Un lungo pomeriggio di teatro, fra le innumerevoli sfaccettature dell’arte della scena: si è conclusa così la rassegna Bacu Abis Teatro 2017, organizzata dalla compagnia La Cernita. Non perché l’espressione “teatro ragazzi” sia sminuente rispetto alle altre forme di teatro, e tuttavia nel caso specifico è sicuramente limitante: sia dal punto di vista della partecipazione che ha visto giovanissimi e giovani accanto agli adulti nella partecipazione al laboratorio “All’opera!”, sia per le presenze allo spettacolo del Cada Die, andato in scena senza che una solo poltrona del “gioiellino” della frazione di Carbonia fosse vuota. Veramente tanti contenuti espressi nei tre diversi momenti in cui si è suddiviso il programma: dalle diverse tecniche che “fanno” lo spettacolo teatrale al “recitar cantando” che l’Italia si pregia di aver inventato quattrocentodiciotto anni fa, dallo spettacolo “totale” in cui si incontrano parola, gesto, musica, gioco, citazioni più o meno “colte”, alla funzione sociale e socializzante dell’azione teatrale e dei suoi significanti. In ordine cronologico, per raccontare le quattro ore in cui si è dipanato il programma, si partirà dal quarto appuntamento del laboratorio “Al’opera!” tenuto per un bella e numerosa “classe” di grandi e piccini dallo scenografo e costumista Marco Nateri. Per tutti un’esperienza davvero pregnante, anche per chi vi ha assistito: Nateri è esperto uomo di teatro reduce da esperienze di questo genere: mettere in cena un’assai sintetica rappresentazione di un’opera lirica, in questo caso “La Cenerentola” di Gioachino Rossini, partendo, per la parte musicale, dalla sinfonia che precede l’apertura del sipario, detta anche “ouverture” e per, quella testuale, dal libretto di Jacopo Ferretti, dalla favola di Perrault e dalla “Gatta Cenerentola” di Basile. Nell’ultima “lezione” il maestro ha guidato le prove e l’esecuzione finale, dopo avere in precedenza fatto creare agli “allievi” le scenografie con le scatole di cartone dipinte su due facce opposte per un cambio di scena, i costumi di carta “cuciti” con la pinzatrice e un breve copione. Il tutto nel giro di sei ore complessive: una specie di miracolo ma il teatro, si sa, è di per sé sempre stupefacente. Nello specifico, i partecipanti hanno potuto mettere mano, nel vero senso della parola, alla creazione dello spettacolo partecipando attivamente, da protagonisti, al percorso che conduce, attraverso il lavoro di tutti i “tecnici”, all’esito finale. E Nateri, che ha pure qualche esperienza registica, ha saputo illuminare tutti i passi di questo percorso con la sua lunga esperienza e la grande passione che ha messo in questa operazione: vederlo guidare durante la prova i singoli e i gruppi, suggerire movimenti, modificare le parti del copione, divertire e divertirsi insieme agli “attori” è stata una bella lezione anche per lo spettatore. Il risultato finale, al di là di qualche impaccio dei più giovani dei protagonisti, ha avuto una credibilità stupefacente: molto soddisfatto il “maestro”, al termine del lavoro e felici i protagonisti per un’esperienza da portare per sempre con sé. Ha fatto seguito il duo Silvestro Ziccardi e Mauro Mou, della compagnia Cada Die, con lo spettacolo “Più veloce di un raglio”, lavoro premiato al XXXIV Festival Nazionale del Teatro per i Ragazzi di Padova e insignito dell’Eolo Awards, prestigioso riconoscimento del teatro ragazzi nazionale, per il 2015. Al centro della narrazione, tratta dalla fiaba “L’asino del gessaio” di Luigi Capuana, un gessaio che possiede un gran numero di asini. Tra questi ne spicca uno, il più brutto di tutti: magro, storto, spelacchiato, con la coda scorticata e le zampe così rovinate da reggersi a malapena in piedi. Ma quando il suo padrone grida “avanti, Focoso!”, l’asino alza la testa, abbassa le orecchie per essere più aerodinamico e, roteando la coda come se fosse l’elica di un aeroplano, parte “più veloce di un raglio”. Mai farsi ingannare, dunque, dalle apparenze, perché anche un asino può avere un cuore nobile ed i re e le principesse devono, talvolta, rimboccarsi le maniche per guadagnarsi la nobiltà: l’asino, con cui la principessa ha dovuto maritarsi affinché il re suo padre potesse vincere la guerra, cela, infatti, in virtù di una stregoneria, il corpo di un bellissimo principe che alla fine impalmerà la regale sposa. I due attori hanno fatto divertire tutti: soprattutto Mou che, imbracciando anche una piccola chitarra facendone la terza protagonista in scena, ha preso su di sé la parte del “buffo” a 360 gradi. A Ziccardi invece è toccato la fatica del narratore: una grande presenza scenica, la sua, che ha davvero riempito il palcoscenico di una gestualità elegante e leggera, quanto solida e pregnante e di una voce duttile e densa allo stesso tempo. Nel testo elaborato dalla fiaba del grande scrittore verista si sono notate alcune perle citazioniste: il pianto della nobile di Gallura per il triste destino della principessa data in moglie a un somaro, tutto in lingua della Sardegna nord-orientale, ha richiamato la splendida “Monti di Mola”, dall’album “Le nuvole” di Fabrizio De Andrè, che, appunto in “gaddhuresu” canta la storia di un’asina che vuole andare in sposa a un giovanotto del luogo; mentre per il racconto della battaglia è stata scelta la scansione narrativa propria dei pupari siciliani che danno voce alle zuffe fra i paladini di Francia e gli eroi saraceni. Ha terminato la serata, una messa in scena, ai piedi del palco, dei protagonisti del laboratorio guidato dal musicista Gerardo Ferrara e dalla regista, nonché direttore artistico della Cernita, Monica Porcedda, ispirato – a proposito del celebre lp di De Andrè – al testo delle “Nuvole”: ad essere coinvolti sono stati i migranti ospiti del Centro di Prima Accoglienza di Narcao. La rappresentazione ha dato solo un segno parziale del lavoro che è stato portato avanti nelle quattro tappe del laboratorio, che infatti prosegue ancora. Il lavoro non è stato e non è facile, come Ferrara e Porcedda hanno spiegato al pubblico: il progetto prevede infatti di tradurre il testo («Vanno, vengono,/ ogni tanto si fermano/ e quando si fermano/ sono nero come il corvo […]») in francese, in inglese e nelle lingue africane Bangla, Bamanan e Peul, e farlo “parlare” ai giovani provenienti in gran parte dall’Africa sub-sahariana. Quanto alla rappresentazione che si è vista domenica scorsa, Ferrara le ha dato avvio camminando davanti ai ragazzi armati di vari strumenti a percussione e recitando il testo di un altro dei brani delle “Nuvole”, “Ottocento”, critica feroce alla società italiana degli anni Ottanta e alle sue distruttive e vacue fregole edoniste. È partita successivamente la musica del brano al centro del progetto e successivamente hanno preso parola e suonato con intensità crescente i propri strumenti, i ragazzi del CPA: in tutti costoro si è avvertita un’urgenza espressiva, una necessità stringente di dire e di dirsi, di definirsi agli occhi di una società che li osserva con curiosità e diffidenza, anche durante la presentazione dei singoli protagonisti successiva alla esecuzione del lavoro. Un momento di forti emozioni, per tutti, e della palpabile verità che è l’essenza eterna del teatro.
Giovanni Di Pasquale