Sveglia presto, ma non è una novità. Rassetto casa e mi preparo per la spesa. Doccia, vestizione. E’ talmente una occasione che decido perfino di truccarmi. Metto anche il fondotinta, quello che tengo buono per le cerimonie. Guardo il mio viso, appunto da cerimonia, ed esco. Fremo, tanta è l’emozione. E’ il primo viaggio “lungo” che faccio dal nove marzo. Il mio tragitto abituale una vita fa, contava una cinquantina di km. Oggi mi accingo a farne si e no sei. Si accende in automatico la mia radio preferita e mi rendo conto della nostalgia che si insinua fino a solleticare il naso e rendere umidi gli occhi. Mi dico che somiglio sempre di più a una ziodda, pronta all’emozione per piccole cose. Tiro su il volume. L’abitacolo esplode gioia di vivere e pena di vita. Dopo la prima vertigine emozionale guardo il mio viso, è ridicolo, non è un viso da spesa, è da cerimonia e il mio abbigliamento è in contrasto. Sono falsa. Una maschera. Tutto sommato però, mi piace guardare la faccia. Ricorda un tempo lieto e ormai finito. Tra riflessioni, malinconie, arrivo a destinazione. Il parcheggio è insolitamente vuoto. E’ la settimana di una delle festività più care agli italiani, eppure c’è davvero pochissima gente. Poche macchine. Alcune persone con mascherina e guanti. La mente mi porta a dove dovrei essere se fosse il tempo normale e vorrei aggrapparmi con ogni parte di me a quel pensiero e sfuggire la realtà. Mi attardo nell’abitacolo della macchina, il volume è alto e i Nightwish mi raccontano profeticamente Storytime. Mi si è chiusa la bocca dello stomaco. E’ solo la spesa. E’ solo la spesa!
Dentro è tutto uguale, tranne i mezzi volti. Gli occhi sopra, raccontano fastidi, sofferenze. Sono l’unica a non indossare la mascherina. Proprio non mi rassegno a farlo e, fino a che non sarà obbligatorio, non lo farò. Ho con me la mia “copertina di Linus”. Una sciarpa cara che uso da barriera per la paura di mancare di rispetto e sensibilità. Fa male vedere esseri umani che tengono le distanze, che mentalmente calcolano la distanza che li separa. Come mi succede in situazioni nuove e al limite, osservo. Questa volta però lo faccio con una curiosità dolente. Cerco sguardi che mi raccontino il disagio. Sguardi che comunichino umanità. Il solletico al naso è tornato e cerco di ricacciare indietro l’umidità che potrebbe rovinare il mio trucco da cerimonia. Quello è festoso e normale, il volto sotto, è triste. Mi rassicurano le derrate negli scafali. Trovo perfino la farina e agguanto un pacco quasi fosse polvere assolutamente preziosa. C’è tutto e sorrido perché è una constatazione assolutamente stupida, ma ugualmente pregnante. Continuo a spuntare la lista e constato di essere emotivamente provata e vorrei essere già fuori dal supermercato, arrivare alla cassa e imbustare mi sembra una impresa fuori dalla mia sopportazione.
Fuori, dopo aver ascoltato e sentito la fatica della commessa, respiro aria di primavera e vado spedita verso l’auto. Mi rendo conto che, senza il pizzicore al naso, ora le lacrime non s’arrestano e tolgono la maschera da cerimonia trasformandola nel mio volto più mesto di una passione che non avrei mai immaginato. E’ dolore quello che provo. Carico la spesa e i sacchetti sembrano piombo, così come le mie membra. Voglio essere a casa, luminosa e rassicurante. Ho bisogno di un abbraccio che accolga la mia fragilità e il mio dolore e quel abbraccio arriva poco dopo. La sorellanza non ha bisogno di parole. Grazie sorella
Claudia Serra