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Carbonia. La pace Cedac-Comune salva la rassegna e apre uno spazio compagnie e attori locali

Spettacolo
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“All’s Well That Ends Well”, scriveva al principio del secolo XVII il Bardo, e gli appassionati di teatro di Carbonia e dintorni non possono che far proprio il titolo-motto di William Shakespeare alla notizia, già diffusa da qualche giorno, che la rassegna che il Cedac organizza e porta in città avrà una nuova edizione nel primo scorcio dell’anno venturo. “Tutto è bene quel che finisce bene” è una delle tante commedie del Grande di Stratford-on-Avon condite di equivoci e travestimenti: nella vicenda del contrasto fra comune di Carbonia e Cedac, che ha messo a repentaglio il proseguimento di una storia iniziata negli anni Ottanta del secolo XX, ci sono stati forse i primi, probabilmente i secondi. Ma l’importante è che il Teatro Centrale di Carbonia continui ad esercitare il suo ruolo di perno culturale in un territorio che, per mille motivi, non può permettersi più di tanto.

Stamattina, nella sala conferenze della Torre Civica, il programma è stato presentato dall’assessore comunale alla Cultura Sabrina Sabiu, dal direttore del Circuito Teatrale Valeria Ciabattoni e dai rappresentanti delle compagnie locali che, per la prima volta e per espressa volontà dell’amministrazione locale, saranno parte del cartellone: l’attore Andrea Tedde, la regista Annapina Buttiglieri e Carla Galliu, della compagnia La Cernita Teatro. Sabiu ha posto l’evidenza sul legame della rassegna con la storia della città, che l’anno venturo raggiungerà l’ottantesimo anno: «Come abbiamo voluto con forza – ha spiegato – la rassegna Cedac si lega all’importante anniversario fin dal titolo “Carbonia 80 – 1938-2018” e dall’ottima grafica della locandina. Le tematiche dell’immigrazione connettono il passato della nostra città con il presente: in questo senso, il coinvolgimento delle realtà locali amplia il significato di questo intento». Ciabattoni ha, da parte sua, segnalato il «risultato soddisfacente» raggiunto nel frangente dopo «un autunno caldo»: «Evidenziamo inoltre – ha puntualizzato – l’inalterato costo di biglietti e abbonamenti, con l’intento di avvicinare prossimamente altre fasce deboli».

Il sipario si aprirà, la prima volta, il 7 gennaio, con “Quasi Grazia” [nella foto in alto], testo di Marcello Fois che ha visto l’esordio sulle scene della scrittrice Michela Murgia. La “Grazia” del titolo è il premio Nobel per la letteratura del 1926 Grazia Deledda, di cui nel lavoro dello scrittore, concittadino dell’illustre collega, si raccontano, in tre distinti capitoli, tre momenti della vita della grande nuorese: il momento dell’addio alla Sardegna e la partenza per il continente, le ore precedenti la consegna del prestigioso riconoscimento a Stoccolma, il fatale colloquio con il radiologo. «Come regista – ha scritto nelle note di regia, Veronica Cruciani – mi interessava il valore politico della sua vicenda privata e per questo le scelte di regia in questo spettacolo, pur partendo dai tre momenti intimi della vita di Deledda raccontati da Marcello Fois, arrivano poi a indagare sia il rapporto tra donne e letteratura che la questione femminile contemporanea. Anche la presenza di Michela Murgia, per la prima volta in scena, è una scelta non casuale in questa direzione; sarda, scrittrice e attivista per i diritti delle donne, era ideale per generare un effetto doppelganger, in cui la sua figura di donna contemporanea e quella della ragazza sarda del ‘900 si richiamassero continuamente come in un controcanto». Nella produzione di Sardegna Teatro, già accolta dal favore del pubblico, sono in scena oltre a Murgia, Lia Careddu, Valentino Mannias, Marco Brinzi, Giame Mannias.

Sarà poi la volta, il 13 gennaio, del primo dei due spettacoli di danza. Una nuova riproposizione dello “Ščelnkunčik” ovvero: “Schiaccianoci”, grande capolavoro di Pëtr Il'ič Čajkovskij, amatissimo dagli appassionati dell’arte coreutica, visto sul palcoscenico del Centrale nel 2014, con una messa in scena quanto mai “classica” da parte del Balletto di Mosca La Classique. In questo frangente, il Balletto di Roma sceglie una rivisitazione in chiave contemporanea: la musica, una delle più conosciute del repertorio di tutti i tempi, è sempre quella ma il giovane coreografo Massimiliano Volpini sposta l’ambientazione dal salone di casa Stahlbaum addobbato come si deve per la notte di Natale, in una strada di una periferia metropolitana, tornando nel secondo atto, quello delle melodie più celebri, alle ambientazioni più consuete. Il coreografo, si legge nella presentazione, «porta in scena un’originale versione del classico natalizio e invita lo spettatore ad osservare la fiaba da una nuova prospettiva che, pur nella conservazione del binomio realtà/sogno, scopre i risvolti terreni di una società contemporanea multiforme. Attraverso la mente curiosa della giovane Clara, il pubblico stesso vivrà un viaggio d’evasione che lo condurrà da una scena di scatole, mattoni, crepe e graffiti, a un mondo magico, fuori dal tempo. Una riflessione lucida e poetica insieme, che consente di realizzare, nel rispetto del repertorio, una versione moderna, fresca e vitale, ricca di ulteriori spunti stilistici e drammaturgici».

Il terzo appuntamento, per il lato “prosa” del cartellone, è “Lampedusa”, una produzione di BAM Teatro che ha debuttato neppure sei mesi fa e che a Carbonia sarà in prima regionale ed appena alla quattordicesima replica. Il lavoro è del giovane commediografo britannico Anders Lustgatner e risale a due anni e mezzo fa: in patria è stata premiata da diversi “sold out” e giudizi positivi. Tradotta da Elena Battista, la pièce, come si capisce dal titolo, è incentrata sui drammi dell’immigrazione che muove dall’Africa settentrionale e vede spesso nell’isola di Lampedusa un primo approdo per l’Europa. Diretti da Gianpiero Borgia, Donatella Finocchiaro e Fabio Troiano, volti noti del grande e piccolo schermo, interpretano una immigrata di seconda generazione e un pescatore, ormai più di corpi, sempre più spesso privi di vita, che di pesce. «La povertà e la disperazione – così viene presentata la rappresentazione – non sono solo lo scenario del racconto: sono causa generatrice del contrasto sociale, del male dei protagonisti. Argomento di fuga per entrambi ed insieme condizione per il miglioramento del proprio status, attraverso lo sciacallaggio della disperazione altrui. Il testo di Lustgarten è sorprendentemente un racconto sulla sopravvivenza della speranza. Dietro il disastro sistematico della politica e delle nazioni, ci sono ancora e fortunatamente le persone, la gentilezza individuale, la sorpresa dei singoli».

Dalla immane tragedia del Canale di Sicilia ai quotidiani drammi di coppia, raccontati con mano leggera da Andrea Tedde in “Quotidianamente insieme”, di cui è anche interprete insieme a Marta Proietti Orzella. Sulla scena ci sono Massimo e Claudia, coppia in crisi dopo cinque anni di matrimonio, che non si arrendono al destino e si rivolgono ad uno psicoanalista che suggerisce ai due un metodo assai singolare, “linguistico”, e tutt’altro che scientificamente aprrovato, per superare le asprezze del dialogo e le ripicche continue: «I due coniugi, una domenica mattina, nel loro appartamento – così ne parla l’autore – avranno modo di mettere in pratica questo grandioso metodo, giocandosi tutto come in una partita a tennis a suon di battute a suon di risposta». La commedia è in programma per il 3 febbraio.

Il secondo e ultimo spettacolo di danza è “Odyssey Ballet”, produzione della Physical Dance del coreografo italo-sardo-malawiano Mvula Sungani, il 27 febbraio. «Il tema dell'integrazione del “diverso” è molto caro al regista e coreografo – così viene descritto il lavoro – che ha vissuto un'infanzia complessa per le sue origini africane in una Italia che all'epoca non era pronta a comprendere l'altro. Si evince l'emergenza umanitaria relativa ai clandestini che sta vivendo tutta l'area mediterranea, si pone l'accento sull'odissea di chi nel mare vede il futuro e nel mare ripone tutte le sue speranze, le speranze di chi vorrebbe solo poter vivere una vita serena con chi ama». La volontà dell'autore è quella di rappresentare un'opera visiva di tipo cinematografico. Il linguaggio coreografico è la “physical dance”, risultato di una fusione di tecniche classiche e contemporanee contaminate con la danza etnica, le tecniche circensi, l'acrobatico e le arti marziali. I costumi e l'ideazione scenografica prevedono una visione essenziale, stilizzata e 'imponente impatto visivo di un disegno luci innovativo conferisce all'opera la spettacolarità delle più grandi produzioni.

L’8 marzo è la volta dello spettacolo forse più atteso: “Da questa parte del mare”, dall’omonimo volume e di un disco del cantantautore, scomparso prematuramente a 57 anni, Gianmaria Testa. A recitare le parole di uno degli artisti più sorprendenti fra quelli emersi tra la fine del ’900 e il nuovo millennio, venuto alla luce dapprima in Francia e poi fattosi apprezzare anche nel suo paese. A narrare le storie che Testa ha affidato ad un libro di cui non potuto vedere la luce, sarà Giuseppe Cederna, attore cinematografico, televisivo e di teatro che ha, nel suo curriculum, la partecipazione al film da Oscar “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores, amico e collaboratore del cantautore. Le storie sono che hanno ispirato quelle del lavoro discografico, un “concept album” del 2006 dedicato al tema delle migrazioni moderne: la regia è di Giorgio Gallione, anch’egli amico di Testa. «Un viaggio struggente, per storie e canzoni, sulle migrazioni umane – così viene descritto lo spettacolo – ma anche sulle radici e sul senso dell’ “umano”. Un piccolo e intensissimo libro più potente di mille chiacchiere. E così lo spettacolo, mescolando le parole di Testa a quelle di Marco Revelli e di Alessandra Ballerini, affronta il tema delle migrazioni moderne senza retorica e col solo sguardo sensato: raccontando storie di uomini e donne. Cederna sarà al contempo la voce di Testa, con lacerti accennati di canzone, ma anche quella scheggiata di coloro che non hanno voce, in un continuo campo e controcampo che ha quale elemento costante un mare che salva e insieme danna».

Il penultimo spettacolo è previsto per il 23 marzo: «Nulla succede per caso», di e con Andrea Rosas, regia di Monica Porcedda, produzione della compagnia La Cernita. Il testo è ispirato liberamente al romanzo Il vento soffia, dai bastioni” di Sergio Atzeni. Romanzo “di formazione”, ambientato nel quartiere della Marina, scosso dalla morte di un vecchio pescatore venuto giù dal Bastione di Saint-Remy. Suicidio? No, dicono tutti, è un incidente, un colpo di vento: ma il figlio non ci crede e inizia, da quella tragedia, un percorso di consapevolezza. Dentro di lui, passano vent’anni e altro dolore. Vent’anni vissuti a mettere a fuoco “cose” sparpagliate qua e là. Vent’anni di assordante silenzio prima di “urlare” a se stesso e agli altri che, su questa terra, nulla – davvero nulla – succede per caso.

Chiude la rassegna, il 7 aprile, la pièce “La Signora Savage”, messa in scena dalla Clessidra Teatro diretta dalla regista Annapina Buttiglieri. Il testo è una traduzione di “The curious Savage”, testo degli anni Cinquanta del commediografo statunitense John Patrick: in Italia è stata portata dalla compagnia della grande Emma Gramatica. È la storia di Ethel P. Savane, eccentrica vedova che si è messa in testa di donare la cospicua eredità lasciatale dal marito ad una istituzione benefica. I figli ovviamente non sono d’accordo e, per sventare il piano della generosa genitrice, riescono a farla rinchiudere in una casa di cura per pazienti psichiatrici. A impersonare i “character” di questa commedia brillante, Valentina Aru, Omar Soddu, Davide Maringiò, Francesca Puddu, Giusy Tartaglione, Rita Garau, Simona Lisci, Stefania Altea, Marco Marras, Eleonora Aru. «Raramente – ha detto la regista – mi sono innamorata dei personaggi di un testo con questa intensità. Sono sicura che lo stesso accadrà al pubblico».

La campagna abbonamenti inizierà il 19 dicembre alle ore 16 al botteghino del Teatro Centrale.

Giovanni Di Pasquale

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