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Carbonia. Consensi per “Else” e per l’interpretazione di Nunzia Antonino nello spettacolo teatrale del cartellone Cedac

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Per dire di “Else”, andata in scena venerdì al Teatro Centrale, e della preziosa performance di Nunzia Antonino, gran donna del teatro contemporaneo, non si può non cominciare da Arthur Schniztler, autore del racconto “Fräulein Else” da cui Carlo Bruni, regista dello spettacolo in cartellone per la rassegna Cedac, ha tratto il testo del lavoro.

Come si è scritto presentando lo spettacolo, lo scrittore viennese, protagonista della scena letteraria e drammaturgica dei primi decenni del secolo scorso, ha caratterizzato la sua opera attraverso scelte tecnico-stilistiche quali il “monologo interiore” ma notevole è pure che sia stato il primo autore in lingua tedesca a proporre il cosiddetto “stream of consciousness”, il flusso di coscienza la cui teoria ed elaborazione è frutto dell’interazione fra la polemica bergsoniana antipositivistica, l’introduzione della psicanalisi freudiana e le conseguenti sperimentazioni letterarie a partire da Edouard Dujardin ed il suo romanzo “Les lauriers sont coupés”, cui Joyce si ispirò per le sue produzioni più famose: significativo che il nostro sia approdato su questo terreno ben prima dell’assai più celebrato irlandese. Non è dunque un caso se l’opera narrativa di Schnitzler sia considerata più innovativa rispetto a quella teatrale, il contributo della quale è stata probabilmente meno radicale nel contesto delle forti innovazioni del periodo preso in considerazione.

00 00 19 ElseIl mondo raccontato dall’austriaco è quello nel quale la dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico e della società europea ormai contaminata dall’irrazionalismo e dalle spinte anti-sociali fanno da fondale alla decomposizione dell’individuo, chiuso fra l’inautenticità di valori ormai ridotti a verniciatura e le velleità delle ideologie che condurranno il continente e il mondo intero alla tragedia di due conflitti totali. “La signorina Else” è considerato uno dei suoi capolavori: nel racconto, la cosiddetta “parole intérieur” descritta nel 1881 dal filosofo francese Victor Egger, non a caso collega di Henri Bergson, assurge a spina dorsale narrativa di una vicenda in cui la protagonista affonda nello squallore familiare e sociale a causa delle cattive abitudini di un padre tanto brillante quanto preda di vizi – il gioco in borsa e sui tavoli verdi – che lo hanno ormai portato sull’orlo della galera.

La novella di Schnitzler viene alla luce nel 1924. L’Impero è finito già da un lustro, l’Austria è ormai ridimensionata a nazione etnico-linguistica e, in questa situazione pressoché inedita dal punto di vista storico, la società sembra ormai annaspare nel degrado morale che la porterà, suppergiù un decennio più tardi, ad accomodarsi alla “Anschluss”, l’annessione senza colpo ferire imposta dalla Germania del Terzo Reich. Else, diciannovenne della “buona borghesia” in vacanza sulle Dolomiti, s’imbatte con la truce realtà della famiglia sull’orlo dello scandalo: a lei, con una lettera fin troppo esplicita, la madre chiede di porvi rimedio, invitandola a rivolgersi ad un ricco amico di famiglia, l’immondo von Dorsday, che guarda caso si trova a soggiornare nel medesimo albergo di San Martino di Castrozza, affinché egli sovvenga la somma di danaro, 30 mila fiorini che diventano successivamente 50 mila, necessaria per ovviare alle colpe dell’irresponsabile genitore. Per la giovane è evidentemente la fine dell’innocenza: posta di fronte alla grave responsabilità si dibatte fra la dignità e l’apparenza, fra la difesa di sé e l’amore per il padre, fra un presente senza futuro e un futuro che vorrebbe prescindervi, sogni di gioventù e realtà incombente. Alla fine accetta ma l’atto diventerà accusa verso un mondo frivolo e cinico in egual misura: si presenterà nuda nella hall dell’albergo e, qualche tempo dopo, si toglierà la vita ingerendo una forte dose di barbiturici.

La scelta di Antonino e Bruni è stata di portare il monologo interiore ai massimi livelli espressivi. L’attrice non può, per motivi biografici, interpretare fisicamente una donna di 19 anni e, dunque, si è proposta come se riapparisse al presente in una bellezza che non nasconde i segni del tempo ma da cui traspare una purezza per nulla profanata dall’orrore del gesto cui è stata indotta dall’ipocrisia di chi ha approfittato dell’indifesa giovinezza. Ha fatto rivivere insomma la tragedia in ogni suo granello di dolore interiore e fisico: donna ormai matura, non riesce ancora a passare attraverso le fiamme della barbarie sociale senza sentirsene ustionata fuori e dentro. Messa di fronte al fatto, si muove alternando in rapide successioni l’euforia del “no” che ne preserverebbe la sostanza individuale e le consentirebbe di lottare per un’esistenza autentica – vita, amore, gioia veri fino in fondo – e il dolore di un “sì” che le è preteso per consentire a chi l’ha posta di fronte all’obbrobrioso bivio di proseguire in un’esistenza che, tuttavia, è senza un domani e che trascinerebbe comunque nel gorgo persone e cose. La scelta, nella trasposizione, pare da subito obbligata: sul palcoscenico, sul cui fondale è stato collocato uno specchio deformante cui più volte, dando le spalle al pubblico, si volge la protagonista, incombeva un piano inclinato verso la platea, coperto da un telo bianco simile alla tovaglia di una cena di gala, sul quale erano stati posti otto calici pieni di un liquore che da subito si è compreso essere Veronal, veleno del suicidio: non ornamento di una ricca mensa, dunque, ma sudario che copre un “descensus ad inferos” senza resurrezione. Il gesto autodistruttivo non è stato compiuto così in un solo momento ma lungo i 90 minuti di un racconto che non ha quasi mai dato tregua, giusto in due brevi momenti a sipario aperto che hanno consentito all’Antonino di rifiatare da un esercizio a dir poco faticoso. Un bicchiere dopo l’altro, dal principio alla fine, come a dire a chi guardava e ascoltava, il pubblico cui l’attrice si è rivolta quasi come a interlocutori di un proprio presente, che la scelta non c’è, non c’è mai stata e tutti, famiglia e società, ne sapevano fin da principio l’ineluttabilità.

La gioiosa danza finale dell’attrice, durante gli applausi di un pubblico assai coinvolto dalla proposta e che ha perfino sottolineato con mormorii di partecipazione i passaggi salienti, è parso il segno della liberazione di uno spirito che ha anelato vanamente la libertà.

Giovanni Di Pasquale

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