Negli ultimi due mesi, causa Covid-19, il governo ha preso rigide misure con l’obiettivo di prevenire il contagio. Abbiamo dovuto prendere confidenza con gli ormai famosi DPI (dispositivi di protezione individuale), fino ad allora di esclusivo appannaggio di determinate categorie professionali e, nostro malgrado, imparato a distinguere le mascherine chirurgiche dalle FFP1, dalle FFP2 e dalle introvabili FFP3. Abbiamo quindi imparato ad uscire di casa bardati, a proteggere naso e bocca, spogliandoci della nostra identità. Il confinamento e il distanziamento interpersonale ci hanno infine fatto riscoprire il piacere di una chiacchierata, la socialità come bisogno primario della nostra quotidianità. Le attese davanti agli esercizi commerciali sono diventate nuovi luoghi di ritrovo e spesso è bastato uno sguardo per rassicurarci, per sentire anche nostro quel “andrà tutto bene” diventato slogan nazionale. L’espressione “parlare con gli occhi” ha acquisito un nuovo sapore. È necessario, però, fare i conti con l’esistenza di differenti canali comunicativi e che, soprattutto, non sono uguali per tutti. Fondamentale è, quindi, che qualsiasi messaggio, da quello del postino a quello del medico, arrivino sani e salvi a destinazione. È per questo motivo che alcune realtà artigianali si sono poste il problema di favorire la comunicazione anche verso le persone sorde. Sì, perché le classiche mascherine in commercio tralasciano un particolare tanto banale quanto fondamentale: impediscono la lettura del labiale. E, a proposito di canali comunicativi, quello dei sordi è prettamente visivo – gestuale. Stiamo parlando di una comunità che, nel territorio nazionale, conta circa 60 mila sordi prelinguali (oltre a 3 milioni di persone affette da sordità variamente classificabili in relazione all’entità ed all’epoca di insorgenza), di cui circa un migliaio residenti in Sardegna. La comunicazione, cioè la partecipazione all’informazione, viene effettivamente garantita anche a chi convive con questa disabilità invisibile, ma molto tangibile? Spesso, infatti, ci si dimentica di cosa implichi la sordità, un esilio involontario in una società permeata di comunicazione. La comunità sorda, per natura resiliente, si solleva con orgoglio quando viene a mancare il diritto ad una comunicazione completa e consapevole. E le misure di contenimento seguite all’emergenza sanitaria l’hanno messa a dura prova.
Sono numerosi, infatti, i Sordi che si sono dovuti scontrare con le difficoltà del caso. Francesco Olla, docente sordo di Storia e Cultura dei Sordi e coordinatore regionale dell’Associazione MoSe Movimento Sordi Equità, ci ha infatti raccontato come, nelle più comuni circostanze della vita quotidiana (al supermercato, in farmacia, alla posta, in banca, ecc.), sia diventato “impossibile conversare in piena dignità”. Alla naturale barriera comunicativa si è aggiunta quella artificiale della mascherina. Si tratta, dunque, di una grave questione culturale, dal momento che il diritto all’informazione e alla comunicazione vanno di pari passo alla tutela della dignità della persona sorda. Per venire incontro a questa realtà, si sono sviluppate tantissime iniziative legate alla manifattura delle mascherine “made in Sardinia”. È da segnalare quella di alcune realtà isolane che si sono adoperate nel confezionamento di mascherine ad hoc, dotate di un quadrante trasparente all’altezza della bocca che agevola, seppur parzialmente, la lettura del labiale. Un dispositivo semplice e di altrettanto semplice manutenzione anti-appannamento, rendendo accessibile a tutti l’informazione, nonché restituendo individualità e personalità a chi la indossa. A questo proposito il prof. Olla ritiene che, secondo lo spirito della legge 104/92 “Le Regioni ed i Comuni dovrebbero non solo facilitare l’uso delle mascherine trasparenti a favore della comunicatività dei vari servizi pubblici a favore dei cittadini sordi, ma tali mascherine devono essere rese obbligatorie tra gli operatori di particolari improcrastinabili servizi pubblici (farmacie, supermercati, banche, negozi alimentari)”. La comunità sorda si affida, ancora una volta, al buon senso delle istituzioni. Resteremo a vedere se le iniziative isolane resteranno isolate o se verrà colta l’occasione per dare il segno concreto di una riscoperta civiltà.
Maria Fabiana Doi