuita Giovanni Battista Vassallo, che minacciava di scomunica coloro che praticavano questo mascheramento bestiale di origine pagana. Padre Vassallo nel suo peregrinare per l’Isola si faceva accompagnare da un altro giovane gesuita, padre Bonaventura Licheri, il quale senza volere ci ha lasciato una minuziosa descrizione di quelle maschere come si presentavano ai suoi tempi. Proprio grazie a quelle descrizioni in molti paesi sardi è stato possibile fare un recupero fedele delle diverse maschere del Maimone.
Si suppone che l’origine del culto dionisiaco sia penetrato in Sardegna nel periodo miceneo (1200-1300 a. C.) e il rituale della sua celebrazione si articolava nella sua passione e nella sua morte: s’urtzu, la vittima sacrificale, veniva torturata e infine uccisa, a simboleggiare la morte e la rinascita di Dioniso. Il carnevale sardo non ha nulla di allegro e gioioso, è una rappresentazione tragica, le sue maschere sono tristi, cupe e vestite a lutto. Il termine carrasegare o carrasecare significa carne da lacerare o fare a pezzi con specifico riferimento alla carne umana. Nel rito la commemorazione di Dioniso avveniva addentando e sbranando capretti e torelli vivi, poiché il dio, secondo la mitologia, fu sbranato dai titani quando si fu trasformato in un piccolo toro, infatti, molte maschere del carnevale sardo hanno fattezze taurine e caprine e i volti si tingono di nero con la fuliggine in segno di lutto per la morte del dio.
Anche nella Roma imperiale questo rito veniva celebrato alle calende di gennaio, ma in maniera non cruenta e forse durante la dominazione romana in Sardegna, venne assai mitigato nella forma. Il Cristianesimo non riuscì ad estirparlo e a questo, come per altri riti pagani sardi, si sovrapposero i riti cristiani. Su fogaroni, attorno al quale le maschere danzavano per celebrare il dio, è diventato su fogu de Sant’Antoni, S. Antonio Abate, che nelle mitologia sarda rubò il fuoco ai demoni con un bastone di ferula, dopo essere entrato nell’inferno per recuperare il suo maialino, che era scappato proprio lì e che al ritorno dall’inferno gridò “ fogu, fogu, peri su logu”.
Nel calendario gregoriano la celebrazione di Maimone andava dalla vigilia di S. Antonio Abate ( 16 gennaio) a S. Sebastiano ( 20 Gennaio). Alla vigilia di S. Antonio Abate si accendono i fuochi, che in tempi lontani bruciavano la vittima sacrificale; S. Sebastiano, protettore dalla peste, viene rappresentato nell’iconografia pieno di ferite e grondante sangue come un tempo accadeva a s’urtzu, la vittima sacrificale nel rito dionisiaco.
In alcune zone costiere come nel Sulcis, i fuochi venivano accesi in autunno o per San Giuseppe, che in tempi lontani, forse, corrispondeva al periodo dei riti lustrali di purificazione per uomini e animali di origine protosarda.
La vigilia di S. Antonio Abate, patrono in Sardegna dei pastori e degli agricoltori, vedeva la preparazione de sa Tuva, un grande tronco di quercia secolare, scelto appositamente e abbattuto a colpi di scure, che veniva trasportato su un carro infiorato, trainato da tre poderosi gioghi e seguito da un lungo corteo di uomini a cavallo, sino al sagrato della chiesa, qui si deponeva sa tuva diritta al centro del piazzale, cosparso di erbe aromatiche e silvestri e fiori profumati; sa tuva veniva sormontata da una croce fatta di pervinca, timo, mirto e rosmarino. Al tramonto il sacerdote aspergeva sa tuva con l’acqua benedetta e si accendeva l’esca. Da quel momento era un tripudio di balli e canti attorno a su fogaroni .
Le modalità con cui si accendeva il fuoco rivelano il carattere arcaico e rituale del rito: dopo l’aspersione con l’acqua lustrale, l’esca doveva accendersi con le scintille della pietra focaia; con questo rito un tempo si bruciavano le impurità dei mortali. Fu probabilmente in periodo bizantino che S. Antonio fu scelto da Gregorio Magno per sovrapporlo al rito pagano dei sardi.
A sei mesi di distanza dai fuochi di S. Antonio si celebravano i fuochi di San Giovanni, ricalcando i tempi del calendario delfico, poiché nella Grecia classica era il tempo di trarre gli auspici e compiere i riti lustrali di purificazione presso il tempio di Apollo, che nell’iconografia della mitologia greca rappresenta l’aspetto solare di Dioniso. Il rito dei fuochi di San Giovanni assume in Sardegna un aspetto assai complesso, ricco di riferimenti ancestrali e mitologici.
Sabrina Sabiu

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