Eccoli, i due pensionati, sulla panchina del giardino con parco giochi in cui è nata la loro amicizia, tramare una fuga dal presente di umiliazioni fra le mura familiari. Sparire e sperare, addirittura, di essere creduti morti perché nessuno dei parenti serpenti provi a cercarli e trovarli lì dove hanno deciso di trascorrere gli ultimi anni della loro esistenza. Ma ai canuti “Telma & Louise” il colpo agognato non riuscirà: a uno dei due fuggiaschi l’emozione della nuova libertà costerà cara. Il cuore non regge, tutto è consumato. Finisce così, nello scacco, come spesso accade nei testi di Aldo Nicolaj, “Classe di ferro”, andata in scena ieri nel Teatro Centrale, secondo spettacolo della rassegna teatrale allestita dal Cedac con il sostegno dell’amministrazione comunale. Un lavoro che, si era scritto presentando l’appuntamento, è considerato il capolavoro di questo autore italiano che meriterebbe maggiore attenzione da parte dei protagonisti del teatro nazionale, anche in virtù di un repertorio vasto e stilisticamente variegato. Una considerazione che l’allestimento prodotto da Laros con la regia di Giovanni Anfuso e l’interpretazione di Paolo Bonacelli, Giuseppe Pambieri e Valeria Ciangottini (sopra, nella foto di Sergio Carozza), hanno confermato in pieno. I testi e gli intrecci di Nicolaj, al di là di taluni esiti che rasentano l’assurdo, sono semplici, facilmente accessibili, i personaggi a primo acchito appaiono alla stregua di bozzetti e le situazioni dei paradigmi di sceneggiatura. Ma non è così. Si prenda il primo quadro di “Classe di ferro”. L’autore sembra mettere subito le carte in tavola: Libero Bocca si presenta come un anziano burbero e sarcastico, poco propenso all’approccio confidenziale; Luigi Lapaglia invece è, all’opposto, un attempato ed estroverso signore alla ricerca di compagnia, che attacca bottone con il primo che incontra ai giardini pubblici. Il dialogo scioglie la diffidenza del primo e i due escono di scena a braccetto dandosi appuntamento per i prossimi giorni. Nel secondo quadro Bocca è infuriato con Lapaglia perché è sparito senza lasciare traccia di sé per giorni: il quadro sembrerebbe ribaltato, è Libero che ha bisogno di Luigi ma già nel precedente si è scorto che, dietro il muro delle risposte scorbutiche, il primo non desidera che di essere “agganciato” per tentare la fuga, non definitiva come quella concepita più avanti, da un contesto indesiderabile. Quando si parla dei rispettivi contesti familiari, il primo ad andare all’attacco dei parenti ingrati ed egoisti è Lapaglia mentre Bocca si trincera con le frasi di circostanza, gioca a nascondino ma quella battuta reiterata sulla «minestrina» che la nuora gli propina quotidianamente è più d’un sintomo del suo malessere. Insomma, la strategia di Nicolaj è qui il fingere una scrittura piana e intanto disseminarla qua e là di indizi che sta allo spettatore cogliere per comprendere in anticipo la direzione verso cui la vicenda si muove e trovare i nessi delle sfumature psicologiche. In questo senso è emblematico del personaggio “minore” della pièce: Ambra, maestra d’asilo in pensione, nubile, che vive da sola. Va detto che il regista ha messo parecchio del suo, nella caratterizzazione di questa figura: l’autore, al suo apparire nel primo quadro, dopo più di ottanta “botta e risposta” fra i due che intanto sono già passati a darsi del tu dopo aver scoperto di essere della stessa «classe di ferro», in didascalia la descrive “grossa, sui 65 anni, capelli tinti”. L’intervento di Anfuso sul testo è certamente il più “personale”, non solo, vista l’invidiabile forma della Ciangottini, dal punto di vista “fisico”: Ambra infatti, è incaricata di recitare la “didascalia” all’inizio di ciascun quadro, compito che il testo non le assegna affatto ma soprattutto vien fatta muovere sulla scena come a cospargere tutto di una vitalità che ai due personaggi maschili è ormai venuta a mancare, almeno per due terzi della commedia, in dosi così massicce come dal testo non si trarrebbe. Ma anche Ambra non sfugge alla “tecnica” di Nicolaj e la scelta del regista finisce per esaltarne il meccanismo. Basti pensare alla scena della “gelosia” di Bocca, quando l’ex insegnante e Lapaglia, appena conosciutisi, si scambiano convenevoli che al “terzo incomodo” sono insopportabili: un espediente che mostra, da una parte, il timore del musone che il nuovo conoscente prenda una strada che lo escluderebbe e, altresì, al di là di quel che vorrebbe far credere – le visite ricorrenti di ex alunni, l’assidua frequentazione di saloni di bellezza – in quel rapido cercare, da parte di Ambra, una relazione con uno sconosciuto, s’intravvede l’ombra della solitudine. La confesserà a qualche battuta dalla fine, nell’accomiatarsi dai due amici in procinto di prendere il largo: «incompleta» dice della sua vita senza figli e senza affetti. I figli sono il motivo di contrasto fra le donna e gli uomini: questa li avrebbe desiderati, quelli se ne dileguano, dopo essersi reciprocamente confessati di quali angherie sono vittime e, vuotato il sacco, aver deciso per la «libertà». È Bocca a prendere l’iniziativa dopo che Lapaglia è ormai sul punto di essere ricoverato in un ospizio di cui ha già assaggiato, anche se solo per qualche giorno, tutte le amarezze e lui non vuole e non può privarsi dell’amico. L’Eldorado per gli ultimi giorni delle due vite dovrebbe essere il paesino litoraneo in cui Libero ha vissuto fino ai sette anni, finché la madre non è morta ed egli ha dovuto lasciarlo: nel suo tentativo di recuperare il tempo perduto egli immagina che tutto sia rimasto come settant’anni prima – che ancora ci sia quel vecchio sindaco che lo prendeva sulle ginocchia e che dovrebbe aiutare i due a trovare un lavoro ma che, a conti fatti da Luigi, dovrebbe avere almeno 130 anni … – ma il desiderio di uscire dalla gabbia, per uno dei due neppure più metaforica, è troppo forte. Troppo forte per aprire gli occhi di fronte all’illusione e troppo forte, per Libero Bocca, perché il suo cuore stanco non si spezzi per sempre. In quell’uomo riverso ai piedi della panchina che ha nutrito l’ultima speranza, si è vista quella che papa Francesco chiama, denunciandone i danni, la “cultura della scarto” e, in ciò, Aldo Nicolaj si mostra più che mai vivo. Resta da dire delle prestazione dei tre sulla scena. Carbonia li conosceva da tempo, anche in virtù di “visite” recenti ma ogni volta non si può che ammirarne l’arte eccelsa. Per il loro “pas de trois” fra la giostrina, lo scivolo e il dondolo della scenografia di Alessandro Chiti, c’è solo una parola: “perfetto”. Davvero tre attori dalla “classe di ferro”.
Giovanni Di Pasquale