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Carbonia. Teatro. Bonacelli, Pambieri e Cingottini, “Classe di ferro” e guai della terza età.

Spettacolo
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La scena teatrale in Italia, nel secondo dopoguerra, è stata dominata, oltre che da grandi personaggi del palcoscenico – da Gassman ad Albertazzi, da Buazzelli a Randone, da Stoppa a Morelli, da Mauri a Valli, da Borboni a Falk, fino a Dario Fo e Carmelo Bene – dai “fondatori” del teatro di regia – Visconti, Strehler, Squarzina, De Lullo, Ronconi e via discorrendo – e da poche importanti figure di drammaturghi – Eduardo, su tutti, ma anche Testori. Vi sono poi autori che hanno avuto una fortuna scemata nel corso dei decenni, fino a farne dei dimenticati: basti pensare a Ugo Betti, che ha firmato successi come “Corruzione a Palazzo di Giustizia” e “Frana allo Scalo Nord” ma oggi resta solo, e perfino con scarsi riscontri, nei libri di storia del teatro. Poi c’è Aldo Nicolaj. Ha un catalogo di più di 120 testi, è uno dei commediografi italiani più rappresentati all’estero, anche in prima rappresentazione, i suoi lavori hanno avuto l’onore di essere interpretati dai più bei nomi della prosa (Paolo Stoppa, Tino Buazzelli, Lina Volonghi, Paolo Poli, Paola Borboni, Adriana Asti etc.). Ma se si scorre l’indice analitico della Storia del Teatro Moderno e Contemporaneo curata per Einaudi da Roberto Alonge e Guido Davico Bonino, “Nicolaj Aldo” non ha neppure l’onore di una citazione (e “Betti Ugo” una sola, per altro nel capitolo sul radiodramma) e, ormai da tempo, le messe in scena delle sue commedie sono diventate una rarità. Il motivo di questa sorta di “damnatio memoriae” ha diverse ragioni. Senza dubbio l’affermarsi del teatro di regia ne ha portato i grandi esponenti a privilegiare i classici, su cui è più agevole rendere evidente e comunicare al fruitore un intervento registico, e trascurare i contemporanei. Non secondari, probabilmente i guai che Nicolaj ebbe con la censura, il che lo costrinse più volte a rimaneggiare i testi facendone perdere la carica sarcasticamente e polemicamente anticonformista: addirittura la rappresentazione del “Soldato Piccicò”, portato in scena da Franco Enriquez e Gian Maria Volontè al “Mercadante” di Napoli nel 1960 ma bollato dai censori di “antimilitarismo”, costò al nostro qualche giorno in gattabuia. Va detto inoltre che l’eclettismo di Nicolaj potrebbe aver fuorviato una critica non raramente schiava dei cliché e delle categorie: il nostro infatti si è mosso agilmente fra neorealismo e simbolismo, teatro borghese e surrealismo, mantenendo tuttavia un’unità stilistica nel segno del pessimismo e della malinconia. I suoi protagonisti sono uomini che vivono con disagio il condizionamento sociale e familiare, l’ipocrisia e il perbenismo di chi li circonda, finendo per soccombere o estraniarsi dal contesto con il quale non sono capaci di convivere. “Classe di ferro”, che andrà in scena a Carbonia, nel Teatro Centrale, sabato 28 gennaio, alle ore 20.45, secondo appuntamento della rassegna firmata dal Cedac e dall’amministrazione comunale, è considerata il suo capolavoro: diretti da Giovanni Anfuso, a interpretare i tre personaggi della pièce saranno Paolo Bonacelli, Giuseppe Pambieri e Valeria Ciangottini, nomi importanti della prosa nazionale contemporanea più volte applauditi anche da queste parti, ultimamente nell’ “Uomo prudente” di Goldoni il primo, nella “Coscienza di Zeno” il secondo e in “A piedi nudi nel parco” la terza. Il testo, rappresentato la prima volta a Budapest nel 1974, ha avuto interpreti del calibro di Ciccio Ingrassia, Gianni Santuccio e Rina Franchetti o Piero Mazzarella, Paolo Ferrari e Isa Barzizza. Il tema è quello dei guai della terza età: il rapporto con i figli che devono prendersene cura, la solitudine, la strenua volontà di fuggire da un destino segnato e inevitabile. «Con un testo che procede leggero ed ironico ma anche visionario ed ingenuo verso un imprevedibile finale capace di coniugare il sorriso alla profonda commozione – spiega Anfuso nelle note di regia – “Classe di ferro” narra il canto di due esseri umani, a cui si aggiunge una figura femminile, nella loro stessa condizione di estrema solitudine, fotografati nell’istante in cui cercano di riscattare la propria vita, ridando dignità alle loro memorie di uomini. Attraverso un linguaggio sapientemente dosato nella sua semplicità e quotidianità, l’autore tocca le vette del sorriso e dell’emozione, e, mentre usa a pretesto il mondo dell’anziano, consegna a tutti noi una splendida parabola sulla vita.». La trama semplice, il linguaggio accessibile non impediscono – è il tratto forse più peculiare dell’opera di Nicolaj – allo spettatore attento di cogliere le sfumature di un lavoro di viva attualità.

Giovanni Di Pasquale

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