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Libri. Nel mito e nel noir Da una lettura del romanzo Giorgia Loi "Il fiore selvatico del Guilcer". di Roberto Serra

Cultura
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Giorgia Loi è scrittrice giunta al suo terzo romanzo: Il fiore selvatico del Guilcer. Quest'ultimo preceduto da Lettera a Helena (ed. Il Filo), Cristalli di quarzo, Filll'e fortuna entrambi per il Ciliegio. 00 00 20 libro giorgia loiCon Il fiore selvatico del Guilcer, ci offre l'occasione per una appassionante lettura che soprattutto apre ulteriori spiragli per una riflessione intorno alla già affermata nobiltà del genere giallo-noir. 

La vicenda narrata riprende un fatto di cronaca verificatosi nei primi decenni degli anni '20 del secolo scorso. Assente dai fatti di cronaca, forse per precise scelte del regime, la notizia circolò nelle voci degli abitanti di quelle terre e dei cantori che contribuirono a far perdere a quella vicenda gli aspetti della cronaca per collocarla immediatamente nella dimensione di un antico mito entro il quale i diversi personaggi vivono la loro storia.
Avviene che un efferato delitto sconvolge la piccola comunità di Aidomaggiore e, in modo particolare, la vita di Giuanne Marras, il ricco possidente e Podestà del paese, anima e punto di equilibrio di quella comunità.
Il tempo datato è il 1925, un tempo in cui nei piccoli borghi di una Sardegna ancora arcaica sopravvivono norme e modelli di una cultura che ha radici antiche e rispetto ai quali la storia sembra essere assente.
Il teatro, nello sfondo di paesaggi talvolta rudi e selvatici, talvolta lievi e dotati di un armonico lirismo non sono le aspre comunità della Barbagia (elemento significativo nel contesto della vicenda anche per un confronto e una presa di distanza da altre tendenze presenti nel giallo made in Sardegna), è bensì un piccolo borgo del Mandrolisai, Aidomaggiore:

<<Aidomaggiore, in fondo, non era altro che un bianco villaggio sussurrante che viveva di pane e ciarle, la porta di accesso ai monti di Oliena e Orgosolo, dove i banditi avevano eretto i loro maestosi castelli e le janas filavano pazientemente nelle notti di luna piena, seguendo le loro mosse>>.

Lungo molteplici linee narrative, il tema principale che ne sorregge lo svolgimento è dunque il rapimento di una giovane fanciulla, Cosetta, figlia del podestà del paese, questo "fiore selvatico del Guilcer" a cui viene equiparata, metafora di innocente libertà e purezza, come molti ne crescono tra i monti del Mandrolisai. Si delinea così un orizzonte d'esistenza intriso di azioni umane e di realtà che trascendono l'operare dei singoli, secondo le possibilità di una metamorfosi che segue nel romanzo le ricorrenze proprie della narrazione di più antichi miti che Giorgia Loi ci affida, passando attraverso una scrittura elegante e intensa, una densa capacità descrittiva condotta in uno stile lineare e armonico, entro il quale anche il paesaggio, tratto non secondario, così minuziosamente descritto nei suoi contraddittori aspetti, nelle forme, i colori, gli umori che sprigiona, si fonde fino a confondersi con la realtà dei personaggi, quasi fossero paesaggi dell'anima umana a scrivere la scena come "un enorme condominio a cielo aperto".

<<Così passarono le ore e tornò la sera a proiettare le sue ombre lunghe sui vicoli di Aidomaggiore e nella penombra uno scorcio di luna malinconica vigilava sulle case e sui passi degli uomini, mentre nel freddo cielo di gennaio anche le stelle tremolanti di pallida luce partecipavano al tormento di un paese. Ogni cosa pareva perennemente sospesa nell'imminente accadimento di un evento che non veniva mai>>

Questo stile di preziosa efficacia descrittiva che contraddistingue la ricca prosa dell'autrice già nelle precedenti opere, si riconferma qui nel Il fiore selvatico del Guilcer specchiando, in quella forza descrittiva dei luoghi, dei paesaggi, dei volti e dei gesti umani una certa problematica tensione e resistenza ad ancorarsi a un puro elemento di rimpianto di un tempo arcaico, fino a comporre una sua inevitabile ridefinizione, passando attraverso una rappresentazione mitografica che il noir consente, sebbene quella arcaicità, in una forte tensione emotiva, tenda a riproporsi come forza istituente una specifica identità, forza che nel tempo ha lavorato i volti e i corpi delle persone.

<<Su ogni pietra era scolpito il nome di un antenato e nella corte, attorno al pozzo, avevano giocato i figli degli antichi proprietari e aveva respirato il profumo del tempo il vecchio ginepro ormai stanco.
Ed anche Borica era una serva antica, senza età nel suo fisico minuto e robusto e i capelli sempre raccolti in una crocchia argentea bassa sulla nuca, le mani tozze di chi ha lavorato la terra, come anche la farina, lavato i panni al fiume e trasportato fascine di legna, e i piedi conciati dalle troppe vendemmie>>.

È questo mito identitario che dunque si fa radicamento storico nel senso più pregnante, cercato e coltivato come appartenenza fondatrice della comunità e rispetto al quale vediamo contrapporsi una hybris orientata dalle nuove forme che la storia va assumendo. In questo caso il noir, si definisce in una particolare forma perché rivela come i protagonisti reali del romanzo siano non meno i motivi delle epoche storiche, le suggestioni che veicolano, e il loro incrociarsi nelle esistenze dei singoli, disvelando proprio attraverso le particolarità che il delitto in questione assume, uno degli aspetti essenziali del mito e in senso lato della azione letteraria e di scrittura. Tra le ricorrenze operanti, ricordiamo come nella Teogonia di Esiodo si articoli proprio la vicenda di un conflitto segnato dal tempo: Cronos che divora i propri figli. Sarà la specificità del delitto, come si vedrà, il suo carattere "famigliare", secondo un doveroso richiamo al Perturbante di Freud, a mettere in luce appunto nel famigliare, e propriamente in ciò che di più intimo pertiene alle singole individualità, il carattere specifico dell'orrido e del delitto. È questa intoglibile persistenza di elementi inscrivibili in una materia mitologica che sembra qui farsi motore di scrittura e di narrazione.

Amore e dolore, un delitto efferato e un secondo delitto, in un richiamo a quella atavica e perenne lotta tra giganti, l'indagine svolta con le piste fallaci che seguono, sono i diversi piani che attraversano il romanzo in un intreccio che svela ulteriori elementi del noir. Forse è qui che può scorgersi l'originalità dell'opera, nel complesso quadro entro il quale l'orizzonte arcaico delle tradizioni si innesta attraverso l'efficacia della narrazione nelle dimensioni e negli effetti antropologici propri del mito. E così sebbene nel quadro e nei limiti di una letteratura di genere lo si potrebbe ancora leggere, assaporando l'efficacia della narrazione, la tensione dell'enigma, il dramma vissuto dai personaggi e la suspense che ne segue e che coinvolge il lettore, in maniera tale da indurne una appassionata lettura; o ancora cogliervi quegli elementi che conducono alla questione legata alle ragioni del banditismo che per alcuni decenni è stato presente in Sardegna, anche alludendo nella vita di uno dei personaggi, Salvatore Putzolu, con il suo Germinal di Zola, alle ragioni sociali e politiche che hanno punteggiato quel fenomeno. Ma di più, nella struttura del noir che il romanzo propone, prende forma una vicenda dai risvolti più ampi e decisivi che dà compimento a questo innestarsi del genere noir nel mito, e, in questo caso, a farsi esso stesso mito, perché prende forma nella narrazione una catastrofe totale che investe e devasta le certezze sulle quali è costruita la comunità, una peste morale che ne sconvolge l'ordine etico secondo gli antichi tratti del mito che così prendono forma nell'interruzione dell'equilibrio sociale riconosciuto e affermato intorno alla figura di "meri" Marras, il padrone, in un sistema di equivalenze che sono principio di ogni economia, equilibrio di ruoli e di funzioni, di codici e di pratiche accettate e condivise, di servi e di padroni. Dissoluzione e smarrimento che minano la comunità in questo intreccio tra la dimensione individuale di un atto efferato e una macchia che dilaga su tutta la comunità: è quanto costituisce uno degli elementi essenziali della materia tragica legata al mito.
Si pensi all'Edipo re di Sofocle, dove l'omicidio di Laio è causa della peste che ha investito la città di Tebe e come la condanna sia consistita proprio in un allontanamento del colpevole dalla città, in un essere bandito. È questo precisamente il destino di Edipo, capro espiatorio ante litteram affinché la comunità possa costituirsi. Ed è facile vedere come nella vicenda di Edipo siano presenti proprio quegli elementi dai quali il noir trae alimento: il delitto, l'indagine, il tormento psicologico dello stesso Edipo, e il dialogo con Tiresia che è indagine al contempo poliziesca e psicanalitica.
Si presentano dunque, nel genere e nel romanzo in questione, quelle affinità che nella letteratura rimandano al complesso universo del mito, di cui qui si tenta di dare alcune esplicazioni, raccogliendo quegli elementi di dinamicità rispetto al corpus originario dei miti che costantemente lo rinnovano lungo una storia che data fin dal suo primo apparire, quasi un omaggio alla sollecitazione che ci giunge da Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, quando suggerisce la necessità di guardare al passato con gli occhi di una ripensata modernità.
Dunque è a questa polarizzazione che occorre guardare per comprendere l'operazione propria del romanzo di Giorgia Loi, anche rispetto alla tradizione del noir in Sardegna, perché assistiamo qui, proprio grazie alla trasmutazione della tradizione arcaica nelle specificità del mito, ad una desostanzializzazione liberante di quella arcaicità stessa tale da aprirla a significativi fattori di trasformazione che pure la hanno caratterizzata. L'inquietudine psicologica di questa tensione tra le sicurezze sempre richiamate di un mondo arcaico e la miseria, nonostante le promesse di un futuro radioso, che giunge sotto molti aspetti dalla modernità; e ancora la messa in scena, propria del mito, delle fondamentali opposizioni semantiche su cui si basa la cultura di una comunità quali sono la vita e la morte vanno a definire la struttura propria del romanzo nelle sue disponibilità dinamiche e nel suo incarnarsi in una dimensione tragica alla quale occorre rivolgersi anche per una sua adeguata lettura, dove i temi affioranti strutturano un percorso che volge ad una interrogazione sulla natura del "male" fino al profilarsi della possibilità del perdono nel giorno della Pasqua, mito della resurrezione che si spande come rinascita di tutto un universo affidato ai giochi dei ragazzi resosi possibile grazie a una già dimenticata vittima sacrificale.

La Sardegna e i miti che la contornano è dunque attraversata dalle sollecitazioni che giungono inarrestabili da una modernità incipiente. Sono le forme di una nuova hybris tale da travolgere la vita dei personaggi, precipitati in una sofferta e sciagurata passione che investe senso e ragioni della comunità intera. Quasi un male adiacente, negato e mai cancellato, ribollente nel sottosuolo, un fiume carsico pronto a una sua proteica ricomparsa attraversando le maglie friabili che una scrupolosa e operante coscienza ha tessuto. I vari miti della caduta prendono forma nel romanzo, in questo irrompere del dolore e del male che sembra sovrastare i singoli destini umani trascinando tutti i personaggi verso la catastrofe. Sembra essere questa dunque la cornice e sembrano essere questi i differenti poli di oscillazione della narrazione che nel noir innesta la materia mitologica, come pure sembrano richiamare i due esergo posti in testa alla narrazione: la scrittrice sarda Grazia Deledda, attraverso la quale prende forma il richiamo a quella Sardegna arcaica che si misura con le sollecitazioni che provengono dalla modernità, e Omero qui evocato in una invocazione di dolore e di lutto, attraverso il quale il riferimento a questo tempo arcaico si consolida nella dimensione propria del mito, raccogliendone tutti gli elementi costitutivi.
Si tratta propriamente di una particolare dimensione che il genere noir sembra assumere in questo romanzo, radicalizzando alcune specificità di questo genere letterario, l'efferatezza di un inspiegabile e inatteso crimine, comunque apice delle contraddizioni che attraversano la comunità -lo stesso inconsueto matrimonio di meri Marras con la bella Ottavia-, e costruendo insieme l'articolarsi della storia dei differenti personaggi in un radicamento nel mito, in una appartenenza che è anche identificazione vissuta dai personaggi stessi come certificazione nella quale affondano le ragioni del proprio esistere. Ed è questa appartenenza, profilo essenziale nella costruzione della personalità di ciascuno, che il noir, in questo romanzo, ricompone e scompone in un movimento dialettico, persino ossimorico, spingendo verso una catastrofe animata dall'incontro di epoche diverse, due masse etiche contrapposte dove conta il peso e l'ipoteca che quel radicamento nel mito costituisce.
Il romanzo dunque sollecita una riflessione relativa a una possibile reinterpretazione della arcaicità se accostata alla struttura e alla funzione del mito, sollecita cioè a comprenderla non secondo modelli statici di fissità in un passato immobile e remoto, bensì nella dinamicità che al mito è propria in una perenne ridefinizione che lo costituisce nelle ricorrenze variabili entro cui le strutture che lo determinano definiscono i suoi contenuti: allora la questione, essendo entrambi forme di una narrazione secondo una parabola nella quale l'organicità della comunità è rotta dall'efferatezza di un atto che investe la comunità stessa, è: che cosa è il racconto, perché raccontare e che cosa si vuole raccontare? Che cosa spinge alla narrazione di queste ricorrenze pur prese nella loro variabilità e che cosa si inserisce entro la narrazione, secondo il principio per il quale la causa persiste nel suo proprio effetto? In quali corde dell'animo umano si inserisce questo bisogno, se non per l'effetto di un contraccolpo che evocando il male abbia un effetto di giustizia, di rassicurazione catartica della comunità. Il noir, in questo caso, è forse il tentativo moderno della scrittura di nuovi miti, di un mito slegato da motivi religiosi e arcani secondo i nuovi dettati di una modernità secolarizzata e secondo quella progressione tutta da decidere ancora che al mito fa seguire la filosofia e a questa la scienza, mentre vediamo il mito operare ancora nel presente e in modo evidente nella produzione letteraria.
La narrazione è così punteggiata da ulteriori racconti che affondano nelle memorie dei personaggi. È l'autrice che scrive e innesta altri racconti che hanno la valenza di miti ulteriori. Raccontano di passioni amorose, di donne che perdono l'amato e poi lo ritrovano in altre sembianze, racconti che si intrecciano con la vita reale, quella di Toricu Pau e Ottavia, di Tore e Annina, o il sogno di Pietrina, ma anche le fantasie di Cosetta, quasi che quei racconti fossero chiave per comprendere il reale stesso e attraverso i quali i personaggi danno senso alle loro smarrite esistenze.
Data la complessità della traccia, la narrazione è dunque costruita abilmente secondo progressive condensazioni, annodate tra i temi affrontati e le vicende dei singoli personaggi, un intrico che ne costituisce il tema portante fatto di vicende d'amore e di dolore, e l'amore e il male si intrecciano nel tessuto di questo romanzo. Si tratta delle ragioni e delle storie devastate degli amanti, gli efferati e orribili delitti che ne seguono, il dolore che travolge i personaggi coinvolti come è il caso di meri Marras, non meno degli altri, e l'indagine svolta dall'inquirente, il maresciallo Figus, tra incertezze e stupore, registrandone l'efferatezza e con sgomento ritrovandosi a seguire una interrogazione sulla natura del male e i suoi inquietanti travestimenti.
Il romanzo chiude e risolve nella evocazione della Pasqua, chiaro appello a una redenzione evocata, apice di un percorso storico che dà forma nella vicenda narrata nel romanzo a una risposta alla questione del male, alla stessa vuota disperazione di Giuanne. Ciascuna pasqua è di chi sconfigge la morte e "forte come la morte è l'amore". Dunque con la pasqua, la poesia, il canto dei poeti che chiude il romanzo, quale nobile cifra dell'autrice.
Cosetta, la cui voce ancora oggi, in certe notti di luna piena, sferza i boschi del Mandrolisai correndo fra le piante insieme alle raffiche di vento. Cosetta dalla pelle di rosa, i capelli nerissimi e gli occhi che fioriscono a ogni primavera nel Guilcer, viva nelle parole dei poeti che l'hanno conosciuta.
È ancora viva nelle parole con la quali Giorgia Loi ha ricostruito questa storia.
Il mito entra nella letteratura quando le certezze su cui poggia la nostra modernità vacillano, quando incomincia ad essere chiara la necessità di ridefinire un nuovo progetto di civiltà di cui l'arte non può non farsi carico.
Roberto Serra

Giorgia Loi Il fiore selvatico del Guilcer, Edizioni Il Ciliegio, 2020, pp 222, euro 13,00

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