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Roma. Marino indagato per gli scontrini. Con il ritiro delle dimissioni sfida il Pd. Orfini: "Vada via".

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Il primo cittadino fa dietrofront e dice: "Ci vediamo in consiglio". Il sindaco Ignazio Marino è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Roma per peculato e concorso in atto pubblico nell'inchiesta sulle note spese saldate con la carta di credito del comune della Capitale. Marino avrebbe ricevuto l'avviso di garanzia pochi giorni fa, quindi ben prima di ritirare le dimissioni. Un gesto clamoroso che il primo cittadino, invece, ha fatto proprio ieri."Per il sacrale rispetto che si deve alla stessa Assemblea ed alle sue prerogative, espressioni della sovrana volontà popolare, ritengo di dover sospendere - nelle more della convocazione richiesta - le riunioni dell`organo di governo capitolino, e di conseguenza di inibire momentaneamente gli effetti degli atti di conferimento delle deleghe assessorili, in attesa di verificare la sussistenza delle condizioni politico-amministrative che permettano la prosecuzione del mandato". Marino, con la lettera con cui giovedì ha ritirato le sue dimissioni, contestualmente congela la Giunta e chiede la convocazione dell`Assemblea capitolina. Nei fatti, così, con una sola mossa, non solo stoppa il conto alla rovescia che avrebbe portato, il 2 novembre, alla nomina del Commissario prefettizio, fortemente voluto da Palazzo Chigi, ma mette nell`angolo il Pd. Costringe il partito, cioè, se vuole evitare il confronto politico in aula - come pretende il premier Matteo Renzi che di Marino non vuol sentir più nemmeno parlare - a far dimettere tutti e 19 i consiglieri eletti e a cercarne altri 6, anche tra le file dell`opposizione, che gli permettano di raggiungere la quota dei 25 necessari per far decadere sindaco e Giunta.Marino, invece, l`Aula la cerca - "Ritengo non sia giusto eludere il dibattito pubblico, con un confronto chiaro per spiegare alla Città cosa sta accadendo e come vorremo andare avanti", spiega Marino nella stessa lettera. Riconosce i propri errori, il sindaco-marziano: "Costretto dalle difficoltà e dalla resistenza dei poteri che stavamo sfidando a lavorare giorno e notte per portare a risultato ognuna delle nostre scelte, ho dato l'impressione di non voler dialogare e di non voler condividere queste scelte con la Città, che talvolta ha così ha percepito di subirle - racconta con semplicità -.Mi spiace, perché non è questo il segno che volevo dare, a partire da un dialogo più aperto e costruttivo che avrei voluto avere con l'Assemblea capitolina, a partire dal gruppo del PD, il partito di cui sono espressione e che ha saputo più volte - insieme a tutta la maggioranza - dare prova di coraggio e determinazione con voti che resteranno storici per la nostra Capitale".Il partito, però, gli ha voltato le spalle - Quando è entrato nella seduta di Giunta di ieri sera, la prima dopo il ritiro delle dimissioni, già doveva scontare l`assenza per dimissioni depositate del vicesindaco Marco Causi, dell`assessore ai trasporti Stefano Esposito e di quella al turismo Luigina Di Liegro, tre delle quattro risorse d`eccezione su cui aveva puntato, con l`avallo di Matteo Orfini, per rilanciare il suo progetto per Roma dopo l`ultimo rimpasto. Dopo la seduta, in cui s`assicura l`approvazione di alcune delibere su veri cavalli di battaglia come la pedonalizzazione completa dei Fori nei giorni festivi e il superamento del residence per l`emergenza abitativa, perde altri pezzi eccellenti: l`assessore ai lavori Pubblici Maurizio Pucci, con cui era andato per cantieri giubilari fino a poche ore prima, Giovanna Marinelli, artefice di molti dei progetti culturali cui il sindaco teneva tanto, poi il quarto "rimpastato", Marco Rossi Doria, ma anche quell`Alfonso Sabella che aveva chiamato, da magistrato, ad affiancarlo nella dura battaglia per la trasparenza nella capitale. Alla fine della riunione restano al proprio posto, oltre alla fedelissima, Alessandra Cattoi, l`assessore al Commercio, Marta Leonori, quella all`Ambiente, Estella Marino, l`assessore alla Trasformazione urbana, Giovanni Caudo e l`assessore ai Servizi sociali Francesca Danese. Entro il primo pomeriggio di oggi, però, stando all`ultimatum di Palazzo Chigi, le 19 lettere di dimissioni dei consiglieri del Pd dovranno tutte essere contestualmente consegnate al segretariato generale del Campidoglio, o di persona o con delega autenticata da un pubblico ufficiale, insieme alle almeno altre 6 che vi si aggiungeranno. C`è chi giura che Renzi dovrà promettere o minacciare molto per convincerli tutti ad andarsene. Ma c`è anche chi dice che c`è la fila per far cadere Marino. Al momento è abbastanza certo che non si presteranno all`operazione i 4 consiglieri del gruppo di Sel e 4 su 5 della lista Marino, nella quale dovrebbe invece allinearsi al Pd la consigliera Svetlana Celli.M5S non sembra voler aderire alle dimissioni di gruppo - Il M5S, che preferiva affrontare Marino in Aula discutendo una mozione di sfiducia, non sembra aderirà alle dimissioni di gruppo. Dal centro e da destra dovrebbero, invece, soccorrere la scelta Pd Alfio Marchini e Alessandro Onorato della Lista Marchini, Daniele Parrucci del Centro democratico, Roberto Cantiani del Pdl. Mino Dinoi, del gruppo misto, prima incluso tra i dimissionari, ha smentito secco via facebook. Gli altri nomi si scopriranno nel corso della giornata. Nella riunione del Nazareno di ieri era emersa dai consiglieri Pd l`esigenza di non accettare "aiuti" tanto scomodi da non poter essere spiegati ai propri elettori: dall`ex sindaco Gianni Alemanno, ad An, a Salvini.Comunque andrà, Marino sarà riuscito nel suo scopo - Marino è riuscito a costringere il Pd a contarsi e a spiegare ai propri elettori perché vuole mandare a casa un primo cittadino "eletto con il voto favorevole del 64 per cento delle romane e dei romani partecipanti al voto", con un programma "che ha fermato il consociativismo, ha fortemente voluto il risanamento dei debiti miliardari nel Comune e nelle Aziende municipalizzate, che disegna una Città consolidata e non realizza nuovi quartieri di disagio, che riconosce a tutti gli stessi diritti e che ha riportato la legalità contabile e sbarrato la porta alle mafie perseguite da una attenta ed intelligente Magistratura", rivendica nella lettera in cui ha dichiarato guerra alla linea del premier. Se però non si arriverà in Aula Giulio Cesare, e al confronto diretto, scommette il Pd, tutto diventerebbe più opinabile, e lo schiaffo degli eletti al sindaco marziano più sonoro di ogni sua, pur utile, delibera.
Red. Tiscali

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