NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta.

Approvo
21
Fri, Jul
54 Nuovi articoli

Carbonia. “Notti a Monte Sirai”, consensi per l’omaggio a Frank Sinatra della Paolo Nonnis Big Band

Spettacolo
Aspetto
Condividi

«Se Frank Sinatra avesse le tette, me lo sarei già sposato». E dire che Miles Davis, titolare dell’aforisma de quo ante, di belle donne – connaissez-vous Juliette Greco? – non ha mai difettato. Ma il trombettista di Alton, Illinois, aveva anche un fiuto eccezionale per la classe, per lo stile, per l’arte e, da gigante a gigante, nell’icasticità del suo detto, ha detto quanto più non si potrebbe dire. Per cui, approcciare Sinatra dovrebbe significare niente di più che fare spazio a classe, stile, arte: da questo punto di vista, il lavoro della Paolo Nonnis Big Band, con Marco Cocco nell’arduo ruolo di protagonista, nell’omaggio a “the Voice” andato in scena sabato 15 luglio per la prima delle tre “Notti a Monte Sirai”, ha fatto centro. Fin dall’abbigliamento degli orchestrali, tutti in camicia bianca, abito scuro e papillon, tanto da trasportare l’atmosfera in quel dei locali di Las Vegas tanto cari al vecchio Frank e ai suoi sodali del Rat Pack Dean Martin e Sammy Davis jr., così come pure, a proposito di combinazioni e coincidenze, ci si vestiva nel Miles Davis Quintet – quello con Shorter, Hancock, Carter e Williams – nella seconda metà dei Sessanta. Nonnis, tuttavia, come già si sapeva, del vasto repertorio di Sinatra ha prescelto la porzione più “swinging” e, se si vuole, più vicina al verbo jazzistico, fra le tante possibili per una vicenda che al jazz non sempre è stata attigua. È noto come, dagli anni Quaranta ai primi Cinquanta, ai tempi del contratto con la Columbia, al cantante di Hoboken, salvo rarissimi episodi – un mirabile “Sweet Lorraine”, per esempio, hit di Nat King Cole, con i campioni del referendum della rivista Metronome, reperibile su Youtube – fosse pressoché inibito il contatto con i territori afroamericani. Ma lui, Francis Albert Sinatra, fin dai tempi della militanza con Tommy Dorsey, con il jazz sentiva una attinenza non mai precisa ma nemmeno sottile se è vero che dal sound del trombone del band leader egli trasse, come da dichiarazioni inequivocabili, ispirazione timbrica. Finalmente, dagli anni Cinquanta, e dal trasferimento alla Capitol, la libertà stilistica ha portato Frank a inventare letteralmente il “concept album”, il microsolco in cui i tune sono raccolti secondo un fil rouge preciso e individuato dal testo e dall’atmosfera. Nell’antologia dell’orchestra di Nonnis, il “concept” è stato il tempo medio o sostenuto, il poco spazio per la ballad. Una scelta stilistica che non è dispiaciuta, fin dall’esordio dell’orchestra, che si è riscaldata con pezzi fra i quali si è riconosciuta “In A Mellowtone”, più basiana che ellingtoniana. Cocco si è presentato con il pezzo d’esordio del Sinatra degli ultimi decenni, “Come Fly With Me”, del prediletto Jimmy Van Heusen; è trascorso su “Where Or When” della premiata ditta Rodgers & Hart; ha acchiappato consensi con l’hit dei Gershwin Bros., “I Get A Crush On You”; ha colto applausi con un convincente “Fly Me To The Moon” e una grintosa versione del tune di Jim Croce “Bad Bad Leroy Brown”. È chiaro come il clima fosse quello dell’ultimo Sinatra, guidato da Nelson Riddle e “You Make Me Feel So Young” ha disegnato esattamente questo spazio estetico. Ritiratosi il cantante a riposare il pregevole strumento vocale, dai colori di caldo legno scuro, l’orchestra è ritornata protagonista con una “Porgy & Bess Suite” di buona fattura. Se ne segnala una “Bess, You Is My Woman Now” in cui il trombone basso ha rimembrato un arrangiamento anni Settanta di “Tenderly” dell’orchestra di Stan Kenton; un indiavolato ¾ per “It Ain’t Necessarily So”; un finale swingante – non lontano dalla lettura di Gil Evans – con “There's A Boat Dat's Leavin' Soon For New York”. Il ritorno di Cocco ha lanciato il gran finale con gli hit più amati di “the Voice”. A parte l’intermezzo con la “Sway” dell'epigono Michael Bublè, si sono susseguite “Luck Be A Lady”, “I’ve Got Under My Skin” (secondo il celebre arrangiamento di Nelson Riddle e le terzine della “reed section”), il pezzo dalla “Dreigroschenoper” “Mack The Knife”, “The Lady Is a Tramp”, in cui Cocco si è lasciato andare a uno scat “off Sinatra”, per finire con “My Way” e “New York, New York” e con il bis della premiata ditta Marks-Simons, “All Of Me”. Il pubblico ha gradito parecchio la performance dell’ensemble, che ha meritato tanto consenso sotto ogni punto di vista: che sia quello della precisione, che sia quello della passione.
Giovanni Di Pasquale

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna