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Cagliari. La carriera artistica nelle Opere di Maria Grazia Medda in mostra al Castello San Michele

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Raccontano i vent'anni di carriera artistica di Maria Grazia Medda, le oltre trenta opere esposte nel Castello San Michele di Cagliari dal 14 luglio al 2 ottobre e raccolte, per l'occasione, sotto il titolo di Texidos. La mostra, realizzata in collaborazione con il Consorzio Camù, propone un percorso che parte dalla Sardegna con i temi impegnati della denuncia della violenza sulle donne, fino ai viaggi nel Sud America e l'incontro con i grandi artisti come Rafael Martin. Viaggi nel continente americano che hanno segnato profondamente le sue opere e hanno determinato una revisione e una riscoperta delle radici artistiche sarde.
"Una trentina di opere di legno, di tela, di rosso, di nero e di bianco, per Texidos, e un quadro che non c'è: parla di strappi, e di fili d'oro che li cuciono. Parla della forza delle donne che sanno opporsi alla violenza e costruire nuovi mondi. Quel quadro non appare in questo viaggio alla scoperta della luce e del colore, eppure è la cifra più vera di quest'artista sensibile e modesta, che sa prendersi cura della fragilità, rimarginare le ferite, recuperare ciò che sembra inutile, dargli nuova vita. Lo fa col legno, che trasforma nelle sue sculture colorate e a tratti inquietanti (soprattutto quando mostrano serrature senza vie d'uscita), lo fa con il tessuto. Metri e metri di tela Olona, bianca, forte, resistente, che fa a pezzi, divide in strisce più o meno sottili, e ricompone in modi sempre diversi. Da bambina, a Decimo, sognava un telaio. L'ha trovato nelle sue mani. L'arte dell'intreccio le appartiene da sempre, così come la predilezione per i colori, sin dai primi approcci con l'arte. Ma c'è voluto un viaggio dall'altra parte del mondo - sul finire del secolo scorso - per averne una piena consapevolezza. C'è voluto il contatto con il Sudamerica, la sua cultura, la sua gente, la forzata attitudine a una vita più semplice, a farle ritrovare dentro di sé ciò che già possedeva. A portarla a non scartare nulla, perché gli scarti talvolta valgono più delle prime scelte.
Andare laggiù era il sogno della sua vita. C'è finita col marito, per due lunghi, intensissimi anni, e lì, in Argentina, in Perù, in Bolivia, in Brasile, e in Guatemala, in Messico, a Cuba, ha ritrovato sé stessa, la Sardegna e tutto ciò che già possedeva.
Frequentare a Bahía Blanca, 550 chilometri a sud Ovest di Buenos Aires, l'atelier di uno scultore come Rafael Martin, testimone con la sua arte della lotta alla dittatura, è stata un'esperienza straordinaria. A pochi passi dall'Oceano Atlantico, ha nutrito la sua nostalgia per il mare di casa, ha riscoperto i colori delle lane, quelli delle case in ladiri - fatte di paglia, fango e acqua - l'erba palustre dei falascos, gli orti con i peperoncini rossi ad asciugare, i tetti gialli di mais. Terra straordinaria che vive di niente, l'America Latina. Gente nella quale si è riconosciuta. Lei che sognava un telaio, il telaio se l'è inventato con i suoi intrecci a mano, i suoi grandi teli pieni di luce che raccontano di mondi vicini. Su quel bianco il colore è esploso al ritorno a casa. Con una predilezione per il nero e per il rosso, «che ritrovo in molti costumi sardi».
La passione dei colori le apparteneva da sempre, l'altro mondo gliel'ha fatta ritrovare. Nei vestiti delle donne andine, nelle sciarpe messicane, nei pupazzetti che i bambini guatemaltechi vendono per strada, per racimolare qualche soldo da portare a casa. Eccoli, hijos de Guatemala e colori, nei tre grandi quadri che sono il cuore della sua ricerca. Nei rossi e nei neri neri che rimandano a rigorose linee giapponesi, e si affiancano, senza contrapporsi, all'essenzialità dei grandi teli bianchi.
Una ricerca, quella di Maria Grazia Medda, che ha preso corpo da un'avventura umana per poi trasformarsi nella sua cifra stilistica. Ora, nel suo lavoro, c'è spazio soprattutto per gli intrecci. Ma l'intreccio nasce dallo strappo, la cucitura dal taglio, il rammendo dalla ferita.
Nasce tutto - per poi ricomporsi e trasformarsi in altro - da quei lavori sulle calze velate che negli anni Novanta la portarono a dare una prima svolta fondamentale alla sua ricerca artistica (la prima mostra personale, alla Bacheca di Lidia Scuto, è del 1991). A passare da una dimensione contemplativa alla denuncia forte, suggestiva, inedita, della violenza sulle donne. Nacquero così, quei simboli della femminilità che lei bruciava, macchiava, maltrattava come se fossero una seconda pelle. «Ho fatto di tutto su quelle povere calze smagliate che mi regalavano le mie amiche».
Soltanto dopo, è apparsa la tela bianca, forte, rassicurante, a suggerirle altri strappi, altri tagli, e a insegnarle altre soluzioni pacifiche e costruttive. Quella tela, quel bianco, quelle onde morbide che si rincorrono, sono ora Texidos.
Un viaggio di andata e ritorno che è stata soprattutto una straordinaria avventura umana e prosegue ancora oggi con la ricerca artistica. Alla scoperta dei punti di contatto tra i due mondi che le sono più cari, l'artista ne aggiunge un'altra: il valore del recupero, del niente che può diventare, con il legno di scarto di una ristrutturazione, uno dei suoi Guardiani. Imponenti, bruciacchiati, poveri, impettiti, donchisciotteschi. In questa mostra custodiscono le tele che volano morbide nell'aria, indicano la strada da seguire, tra i texidos che si rincorrono a raccontare di un cuore semplice, una donna dall'anima colorata che ha trovato nella Fiber art la sua essenza. Lei che sa rimediare agli strappi della vita con morbidi, indistruttibili fili d'oro.
(Maria Paola Masala)

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