“Pale Blue Dot” è il “pallido puntino azzurro” che risulta da una foto che, nel 1990, la sonda Voyager 1 scattò, con l’obiettivo rivolto verso la Terra, da una distanza di seimila chilometri dal pianeta da cui era partita. Dai confini del Sistema Solare, insomma, la Terra appare come un insignificante macchiolina pressoché invisibile: immagine dal profondo significato filosofico, più che scientifico. L’idea di scattare quella foto fu avanzata ai tecnici della NASA dall’astronomo Carl Sagan, il quale da quel dato visivo sviluppò una serie di considerazioni sul destino dell’uomo spodestato dalla posizione centrale nell’universo, sull’insensatezza della guerra e di ogni conflitto umano, sulla responsabilità in capo alla specie umana nella protezione dell’ambiente, espresse nel famoso saggio del 1994 “Pale Blue Dot: A Vision of the Human Future in Space”. Proprio da questo testo prende ispirazione “Indaco”, secondo spettacolo di danza nel cartellone della rassegna Cedac e ultimo appuntamento della rassegna finanziata dal contributo dell’amministrazione comunale. Si tratta di una produzione della RBR Company, con le coreografie di Cristiano Fagioli, Alessandra Odoardi, Ylenia Mendolicchio, Leonardo Cucinato e Daniel Ruzza, la regia di Cristiano Fagioli e Giangi Magnoni, i costumi di Donatella Bressan, le musiche Virginio Zoccatelli e Diego Todesco, il disegno luci di Luca Diodato e Cristiano Fagioli, il video scenery design e la computer animation di Giangi Magnoni, Diego Rossi e Alessandro Ottenio. Sul palco i danzatori Alessandra Odoardi, Ylenia Mendolicchio, Elena Borile, Jonathan Castillo, Leonardo Cucinato e Daniel Ruzza. “Indaco” mette insieme danza, tecnica e innovazione con l’ausilio di speciali effetti video, proiezioni su originali fondali, giochi di luce e soluzioni registiche altamente tecnologiche pensate per il linguaggio coreutico. I danzatori si alterneranno sul palcoscenico apparendo e scomparendo, moltiplicandosi grazie ad uno studio accurato di luci e proiezioni che trasportano il pubblico in un’atmosfera creata da spettacolari illusioni ottiche. «Il tutto – spiegano le note di regia – al servizio di temi universali e coinvolgenti: il rapporto uomo-natura, la ricerca delle proprie origini, il rispetto dell’ambiente e della propria naturalità quale metafora di quella del mondo, in un continuum di istantanee e coreografie emozionali. Tematiche care alla direzione artistica della compagnia che, inserite nel percorso di ricerca che da sempre svolge, pongono l'uomo e la donna di fronte alla natura, madre e nel contempo avversaria, in una dimensione esistenziale sofferta e inesauribile». L’inizio dello spettacolo, al Teatro Centrale, è previsto per le ore 20.45.
La sezione di prosa del cartellone si è invece conclusa il 4 aprile scorso con un altro spettacolo pregevole, “I vicini” di e con Fausto Paravidino, che ha anche curato la regia. L’intreccio fra due coppie, vicine di pianerottolo, fa esplodere certezze ed equilibri. Nella prima, il rapporto fra Lui (Paravidino) e Greta è fondato sulla grande fatica che questa deve impegnare per sostenere l’amore per una persona schiacciata dall’insicurezza. Chiara insomma ha preso su di sé tutto il peso della convivenza: Greta lavora, mentre Lui, che appare in scena sempre in pigiama, ha tutta l’aria del disoccupato cronico incapace di reagire alla situazione. Per di più l’uomo mostra una paura, assai simile a una fobia, nei confronti dell’ “altro da sé”, nello specifico dei nuovi vicini che hanno preso il posto nell’appartamento di rimpetto di un’anziana donna recentemente defunta. L’altra coppia – Chiara e il Marito – è l’esatto opposto: lei finge disinvoltura, da lui tracima la serena tranquillità del maschio che conosce il fatto suo. A rompere il ghiaccio sono le donne: Chiara si presenta con fare equivoco, vestendo una vestaglia trasparente, all’uscio dei vicini, accolta da Lui con l’imbarazzo e il timore della sua timidezza, che lo porta a imbastire discorsi di pregnanza filosofica che, tuttavia, sembrano suscitare l’interesse dell’interlocutrice invece di respingerla; Greta, da parte sua, va, da sola, a casa dei vicini per un pretesto e si trattiene più di quanto Lui si attendesse, ritornandone piuttosto su di giri a causa di qualche bicchiere di troppo. Al primo “pas de quatre” i nuovi vicini si mostrano molto affiatati, mentre Greta e Lui palesano tutti i loro problemi: la donna finisce a farsi consolare fra le braccia di Chiara, mentre il compagno, messo all’angolo dal comportamento di Greta finisce per accettare di farsi sculacciare a natiche all’aria dalla vicina, sotto lo sguardo compiaciuto del marito. La crisi delle due coppie esplode durante un invito a pranzo: il Marito di Chiara attacca frontalmente Lui per la sua incapacità di dominio della compagna e mostra la propria indole dispotica nei confronti della sua donna, mettendola a tacere con atteggiamenti che fanno pensare a un rapporto intossicato dalla violenza domestica; fra Greta e Lui si insinua il dubbio sui ruoli rispettivi: l’uomo riscopre in sé una vena mascolina che lei non conosceva e, soprattutto non accetta più la tutela sentimentale della compagna, che resta disorientata dal cambiamento di chi pensava di conoscere fin troppo bene: cambiamento che ha anche un corrispettivo nell’abbigliamento, visto che Lui lascia il pigiama per pantaloni e maglietta. Il rapporto di coppia deteriorato deteriora anche il rapporto fra le coppie: la rottura spacca in due il pianerottolo. Nel corso dei quadri, alcuni brevi, altri più lunghi, con stacchi – favoriti dal buio sul palcoscenico – da cinema o da telefiction (Paravidino è sceneggiatore sia per il grande che per il piccolo schermo) si è palesato fin da principio un quinto personaggio: “sogno ma forse no”, per dirla con il grande Agrigentino, l’ambiente è frequentato da una presenza che invece si palesa come fantasma ed è quello della donna che ha abitato l’appartamento in cui ora vivono Chiara e il Marito. Greta è la prima ad avvertirlo, come immagine onirica della nonna ma poi è anche Chiara, nel finale a rivelare a Lui di averla sentita presenta e pure Lui alla fine l’avverte. La presenza si palesa nel finale, vista ma forse no dai vivi, a raccontare il terrore della guerra e il monologo che scioglie la trama con un meccanismo surreale che fa ricorso all’inconscio. In esso vi è un sublimato della paura che fa da fil rouge per tutto il percorso della trama: la paura del “vicino” sconosciuto, come detto ma anche la paura di sé e delle proprie debolezze e insicurezze, della solitudine vera e dei sentimenti autentici, la paura della crisi e del cambiamento. Ma per Greta e per Lui, la crisi è l’opportunità per riprendere il filo di un amore prossimo a spegnersi per sempre. Assai apprezzabili le prestazioni degli attori, da Paravidino e la sua partner Iris Fusetti ai due “antagonisti” Sara Putignano e Davide Lorino, all’ectoplasma di Barbara Moselli. Bella la messa in scena di un testo facile solo in apparenza, che ha mescolato credibilmente il realismo con la surrealtà.
Giovanni Di Pasquale