Che Banda, la Banda Osiris! Era la terza volta che ci capitava di assistere ad uno dei suoi spettacoli: la prima volta fu a Sant’Anna Arresi, diciannove anni fa, ai tempi facevano una strepitosa “Storia della Musica”, raramente abbiamo riso tanto. Poi al Teatro Centrale di Carbonia, nel 2005, in “L’ultimo suonatore”, un testo di Karl Valentin in cui assecondavano il bravissimo Eugenio Allegri.
Quindici anni dopo, a quarant’anni dalla nascita dell’ensemble, li abbiamo ritrovati ieri, nel piccolo anfiteatro, ad aprire le XII Notti a Monte Sirai, proposta dell’Associazione Enti Locali patrocinata da comune, regione e Fondazione di Sardegna. Li abbiamo incontrati intenti a fare i conti, sulla scorta di un volume pubblicato – a loro dire – con gran fatica da Ponte delle Grazie e intitolato “Quarant’anni suonati - Le dolenti note”, con otto lustri di carriera di grandi riconoscimenti e poche soddisfazioni, soprattutto economiche. Sì, perché lo spettacolo ideato e messo in scena da Gianluigi Carlone, che ha suonato il saxofono soprano e pure la tastiera e ha cantato come sempre in maniera mirabile, il fratello Roberto Carlone, al trombone e tastiera, Giancarlo Macrì che ha suonato il basso-tuba ma anche rullante e hi-hat e Sandro Berti, trombone e mandolino elettrico, non richiama per caso i proverbiali infausti suoni: lo scopo dichiarato è infatti, sulla scorta dell’esperienza dei quattro e dello stato penoso in cui versa l’esistenza del musicista in Italia (il COVID-19 ha dato l’ennesima mazzata), dissuadere le giovani generazioni dall’intraprenderne il mestiere. Anche perché, il più delle volte, hanno ricordato, quando alla domanda “che cosa fai nella vita?” di qualche parente, si risponde “il musicista”, arriva subito la domanda numero due: “e di lavoro?”. C’è pure del bieco utilitarismo, nel tentare di allontanare i millennial dal mestiere delle note: «Noi che abbiamo una certa età – ha spiegato Macrì – se i giovani arrivano più tardi avremmo qualche anno in più di lavoro e potremmo raggiungere l’età della pensione…» e l’argomento, in tempi di post-forneriana ma quanto mai precaria “quota 100”, non fa una grinza.
A proposito di età: una parola in più la vogliamo riservare a Gianluigi Carlone, il quale sulla soglia del sessantesimo anno, continua a ballare, saltare, cantare a squarciagola, incapace di stare fermo per più di qualche secondo, un uomo-molla senza età. E pure gli altri, che i sessanta li hanno passati da qualche anno, non si risparmiano: forse la musica non fa reddito ma sicuramente tiene giovani.
Tornando al contenuto dello spettacolo, le tecniche di dissuasione sono state le più svariate, dal già citato ragionamento economico alla scarsa cultura musicale nazionale, favorita anche dallo stramaledetto flauto dolce, delizia dei professori di musica delle scuole elementari e medie – poi, nella patria dell’opera lirica, la musica scompare dai programmi scolastici, liceo musicale a parte… – e croce dei genitori costretti al supplizio del “saggio di fine anno”. Ci sono poi gli strumenti i quali assolutamente dissuadere i bambini dal voler suonare, l’arpa in primis, ma ci passa pure il basso-tuba del povero Macrì: ottone che, tuttavia, si riscatta verso il finale, vestito di candidò tutù e fornito di braccia – due sax soprano – e gambe – le coulisse dei tromboni – diviene, sostenuto dal quartetto, il corpo di una delicatissima, si fa per dire, etoile alle prese con la Morte del Cigno. Ovviamente si divaga, si dilaga e ci si svaga, da Čaikovskij a Buscaglione, da Carosone ai Beatles, dalla rubrica della posta con la lettera del tastierista di liscio cornuto ma felice ai potpourrie di pezzi celebri e il quiz sulla cultura musicale del pubblico presente, disturbato dalla monocorde tastiera che mette nella stessa musica qualsivoglia genere. Il pubblico si diverte, applaude, partecipa.
La cifra della Banda Osiris è il surrealismo ma non un surrealismo accigliato, onirico, cerebrale: scanzonato, piuttosto, leggero, spensierato ai confini con la goliardia e perfino con qualcosa che mescola canzonatorio l’otium al cazzeggio. La grandezza sta nel non semplificare la complessità, nel rifuggire lo sbraco per “épater les (petit) bourgeois”, nel porgere l’allusione che si affaccia greve con sapiente eleganza talché non resti lì nell’aria del palcoscenico ma presto se ne allontani, spinta magari dalla agognata brezza che ha finalmente rinfrescato il clima dopo giorni di boccheggiante sofferenza: «Vi ringraziamo di averci accolto con tutto questo calore…», ha infatti detto a un certo punto Macrì, che si assume quasi sempre il peso di un’esilarante narrazione, alludendo alle temperature infernali dell’ultima settimana.
Domina insomma l’antiaccademia, un universo che può voler dire tutto e niente e che, nello specifico, significa irritualità e sberleffo, maneggiare con finta incuria, rispettare la vitalità della musica senza farne un feticcio da adorare, anzi: da abbattere. L’episodio, in tal senso, più significativo è stato lo sketch della già citata lettera del musicista di polke e mazurke, enunciata con l’immaginabile aplomb dal solito Macrì mentre gli altri tre puntellavano il racconto con una “composizione per voce femminile (Carlone Gianluigi, in un falsetto che è tutto dire…), trombone (Berti) e pianoforte (Carlone Roberto)” assimilabile ad una sorta di “Pierrot Lunaire” scritto da Schönberg in combutta con Petrolini.
Ecco, cari ragazzi intenzionati ad intraprendere il mestiere, in fondo è forse questo il modo migliore per essere musicisti: fare le cose sul serio senza prendersi troppo sul serio.
Giovanni Di Pasquale