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Storia. Più di un secolo fa la prima strage di migranti (italiani) nel Mediterraneo. Quasi uguale a quelle di oggi

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Non si conosce il numero delle vittime del naufragio. I racconti dei superstiti hanno chiarito che sarà impossibile accertarlo perché  passeggeri si sono imbarcati in momenti diversi.  E quelli meno abbienti, che erano la maggioranza, hanno viaggiato chiusi nella stiva e sono rimasti imprigionati lì dentro: molti corpi non saranno mai recuperati. La reazione degli abitanti della costa è stata però straordinaria per generosità. Diverse famiglie hanno chiesto di adottare gli orfani...

Sì, viene in mente il caso di Favour, la bambina nigeriana di nove mesi che lo scorso 25 maggio sbarcò a Lampedusa assieme ai superstiti del naufragio nel quale erano morti entrambi i suoi genitori. Invece è una sintesi delle cronache di un altro naufragio, avvenuto sempre nel Mediterraneo, ma molti anni prima: il naufragio del “Sirio”, transatlantico italiano che portava gli emigranti nell’America del Sud. Partito da Genova il  il 2 agosto  del 1906 con destinazione Brasile, Uruguay e Argentina, due giorni dopo si schiantò sugli scogli Hormigas, a poche miglia dalla costa spagnola mentre, diretto verso lo stretto di Gibilterra, passava davanti al promontorio di Cabo Palos. Il numero esatto delle vittime non è stato mai accertato. La stima è che furono più di 500.

Quando oggi si redige la classifica delle stragi del Mediterraneo, si fa partire il conteggio dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma se si decidesse di considerare tutto il ‘900, il naufragio del Sirio sarebbe al secondo posto. Dopo quello del 18 aprile dell’anno scorso, quando i morti  furono circa 800, e prima del naufragio più famoso, quello avvenuto il  3 ottobre 2013 davanti a Lampedusa:  366 morti e una ventina di dispersi.

Nell’ultima settimana nel Mediterraneo, in più naufragi (nessuno, dunque, è idoneo a rientrare nella classifica), sono morte annegate complessivamente 900 persone. Stando ai numeri e al “trend” di quest’ultimo periodo – è come se nel mare nostrum avvenisse ogni settimana un naufragio delle dimensioni di quello del 1906. Si tratta di una banale constatazione aritmetica. Ma ancora più sconcertante dei numeri, è la somiglianza tra le dinamiche, sia del traffico di esseri umani, sia delle reazioni dell’opinione pubblica. Come se in questi 110 anni non ci fossero state due guerre mondiali, l’inizio e la fine del nazi-fascismo e del comunismo, l’affermazione nel diritto internazionale della inviolabilità dei diritti umani.  

A rendere possibile il confronto è un saggio – appena pubblicato dall’editore Internos di Chiavari – di Giorgio Getto Viarengo: “ Il naufragio del Sirio, una tragedia Mediterranea dell’immigrazione italiana”  – che si colloca nel filone saggistico avviato da Gian Antonio Stella con “L’’Orda, quando gli albanesi eravamo noi”.

Getto Viarengo ha realizzato una ricostruzione minuziosa della tragedia, degli eventi che la precedettero e del contesto  in cui avvenne. Svelando che, benché si svolgesse in modo regolare, sotto il controllo dello Stato e col consenso dei Paesi di destinazione, l’organizzazione dei viaggi dei migranti era un business che seguiva le stesse odierne logiche di spietato profitto economico. Il Sirio, 4,441  tonnellate di stazza, lungo 115,50 metri, varato nel 1883, era una specie di carretta del mare che continuava a navigare soprattutto grazie al potere d’influenza del suo armatore, la Compagnia generale di navigazione, la maggiore società di servizi marittimi italiani dell’epoca.

La tragedia avvenne anche per l’imperizia del vecchio comandante che mandò, alla velocità massima, il Sirio a colpire degli scogli la cui presenza era ben nota a tutti naviganti. Dopo l’impatto – erano le 4 del pomeriggio del 4 agosto del 1906 – il transatlantico affondò in pochi minuti. Trattandosi di un tratto di mare molto frequentato, la tragedia ebbe dei testimoni oculari che furono anche i primi soccorritori. I giornali del 6 agosto – che Getto Viarengo ha studiato nei dettagli – stimarono le vittime in una cifra tra le 200 e le 300. Ma quanti erano i passeggeri?

“Negli angusti locali del Sirio – scrive Getto Viarengo – poteva viaggiare milleduecento persone”. La gran massa di queste persone era costituita dai passeggeri di terza classe. Che – proprio come nella canzone di Francesco De Gregori – era davvero “dolore e spavento”. I soccorritori restarono molto sorpresi quando cominciarono a notare che molti dei naufraghi erano completamente nudi. Ed erano nella stessa condizione numerosi cadaveri. I superstiti chiarirono il mistero: nei cameroni sottocoperta, dove venivano stipati i passeggeri meno abbienti, c’era tanto caldo che l’unico modo per avere un minimo di sollievo era togliersi tutti i vestiti.

Non si sa quanti fossero. Infatti – benché il trasporto fosse autorizzato e regolare – il Sirio aveva imbarcato anche un certo numero di clandestini che partivano dalla costa spagnola e raggiungevano la nave a largo. Non era un’attività occasionale ma sistematica. Esisteva anche una tariffa: cento euro a passeggero, Secondo il giornale spagnolo El Imparcial questa attività – che portava il Sirio a navigare sempre in prossimità della costa – fu la causa principale della tragedia.  Ma non la sola. Ecco quanto scrisse Il Secolo XIX: “Si permette il trasporto di emigranti per mezzo di piroscafi ultra vecchissimi, ad una sola elica, senza doppi fondi, senza compartimenti stagni”. Sul Sirio, in più, non c’era un numero sufficiente di scialuppe e di salvagenti.

I superstiti furono riportati in Italia in più viaggi. Il rientro più consistente avvenne il 14 agosto con la nave Orione, sempre della Compagnia italiana di navigazione.  Prima salirono a bordo le autorità marittime, poi anche ai giornalisti fu consentito di parlare con i superstiti. Si venne a sapere che i corpi delle vittime erano stati inumati nel cimitero di Cartagena e che le popolazioni locali avevano avviato una vera e propria gara di solidarietà verso i superstiti. Molte famiglie si erano offerte di adottare gli orfani.

Interviene Il Lavoro, giornale vicino al mondo sindacale e sensibile alle rivendicazioni dei migranti. “La catastrofe. Se dobbiamo prestare fede alle prime notizie, si è prodotta in modo da rilevare l’assoluta mancanza di resistenza del piroscafo, che appartiene al numero di quelli che avrebbero dovuto da molto tempo non esser più adibiti al trasporto degli emigranti. Il Sirio contava 23 anni di navigazione, essendo stato varato nel 1883, ed era ormai ridotto alle condizioni di una vecchia carcassa, incapace di resistere alle vicende della lunga navigazione. La sua sommersione improvvisa, appena avvenuto l’urto di prua, denota che le paratie stagne non presentarono alcuna efficace resistenza, la quale avrebbe consentito di prendere quei provvedimenti atti al limitare le proporzioni della catastrofe. Ne risulta quindi evidente una responsabilità grave, non soltanto da parte del Commissariato dell’emigrazione e del Registro Italiano. Certamente ora le responsabilità saranno palleggiate come al solito, le non meno solite inchieste non approderanno a nulla, e la Società continuerà a esporre la vita degli emigranti con la convivenza di quegli enti che dovrebbero tutelarla. E’ dunque tempo che l’opinione pubblica insorga”.

Ci furono diverse manifestazioni di protesta. Fu annunciato, ma solo annunciato, l’avvio di un’inchiesta formale. Poi tutto venne insabbiato. .     La vicenda assunse il contorno tipico dei misteri italiani. Il caso – nonostante le pressioni dei sindacati dei marittimi e di una parte considerevole dell’opinione pubblica – fu insabbiato.

Tiscali.it  (Giovanni Maria Bellu)

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