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Reggio Emilia. Venti studenti minorenni colpiscono la ‘ndrangheta al cuore

Stampa Nazionale
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E’ un importante successo dello Stato nella lotta alla criminalità mafiosa. Ma va spiegato nei dettagli perché quanto è accaduto venerdì mattina a Reggio Emilia è così semplice che potrebbe sfuggire. Non ci sono stati blitz, arresti, confessioni di pentiti, conflitti a fuoco. Non è successo niente di spettacolare. Ma la ‘ndrangheta ha subito uno smacco clamoroso. E’ stata letteralmente colpita al cuore.
“Processo Aemilia”

Il fatto è stato riportato da un’agenzia di stampa, la Dire, e raccontato nella sua pagina Facebook da Peppe Baldassarro, un giornalista di Repubblica. Ieri a Reggio Emilia, durante un’udienza del  “processo Aemilia”, sono entrati nell’aula di giustizia una ventina di studenti delle scuole superiori di Argenta che partecipano a un progetto di educazione alla legalità organizzato dall’associazione contro le mafie “Libera”.
Infiltrazione della mafia calabrese

Il processo “Aemilia” è il risultato di una delle inchieste più importanti sull’infiltrazione della mafia calabrese nel Nord Italia. Un fenomeno che ha dimostrato la forza formidabile di questa organizzazione, capace di mantenere in qualunque ambiente la sua struttura di base che fa coincidere il legame familiare con quello criminale. Gli appartenenti al sodalizio appartengono, in senso stretto, anche alla stessa famiglia e ne conservano le “tradizioni”. Le inchieste di questi ultimi anni hanno sistematicamente confermato che i boss di seconda generazione, nati nelle regioni del Nord, praticano i metodi e conservano le regole vigenti nella regione d’origine.
I ragazzi delle scuole superiori di Argenta

Ieri mattina, dunque, entrano nell’aula di giustizia i ragazzi delle scuole superiori di Argenta, cittadina di ventimila abitanti in provincia di Ferrara. Frequentano le classi che vanno dalla prima alla quinta, le loro età vanno dai 14 ai 19 anni. La visita infastidisce alcuni dei parenti degli imputati, che non nascondono il loro disappunto. Dicono ai ragazzi cose come “Non siamo all’asilo”, “Andate a studiare invece di perdere tempo qua…" Uno degli avvocati, traduce il fastidio in una richiesta alla corte: quei ragazzi devono andarsene via. Esiste, infatti, un articolo del codice di procedura penale, il 471, che vieta di assistere alle udienze a “coloro che non hanno compiuto 18 anni”.
Si giocano centinaia di anni di reclusione

Curioso in effetti che in un processo nel quale si giocano centinaia di anni di reclusione, un legale si rammenti di una norma largamente disapplicata. Chiunque abbia esperienza di palazzi di giustizia, sa che il controllo dell’età del pubblico dei processi è l’ultimo dei pensieri di magistrati e carabinieri. In questo caso, però, la troppo giovane età è diventata una questione rilevante per la difesa. Come mai?
 I parenti degli imputati devono rassegnarsi

Lo smacco alle logiche ‘ndranghetiste arriva  dal presidente del collegio. Il giudice Francesco Maria Caruso, dopo una breve sospensione, dà la sua interpretazione dell’articolo 471. E’ vero, sottolinea, che la norma vieta ai minori di 18 anni di assistere ai processi, ma che in questo caso vi si può derogare. Perché l’assistere al processo “Aemilia” è un “fondamentale ausilio alla formazione dei giovani alla legalità”.  L’udienza riprende. I parenti degli imputati devono rassegnarsi alla presenza di quei ragazzi che avevano invitato a tornare a scuola. Lo Stato, attraverso il giudice Caruso, ha fatto sapere che  la scuola è anche là, in quell’aula.
 Il sapore della parabola

Un fatterello di cronaca giudiziaria che ha il sapore della parabola. La ‘ndrangheta è diventata la più potente delle organizzazioni criminali proprio per la sua struttura familiare.   L’educazione, la formazione, sono indispensabili per la sua sopravvivenza. Si resta nella “famiglia” ovunque si nasca e qualunque percorso di studi si compia. Non è un caso che gli investigatori da anni tengano sotto stretta osservazione le seconde e terze generazioni di ndrangheta. Frequentano le migliori università e arrivano anche a posti di rilievo, ma restano comunque al servizio dell’organizzazione. Pronti a metterne in esecuzione gli ordini, se richiesto. Togliere alla ‘ndrangheta la titolarità della formazione dei giovani significa sostanzialmente distruggerla. Comunque riportarla alla struttura di una ordinaria organizzazione mafiosa, con i pentiti e tutto ciò che ha scompaginato Cosa Nostra.
La mafia la si combatte con l’educazione

  Non è azzardato attribuire l’irritazione verso quei ragazzi al fatto che con la loro presenza dimostravano che lo Stato può formare i suoi cittadini. Che i suoi valori possono anche prevalere sulle regole della famiglia.  Quando si dice che la mafia la si combatte con l’educazione, non si fa un’affermazione retorica. E quanto è successo a Reggio Emilia lo conferma.

Redazione Tiscali.it (Giovanni Maria Bellu)

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