Prima di tessere le lodi di Lella Costa, la quale, sulle pietre dell’anfiteatro di Monte Sirai, ha portato mirabilmente il monologo “La vedova Socrate”, che Franca Valeri trasse dal racconto “Das Tod des Sokrates” (“La morte di Socrate”) scritto da Friedrich Dürrenmatt e pubblicato postumo nel 1991, da Dürrenmatt, commediografo e scrittore svizzero, si dovrà partire, per comprendere il meccanismo drammaturgico su cui poggia un testo che solo la somma arte interpretativa di chi se ne fa carico può rendere lieve: così come è stato venerdì sera nell’anfiteatro di Monte Sirai, nello spettacolo in cartellone nella rassegna allestita per conto dell’amministrazione comunale dall’Associazione Enti Locali per lo Spettacolo.
Si dovrà cioè partire dalle connessioni, nell’operazione traspositiva suggerita all’attrice, recentemente scomparsa appena compiuti i 100 anni, da Peppino Patroni Griffi, tra Franca Valeri e Dürrenmatt: la cui ultima opera, di cui fa parte il racconto di cui si tratta, si caratterizza per un sentito disincanto rispetto al corrosivo assalto al perbenismo e all’ipocrisia della società borghese postbellica, di quella svizzera in particolare ma con riferimenti non meno che universali, da cui il successo che le sue opere hanno ottenuto un poco dappertutto. Tale disincanto non comporta un arretramento sul terreno della critica sociale ma per lo più l’attenuazione della caustica aggressività, della mordacità demolitoria. Nello sfumare dell’acredine trascolora il sembiante comico: sempreché non sia, questo, il terreno su cui si disponga l’ostensione che conduca al facile riso ma che, piuttosto, attraversando un’ironia che dal sarcasmo si affacci ad un certo qual cinismo sardonico, sappia mettere sul piatto dei contenuti la spessa sincerità del sorridere sopra il mondo e gli esseri bipedi che, con prosopopea e presunzione, ne percorrono la curva superficie.
Piace immaginare che un esperto uomo di teatro come Patroni Griffi, appena finito di leggere “Das Tod des Sokrates”, abbia acciuffato la cornetta del telefono e chiamato “la Franca” per proporle di farsi carico di trasformare la immaginifica ricostruzione di Dürrenmatt quanto alla morte del filosofo in un monologo affidato a Santippe, modello tramandato dalla tradizione antica di moglie implacabilmente impegnata a importunare l’illustre marito. Lo scrittore elvetico immaginò che la ricostruzione tramandata da Platone fosse un riuscito tentativo di nascondere la realtà: ovvero che a bere la cicuta non fosse stato già il filosofo ma invece colui che l’aveva messo alla berlina e cioè Aristofane, autore delle “Nuvole” in cui Socrate appare come un corruttore della gioventù ateniese e ispiratore di quei sofisti che rappresentano, agli occhi del retrivo commediografo, la pietra della scandalo. Perché egli, dunque, si offre di trangugiare la coppa mortifera? Perché in tal modo tenta di riscattare l’ormai periclitante successo delle sue produzioni, dacché Atene ha mutato pelle e i tradizionalisti sono oramai destinati all’oblio. Socrate, dunque, salva la pellaccia e ripara a Siracusa, famiglia al seguito. Vi è pure Platone, sempre alla ricerca di tematiche da ricopiare e rivendere in quanto originali, ma chissà quanto. Al riparo dai nemici ateniesi alla corte del tiranno magno-greco Dionisio Socrate potrebbe passarsela bene ma no, riesce a mettersi nei guai pure in Sicilia. Non, tuttavia, per il suo non saper tacere verità scomode, come gli accadde nell’Agorà ateniese, bensì per la sua capacità di ingollare quantità di vino senza cedere ai suoi fumi, tale da suscitare l’invidia del dittatore che, indispettito, lo rimette davanti alla nappo letale e, questa volta, un sostituto non si trova.
Il testo costruito dall’immensa Franca ed affidato alla premurosa cura di Lella, ha preso la fantasiosa ricostruzione del racconto di Dürrenmatt per affidarla per intero a Santippe, la consorte del sommo filosofo passata alla storia come esempio imperituro di moglie irrispettosa del primato maschile sulla donna che, nell’Atene del V secolo e assai più oltre, era regola indiscutibile e lo sarà ancora in saecula saeculorum. In realtà, dalle testimonianze non numerosissime si evince che la donna era più che altro un modello femminile troppo difforme dall’immagine di “moglie e madre” che i maschi che la descrissero conoscevano come unico destino dell’altro sesso. Una Santippe incapace di “stare al suo posto”, che suole dire la sua e che lo fa anche coram populo, che pretenderebbe dal marito che partecipasse alla vita familiare invece di estraniarsene tutt’affatto: bisbetica, insopportabile, piantagrane, insomma, da un certo punto di vista solo maschile. A leggere un passo del II capitolo del “Sympósion” di Senofonte Socrate aveva un’idea differente della sua compagna: stuzzicato dal filosofo cinico Antistene sul caratteraccio di Santippe, risponde che da quella donna fuori dal comune egli riceve impulsi indispensabili per rafforzare le sue capacità di relazionarsi con gli esseri umani, indispensabili per la sua principale attività intellettuale, il cosiddetto “exetázein”, l’“interrogare”, quasi a voler dire che una moglie “docile”, lui, non l’avrebbe trovata per niente stimolante. Già dal secolo XIX, questa cornice in cui contemporanei e antichi avevano collocato Santippe viene smontata, a partire dagli studi dello storico tedesco Eduard Zeller e dal suo “Zur Ehrenrettung der Xanthippe”– che in italiano potrebbe suonare suppergiù “Salvare l’onore di Santippe”, tanto per capirsi.
Da questi dati Franca Valeri deve essere partita nel costruire il monologo. Fa della “vedova Socrate” una commerciante di antiquariato dai labili scrupoli: attività alla quale è stata costretta per via del fatto che il “filosofo” di portare il pane a casa non ne vuole e, forse, non ne può sapere. Inetto a tutto meno che alla crapula innaffiata da quantità di vino immani, ciò che, come anticipato, rappresenterà la sua rovina; frequentatore di lupanari e circondato da ambigui giovanetti i quali, con la scusa di conoscere le sue verità che, appena pronunciate, egli dimentica immediatamente, gli si offrono indecorosamente; incapace di liberarsi di indegni parassiti, primo fra tutti quel Platone che ha diffuso il pensiero del suo maestro facendo spesso passare per socratiche le sue idee; ladro, perfino, di oggetti d’arte che sottrae nelle case dei ricconi e che lei, impassibile, pone sugli scaffali della sua bottega d’alto bordo senza crisi di coscienza, anzi: con tutto gusto. Nel personaggio è difficile non intravvedere certuni atteggiamenti della celeberrima “signorina snob” portate con grande successo sugli schermi televisivi dall’autrice del testo ma la sua Santippe ha una marcia in più, è capace di confrontarsi con i “giganti” - che lei per altro considera dei palloni gonfiati o personaggi indegni del rispetto che pretendono. Di Platone s’è detto; Aristofane è dipinto come un bieco e volgare reazionario; Alcibiade, il generale di mille battaglie vinte, fuori dal campo di battaglia è uno spirito debole che soffre le pene d’amore come un adolescente ai primi pruriti. Disprezza i politicanti e vorrebbe ella stessa darsi alla politica, se fosse possibile, ritenendo di avere quanto meno doti di retore e capacità persuasive. Sicuramente più di quelle del marito: uomo intelligente, per niente bello ma interessante, anche coraggioso seppur nell’incoscienza di non recedere mai di fronte a nessuno fino al rischio della vita e di volere dire a tutti la verità smascherando la falsità delle loro opinioni. Di un uomo così Santippe non si innamora, piuttosto lo sceglie in mezzo a tanti corteggiatori decisamente più belli per stargli accanto ed essere la sua “Tippe”, la cui bellezza (Santippe significa, non per niente, “bionda giumenta”) egli ha voluto conquistare con una insistenza non resistibile.
Lella Costa ha riportato in scena questo lavoro con un senso di profondo rispetto per Franca Valeri: con misura e delicatezza ne ha riproposto la cifra, proponendo una Santippe dai modi e dalle vesti di una elegante “sciura” della buona borghesia, sicura di sé, pronta alla battuta bruciante e incline a una cattiveria che non tramortisce per esser più pungente. Lo spettacolo ha avuto un decollo progressivo: nella prima parte, alle prese con la descrizione fantastica dei tanti personaggi che miracolosamente abitavano la Atene del V-IV secolo, l’attrice non riusciva effettivamente ad empatizzare con un pubblico che forse solo in parte riusciva a cogliere la raffinata ironia, non conoscendo a fondo l’originale per apprezzarne la deformazione ironica e caricaturale. In un secondo momento, in particolare nella descrizione della vantaggi della vedovanza – quando l’ormai non più moglie, trascorso il momento del dolore può dire guardandosi allo specchio “finalmente sola!” – nella descrizione di un dialogo sul modello platonico, ma fatto di idee vere, fra la “saggia” Santippe e le giovani ragazze che vogliono imparare lo stare al mondo da donna, l’apprezzamento dei presenti è stato pieno e incondizionato. D’altronde, come si era fatto notare in sede di presentazione, il monologo è il terreno di elezione di Lella Costa, come più volte il pubblico di Carbonia ha potuto sperimentare dal vivo ed è certo per questo, nonché per la sua ormai notevolissima esperienza di palcoscenico, che Franca Valeri ha chiesto proprio a lei di far rivivere la più simpatica delle mogli rompiscatole.
Giovanni Di Pasquale