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Sant’Anna Arresi. Jazz, Frank Zappa e profumo di libertà.

Spettacolo
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Nessuno potrebbe dire, senza che alcuno eccepisca, che Frank Zappa sia – come diceva uno slogan pubblicitario del jazz-fest “Ai confini tra Sardegna e jazz” 2016 – «il più grande compositore del Novecento». Va detto, tuttavia, che il presidente dell’associazione Punta Giara, Basilio Sulis, nella conferenza stampa di presentazione della rassegna, ha rivelato che a pronunciare questo giudizio a dir poco lusinghiero sul musicista di Baltimora è stato, proprio in quel di Sant’Anna Arresi, niente meno che “His Majesty” Butch Morris, genio della composizione estemporanea. Insomma, come dicevano i filosofi medievali, ipse dixit: ad ogni modo, se anche il grande Butch si fosse sbagliato, Frank Zappa nel novero dei più grandi c’era, c’è e ci sarà. Eclettico fino ad essere disorientante, onnivoro tendente alla bulimia, provocatorio non raramente oltre i limiti di legge, versato nell’irrisione parodistica quanto nelle magniloquenti architetture: postmoderno quando ancora questa parola che tutto vorrebbe spiegare e niente riesce a chiarire non era di moda. Famoso per testi e affermazioni ricchi di taglienti paradossi («Buona parte del giornalismo rock è composto da gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere», tanto per dire) tesi a sconvolgere certezze, luoghi comuni e perbenismo: e non solo quello dell’american life style ma anche quello del milieu “alternativo” della controcultura, quel mondo freak conosciuto nei sobborghi di Los Angeles. Facendo emergere a suo modo che quello stesso mondo – ed egli stesso, perfino – altro non è che la faccia di una stessa medaglia: l’anticonformismo “prodotto” della reazione al conformismo in un sistema in cui tout se tien. A meno che non si trovi il modo, e lui lo trovò, di spiazzare sempre e comunque l’interlocutore. O almeno, provarci.

Un artista sempre al confine. Dei generi, degli stili, dei modelli, tutti attraversati, miscelati, decostruiti e riedificati con una disinvoltura incapace di nascondere la profondità dell’intento: esseri seri senza prendersi sul serio. Era quasi impossibile che, prima o poi, le strade di Frank Zappa e del festival di Sant’Anna Arresi non si incrociassero: è successo quest’anno, dopo trentuno anni di storia ininterrotta per quella che è una delle rassegne più longeve ormai non soltanto in campo regionale. Rassegna mai ripetitiva e sempre pronta a nuove sfide proprio come l’artista cui ha deciso di dedicare il programma andato in scena di fronte al Nuraghe Arresi dal 1° al 10 settembre.

Delle serate alle quali chi scrive ha assistito, ma pure ad ascoltare chi le ha viste tutte e undici (quesito per la direzione artistica: non saranno un po’ troppe?), si può dire in generale che il livello è stato in linea con la tradizione di un festival che, alla qualità, non sa proprio rinunciare. Prestazioni di grado alto, insomma, sia dal punto di vista della creatività sia da quello della tecnica: ma anche in questo caso, niente di nuovo sotto la luna di Sant’Anna Arresi e del suo amazing festival, come l’ha definito una delle protagoniste della rassegna, la specialista di pedal steel guitar Heather Leigh.

Frank Zappa, dunque. Il suo verbo, così variopinto e irreggimentabile, croce dei critici amanti delle “etichette”, è stato declinato nei modi più svariati. Alcuni dei protagonisti visti sul palcoscenico vi hanno fatto riferimento esplicito, perfino ai confini con la didascalia e la calligrafia, ai confini pertanto con l’ossimoro; altri hanno lavorato sulla creazione di percorsi tangenti o, partendo dal “concreto”, sono giunti al “concettuale”; altri ancora, facendo leva sulle proprie peculiarità, hanno “usato” Zappa come una spinta verso la radicalità improvvisativa e, più in generale, creativa, scegliendo deliberatamente di uscire dal “campo di gioco” pur senza tradire in larga parte le premesse del “gioco” medesimo.

Della prima categoria fa parte senza dubbio la germanica Andromeda Mega Express Orchestra. Zappiana fino all’osso, per l’andamento delle esecuzioni disseminato di sorprese ritmiche, melodiche e armoniche, per la densità degli impasti, per la precisione degli incastri fra le diverse sezioni di archi, legni, ance, ottoni. Messo da parte il volto più cattivo dello spettro “radicale” dell’ispiratore, i giovani dell’ensemble berlinese hanno dato vita a un set estremamente piacevole, che ha avuto infine il merito di fare emergere la capacità del “sistema” zappiano di parlare un linguaggio vivo e vitale. Sul medesimo terreno, più aderente all’estetica del buon – si fa per dire – Frank, si è mosso Daniele Sepe con il suo scintillante sestetto arricchito dalla voce di Dean Bowman e dalla batteria, come sempre a suo agio, di Hamid Drake. Va detto che il saxofonista partenopeo da tempo frequenta la musica e le ambientazioni del Nostro: e, in fondo, anche la sua caleidoscopica produzione, mossasi fra jazz, rock, jazz-rock, musiche di estrazione eurocolta, caratterizzata da una spiccata estroversione espressionistica e da una vena di humour vesuviano, ha avuto nel “modello Zappa” un aggancio esplicito e dichiarato. Il concerto, che ha chiuso degnamente una rassegna ricca di spunti per un pubblico curioso, ha fatto ricorso a composizioni dell’ispiratore, rielaborate con adeguato tasso di creatività e ricerca di soluzioni timbriche aderenti al modello: grande spicco ha fatto la voce di Bowman, dall’ampio spettro espressivo a cavallo fra avanguardia e vocalità afroamericana. Nel gioco di rimandi, fra le note dell’immenso pentagramma zappiano hanno fatto capolino interpolazioni come l’hendrixiana “Purple Haze” e il Morricone di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, ancora nel segno della sorpresa e dell’umorismo. Grandi applausi e ripetute richieste di bis.

In alternativa al modello “affettivo-sentimentale” nei confronti della musica di Frank Zappa, i concerti più interessanti. A partire dalla davvero esaltante prestazione del Nu Ensemble di Mats Gustafsson, alfiere del jazz svedese, tutt’altra cosa rispetto alla più consueta ispirazione scandinava, per intenderci: alla Jan Garbarek. “Hidros 7 Zap”, questa l’intitolazione del progetto originale del festival, commissionato dalla direzione artistica a un musicista che ha confessato di non amare particolarmente la musica di Frank Zappa ma che ha comunque accettato la commissione. Una vera e propria sfida, affrontata con caparbietà michelangiolesca: Gustafsson ha preso in considerazione, per raggiungere l’obiettivo, una cinquantina di composizioni del modello ispirativo, sia dal punto di vista musicale che delle lyric, di cui ha colto frammenti trasformati in lacerti sonori da assemblare e fondere all’interno del complesso dell’esecuzione, diretta con piglio prossimo alla Conduction del sopraccitato Morris da Bas Wiegers. Un assemblaggio (v’è chi ha tirato in ballo il cut up di William Burroughs) laborioso ma senza dubbio riuscito, in primo luogo per l’eccelso valore degli esecutori. A cominciare dalla voce, più narrante che cantante, di Jaap Blonk, dallo smisurato, interminabile spettro sonoro, timbrico, effettistico, passata senza fatica, nel corso dell’ora circa di esibizione, dall’urlo al sussurro, dal falsetto al cavernoso, dalla declamazione alla logorrea, dal nitore alla lallazione, dal pianto allo sghignazzo, dal distacco all’enfasi. Un uso “totale” – per non dire “definitivo” – del suo stupefacente strumento musicale: perfettamente aderente all’altrettanto vasto menù di “pietanze” musicali impiattate da Gustafsson e soci. Le partiture grafiche adagiate dal leader sui leggii dei partner e sul proprio hanno suscitato collettivi di furioso free, sequenze post-weberniane, scene rock di cupo turgore, momenti in solo assoluto, rumorismo pressoché concrète, inseguimenti solistici, ampio spettro timbrico, nonché immancabili sberleffi dadaisti – perché in fondo il “bisnonno” di Frank Zappa altro non fu se non Tristan Tzara. Tutti hanno dato fondo al proprio bagaglio tecnico-espressivo: dal leader agli altri saxofonisti Ken Vandermark e Mette Rasmussen; i trombettisti Nate Wooley e Anders Nyqvist, autori di un intenso pas de deux nella parte centrale del concerto; i tastieristi Stren Sandell e Jamie Saft, i chitarristi Julien Desprez e hedvig Mollestad, il bassista Ingebrigt Håker Flaten, i batteristi Raymond Strid e Morgan Agren. Su un piano non dissimile si è mossa la proposta dell’ottetto di Andrea Massaria, vecchia conoscenza del festival arresino dai tempi del concorso organizzato da Punta Giara per giovani musicisti e nuove proposte. Massaria ha intitolato il suo set “Zappa Speech Project”, letteralmente “progetto sul discorso di Zappa”. Come detto sopra, il personaggio Zappa è stato costruito certamente sulle peculiarità delle sue composizioni e sull’eclettismo dell’ispirazione: nondimeno, le sue dichiarazioni, le sue interviste, le sue prese di posizione e i feroci attacchi all’establishment e al modello di vita a stelle e strisce hanno contribuito ad edificare la sua figura di artista tanto engagé quanto difforme. Massaria ha così pensato bene di utilizzare gli spezzoni più significativi di quelle prolusioni per disegnarne la prosodia – ovvero il ritmo, le quantità sillabiche, gli accenti e l’intonazione – e trasferirla sul pentagramma. Servendosi di due manipolatori di live electronics (Walter Prati e Patrick Lechner), le frasi di Zappa sono state via via distorte per entrare infine dentro una musica costruita, per l’appunto sulla prosodia delle stesse, dalla tessitura fitta, consistente, spigolosa. A dare pulsazione vigorosa ed elastica agli intrecci sonori due batteristi con i fiocchi, come il più che maturo Bruce Ditmas e l’ormai affermato Cristiano Calcagnile, affiancati dal pregevolissimo vibrafono di Pasquale Mirra, che, senza trascurare la funzione ritmica delle lamine d’acciaio, ha altresì cavato da esse sonorità immateriali e quasi oniriche, in piena dialettica con il pianoforte improntato al linguaggio della musica contemporanea di Giovanni Mancuso e alla chitarra del leader, che piazzava blocchi accordali a conferire ulteriore spessore alla massa sonora. Una proposta fra il concreto e il concettuale che ha ripreso con successo il versante radicale del panorama zappiano. Così come quella, “Zappa’s Umbrella”, dei quattro olandesi di Rubatong, capeggiati da un front man dalla voce piena di fascino inquietante, il cantante a la Tom Waits Han Buhrs. La musica, in questo caso, tende senza sottintesi sul versante rock anche se è un rock allucinato, con atmosfere di cupa durezza metropolitana, in bilico fra punk e dark e, quando il blues fa ingresso nel repertorio, è un blues “storto”, lontano dal solito “giro” di dodici battute su 4/4. Prodotto, va da sé, estremamente raffinato e non solo per la vocalità così pertinente ed eterogenea di Buhrs: nella line up, infatti, mancava la batteria, sostituita in gran parte dalla vigorosa cavata alla chitarra basso acustica di Luc Ex, coadiuvato da vibrafono e percussioni di Tatiana Koleva. Affrancato da compiti ritmici, il chitarrista Renè van Barnevald ha potuto ritagliarsi un ruolo di sostegno alle atmosfere raccontate con immaginifiche e ruvide sonorità dal vocalist.

Gli altri tre set visti al cospetto del monumento megalitico hanno presentato, come già detto, momenti in cui l’estetica di Zappa ha aleggiato più che altro come tensione verso la creatività. In un caso, forse, si è andati molto vicino al deragliamento: è il caso del Megalodon Collective. Bravi, per carità, i giovani di Trondheim lo sono stati e, molto probabilmente, lo saranno anche di più in futuro. Però non si è compreso l’aggancio fra la loro proposta, indirizzata in larga parte sul versante di un free jazz anni Sessanta, quello che passa nei libri di storia come new thing, con la lezione zappiana, se non attraverso un filo che lega la molteplicità del free con l’arte multitasking del nostro. Un filo piuttosto labile, invero, ma non si può certo trascurare una prestazione in sé valida e meritevole di apprezzamento. Tutt’altro si dovrà dire di Full Blast, il trio guidato dal Kaiser del jazz radicale europeo Peter Brötzmann, cui si è aggiunta, come accennato sopra, Haether Leigh, specialista della pedal steel guitar. Il saxofonista ha messo, come al solito, tutta la sua forza espressiva e sonora, una sorta ormai di paradigma nel panorama della musica internazionale: difficile ascoltare un sax tenore da cui scaturiscano volumi di tale portata. I suoi partner, il bassista Marino Pliakas e il batterista Michael Wertmüller, lo hanno supportato con altrettanta verve nei rispettivi ruoli, implementando forza ritmica alla strapotenza fisica del leader. Efficace il rapporto dialettico con la bravissima Leigh, che è riuscita ad insinuare linee melodiche ipnotiche nello spesso muro sonoro prodotto dal saxofono. Brötzmann è salito sul palco anche con il Summit Quartet, una band da sogno per chi ama la musica improvvisata radicale. Insieme al teutonico, Ken Vandermark, Lux Ex e Hamid Drake. Ne è scaturito un set mozzafiato, di rara potenza espressiva, con le ance spinte verso il parossismo e i due ritmi a tessere trame ritmiche variegate e sempre sorprendenti. Due parole, ancora una volta, devono essere spese per il batterista: gli anni passano ma Hamid è sempre più grande. Non c’è ambito in cui egli non sappia apportare un quid mai scontato, di entusiasmante freschezza e di eccelsa tecnica. L’unico fatto prevedibile è che, ascoltarlo, sarà un sempre un evento.

Per finire la carrellata, l’unicum rappresentato dall’omaggio al saxofonista David S. Ware, per il piano solo di Matthew Shipp, vecchia conoscenza di Sant’Anna Arresi e giunto nel Sulcis anche per la presentazione della produzione discografica di Punta Giara: il cd ‘David S. Ware & Matthew Shipp Duo’, un live registrato al festival del 2004 dalla sapiente mano del tecnico Paolo Zucca. Forse emotivamente coinvolto nell’omaggio al suo plurilustre band leader nonché mentore al principio di una fortunata carriera, Shipp ha affrontato il set con umore vieppiù lirico. Si potrebbe ben dire che si tratta del raggiungimento di un livello superiore, questa nuova capacità – come a delineare l’approdo a una tecnica più matura – di controllare efficacemente la foga espressionistica che, sulle tracce di Cecil Taylor, ha da sempre caratterizzato l’estetica del pianista di Wilmington. Nel frangente il suo pianismo si è palesato tecnicamente o, piuttosto, emotivamente più completo, perché nel consueto alternarsi di tensione e relax, pur sempre prediligendo la dark side della tastiera, Shipp ha saputo mettere in mostra un inconsueto pianissimo lieve e morbido, quasi impalpabile, con voli rapidi sull’estrema destra in sapido contrasto con i consueti rapidi passaggi, anche per mezzo dei consueti cluster, sull’estema sinistra. Forse, chissà, si tratterà dell’ennesimo miracolo della lezione – qui più sentimentale che estetica – di D.S.W.

Il bilancio dell’edizione 2016 è, come si sarà capito, estremamente positivo. “Ai confini tra Sardegna e jazz” si conferma vetrina privilegiata della creatività in ambito jazzistico: a Sant’Anna Arresi, parafrasando un altro celebre aforisma di Frank Zappa – «Il jazz non è morto. Ha solo uno strano odore» – si scopre ogni anno che il jazz è invece ben vivo. Lo «strano odore», da queste parti, è solo profumo di libertà.

Giovanni Di Pasquale

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