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Carbonia. Nel “Gaber” di Andrea Scanzi l’affetto per un grande (anti)italiano

Spettacolo
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Andrea Scanzi ha messo in scena ieri sera il “suo” Gaber in due spettacoli uno dopo l’altro, mostrando quanto meno una grande energia e una passione ancora più grande per l’uomo Gaber, prima che per l’artista Gaber. “E pensare che c’era Giorgio Gaber” si intitolava la sua densa affabulazione, ripresa di uno spettacolo che esordì dieci anni fa e che si chiamava “Se Gaber fosse Gaber”, suppergiù un’ora e mezza di racconto intervallato da video o reperti sonori di alcune delle più significative composizioni del duo Gaber-Luporini, gli inventori di quel che allora, al principio dei fatidici anni Settanta, venne chiamato “teatro-canzone”. Andrea Scanzi E pensare che cera Giorgio GaberUno spettacolo allora inedito che, nelle prime edizioni, era fatto di sole canzoni e al quale, poco alla volta, furono inseriti, fra una composizione e l’altra, una serie di monologhi assai efficaci, fino al punto di favorire più avanti la parola narrata a quella cantata. Scanzi ha descritto efficacemente il percorso gaberiano, cominciato da personaggio televisivo e con brani di successo tra il romantico e l’ironico. Certo – Scanzi non l’ha citata ma è forse l’anello di congiunzione fra il “prima” e il “poi” – una sensibilità sociale in Gaber emerge già prima della svolta teatrale e – come si vedrà – tematica, in “Come è bella la città”, portata a Canzonissima ’69, tempio nazionale del sabato sera canoro: apparentemente piena di fiducia nel “progresso” ma invece dura nel denunciare gli inganni del consumismo e la condizione alienante dell’uomo metropolitano, tra l’altro, e non pare certo un caso, divisa in un recitativo, quasi un prodromo dei successivi monologhi, e in un refrain arioso e cantabile – la “canzone”.

Non troppo tempo dopo quell’apparizione, Giorgio Gaber diventa il “Signor G.”: si dilegua dalle telecamere della RAI e diventa, da popolare chansonnier italo-milanese, personaggio di nicchia: è infatti il Piccolo Teatro ad offrirgli la prima chance, in cui nasce il personaggio dell’uomo “medio” in cui gli autori, spersonalizzandosi, si impersonano nei sentimenti, nei difetti, nei tic, nelle manie di una massa parcellizzata, atomizzata, fatta di milioni di solitudini. Il bersaglio è, manco a dirlo, una certa borghesia, piccola pure quando è grande o media, rintanata nelle sue certezze precarie che finiscono per franarle addosso.

Ma, come ha ben messo in luce la narrazione di Scanzi, sono gli anni Settanta ed è il momento del “personale” che è “politico”, è la stagione dei “collettivi” e delle “comuni”, è il frangente in cui si prepara la “rivoluzione”. A questa contemporaneità, Gaber e Luporini guardano con acume scettico, sanno di farne parte ma non intendono confondersi, rinunciare ad illuminarne soprattutto i riflessi condizionati, i “dover essere”, il trasformarsi di idee e comportamenti in “atteggiamenti”, “moda”: sotto accusa finisce un certo “conformismo” di sinistra. Basti pensare a “La comune”, da “Far finta essere sani”, in cui il Signor G., per superare il tran tran sentimentale, trasloca con moglie e figli in una comune, in cui gli egoismi borghesi sono superati a partire dalla proprietà e fino ad arrivare ai sentimenti. Finisce male, anzi malissimo: «Amo la comune/ senza più nessun ritegno si arriva ad odiarsi/ e alla fine quando esplode la tensione/ come bestie, come cani ci si sbrana a morsi./ Sì, ci odiamo, ci ammazziamo/ sì, ci sbraniamo per il caffè/ chissà cosa c’è sotto a quel caffè/ c’è l’odio, l’invidia, la gelosia/ c’è la solita merda che ritorna fuori/ e allora ci ammazziamo, sì, ci sbraniamo». Manco a dirlo, questa luce sarcastica che deforma in grottesco miti e riti intellettualistici e ormai pure un poco corrivi o perfino ruffiani, non poteva piacere a tutti. In ogni spettacolo sono botte da orbi in tutte le direzioni: come ha sottolineato Scanzi, a differenza del messaggio dell’altro grande uomo di teatro degli anni Settanta, Dario Fo, nel quale il bene e il male sono ben collocati e visibili a occhio nudo, in Gaber e Luporini il gioco è a tirare sassi – macigni – nello stagno delle comodità, del “fatto assodato”, a confondere le acque, a insinuare dubbi. L’Italia, si sa, è sempre quella dei guelfi e dei ghibellini: la critica puntualizza, sottilizza, sottolinea, il pubblico no, ogni spettacolo è un successo e anche i dischi che affiancano le tournée si vendono ed oggi gli lp “Dialogo fra un impegnato e un non so”, “Far finta di essere sani”, “Polli di allevamento” sono pezzi assai pregiati.

Gli anni Ottanta, quelli dei “riflusso”, non colgono Gaber e Luporini impreparati. La rivoluzione, la politica, chi ne parla più? Si passa dunque a testi che prendono ad osservare, sempre con acuminata, entomologica acutezza, la dimensione individuale perché il “personale” è tornato ad essere “personale”. Già nel 1981, con “Anni affollati”, si respira un’aria tutt’affatto diversa: mentre “a sinistra” si comincia a cogliere lo smarrimento per il cambiamento del clima nazionale e internazionale, il Signor G. ha già capito tutto prima di tutti: «Io sto bene/ proprio ora, proprio qui/ non è mica colpa mia/ se mi capita così./ È come un'illogica allegria/ di cui non so il motivo/ non so che cosa sia./ È come se improvvisamente/ mi fossi preso il diritto/ di vivere il presente». Più avanti, in “Se io fossi Gaber”, prende di mira la “massa” e la massificazione dell’ottimismo consumistico, il diffondersi del cattivo gusto: sempre dentro la realtà, sempre non conforme alla realtà.

Gli anni Novanta e Tangentopoli riportano i nostri due sul terreno della politica ma basta “Qualcuno era comunista” o “Destra-Sinistra” per far capire a tutti che non tira aria di “ricompattamenti”, “embrassons-nous” e reducismi vari.

Nel racconto di Andrea Scanzi c’è anche molto affetto per una persona che egli ha conosciuto anche da vicino (sua la foto sullo schermo, come ha raccontato, scattata a 17 anni, la prima volta in cui assisteva a un suo spettacolo): non si tratta solo dell’illustrazione della figura dell’artista ma dell’uomo Gaber, certo attraverso le sue canzoni e i suoi monologhi ma anche il filtro dell’amore incondizionato e dichiarato: una modalità che, lungi dall’andare a caccia dell’emozione, riesce a trasmettere con la giusta misura l’affetto che lega narratore a narrato. Anche nel generoso paragone con Pasolini si avverte quanto nell’animo di Scanzi giganteggi la figura di Giorgio Gaber: certo i due hanno dei punti in comune, l’essere prima di tutto degli eretici e talmente vivi nel presente da essere profetici ma, certo, l’elevatissimo eclettismo di Pasolini si deve collocare su altre dimensioni dell’arte, della poesia, del pensiero.

Se un difetto si può infine trovare al lavoro del giornalista e performer teatrale, nonché star assoluta del web, è nell’aver parlato poco o niente della musica e sì che egli ne sarebbe stato capace, avendo frequentato anche la critica musicale. Perché la musica in Gaber non è mai sottomessa al testo ed ha sempre una dimensione melodica di semplice grandezza, a differenza di certa musica coeva, in particolare degli anni Settanta, poco curata e in posizione ancillare rispetto alle liriche. Chissà che, nel suo prossimo “Gaber”, Scanzi non voglia scandagliare anche l’universo musicale di questo grande artista (anti)italiano.
Giovanni Di Pasquale

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