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Thu, Apr

Don Erminio

RACCONTI E POESIE ì
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Non riuscivo a dimenticare la mia splendida professoressa di disegno e mi vedevo costretto ad accontentarmi delle mie coetanee che mi suscitavano scarso interesse. Ogni sera si passeggiava nel corso Vittorio Emanuele.

I due marciapiedi stabilivano il confine del ceti sociali di appartenenza.
Dalla parte del Cineteatro Savoia gli operai, le sartine, le servette, le modeste ragazze di umile condizione.
<I cafoni> insomma.
Dall’altra parte, quella del Cinema Garibaldi, gli studenti, gli insegnanti, i notabili del paese, per così dire <i benestanti>.
Già la posizione contrapposta dei due locali cinematografici e la loro denominazione la diceva lunga sull’andazzo in paese, dove la disputa politica e sociale era molto forte.
I giovani stazionavano principalmente sulla piazza della fontana romana.
I ragazzi cercavano di appartarsi un po’, sfuggendo ai controlli, scomparendo qua e là nel buio per riemergere poco dopo, con fare indifferente, rientrando nella processione della gente che, intanto, continuava a camminare su e giù, vasca su vasca, trattando di tutti gli argomenti.
Si accontentavano tutti di poco: i maschi di palpare un po’ e le femmine di farsi palpare altrettanto poco.
DONERMINIOOgnuno, rientrato a casa, si chiudeva in bagno a dava sfogo alla sua libidine bestiale con sedute esagerate, degne degli infuocati anatemi di Don Erminio, il parroco.
Don Erminio era anche il nostro professore di religione.
Un uomo corpulento, gioviale, molto intelligente; era appassionato di archeologia ed in casa sua conservava una notevole collezione di reperti dei periodi fenicio-punico e romano.
Amava molto noi ragazzi, ma questo non gli impediva, ad ogni precetto pasquale, di metterci tutti in fila “per la confessione” nel corso della quale, implacabile chiedeva a tutti le stesse cose.
Aveva una sorta di questionario-tipo evidentemente adattato alla media dei peccati più ricorrenti, quelli oggetto però di assoluzione, previa confessione non reticente e pentimento dichiarato.
Quanto al ravvedimento, il buon parroco, realisticamente, sperava soltanto che avvenisse almeno con l’aiuto divino.
Le cose andavano più o meno così:
- “Hai commesso atti impuri?”
- “Sì”
- “Ti tocchi?”
– “Sì”
– “Quante volte alla settimana?”
- “Tutti i giorni”
Occhiataccia severa.
- Lo sai che è peccato?”
- “Sì”
- “Sei pentito?”
- “Sì”
Non era vero.
-“Per penitenza dieci Pater, Ave, Gloria e tre Atti di dolore.
Mi raccomando, vai, fai da bravo e salutami tuo padre.”
Il saluto deferente suonava come un larvato avvertimento ed aveva un vago sapore ricattatorio. Il potere temporale e quello spirituale confermavano la loro minacciosa alleanza ed il controllo rigoroso del nostro comportamento.
-“Vai” lo diceva con rassegnazione, accennando un sorriso beffardo e sollevando, come fosse rimasto sorpreso, le sopracciglia dietro gli occhialetti piazzati sulla punta del naso.
In realtà non era affatto meravigliato di niente.
Benedizione e avanti il prossimo.
In fondo era indulgente e conosceva a molto bene l’indole degli esseri umani ed i nostri punti deboli.
Lui diceva sempre che anche da un male poteva scaturire il bene.
Penso che come prete sfuggisse dai canoni soliti dei religiosi; aveva una visione gioiosa della vita; evidentemente la sua grande cultura umanistica era servita a formargli l'idea di una religione meno lugubre del solito.
Anche io rispondevo come gli altri, stando ben attento a non far capire al parroco i miei interessi veri, ben deciso a mantenerlo tranquillo, sviandolo e tenendomi nella media degli scellerati praticanti l’esercizio autoerotico. Io però “competevo” in un altro girone, ben superiore, e disprezzavo fieramente certi miei coetanei. Loro mi contraccambiavano senza sapere neppure il perché, ma forse sospettavano qualcosa.
Li avevo comunque sempre rispettati ed avevo invidiato la capacità intuitiva di quegli stupidi; mi sfuggiva tuttavia come facessero a mettere in mezzo ed imbrogliare la gente intelligente come me!
Nel dubbio mi tenevo alla larga da loro, riconoscendone la pericolosità.
Và da sé che, come si è capito, io mi reputavo, molto modestamente, appartenente alla casta degli intelligenti.
Nel corso degli anni successivi, le mie precauzioni nei confronti dei cretini si riveleranno del tutto inefficaci a scamparmi dai loro lacci. Ma questa è un’altra storia.
Uno del nostro gruppo andò all’Università.
Non si sa bene se nella scelta della facoltà universitaria fosse stato inconsciamente condizionato dall’essere un impenitente e dichiarato seguace di Onan.
Sta di fatto che, l’amico, terrorizzato dal luogo comune secondo il quale la cecità è una possibile conseguenza dell’eccessivo esercizio del piacere solitario, incapace di astenersi e a forza di documentarsi sulle conseguenze nefaste di quella incontenibile passione proibita, si concentrò e studiò con la stessa tenacia e applicazione con la quale si massacrava in bagno.
Quasi senza accorgersi, arrivò brillantemente alla laurea in medicina e alla specializzazione, diventando uno stimato professionista.
Non ho mai saputo se avesse continuato nelle sue pratiche peccaminose anche in età adulta, ma non me ne sono preoccupato più di tanto, avendolo sempre incontrato in ottima salute.
Mi sono spesso soffermato e riflettere su questa vicenda, senza saper decidere bene circa la reale pericolosità dei luoghi comuni.
Resta dimostrato che da un male, delle volte, può venire un bene.
Aveva proprio ragione Don Erminio ……..

Gianfranco Pischedda