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Nuxis. La bellezza e l'orgoglio della Sardegna mostrati attraverso gli abiti tradizionali.

Attualità Locale
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Si è svolto in una grande cornice di pubblico l'appuntamento annuale con le tradizioni della Sardegna organizzato dall’Associazioneculturale LAAN, gruppo folk sant’Elia. Quest'anno l'evento è stato dedicato dedicato agli abiti tradizionali. Così sul palco allestito nel centro sociale di Via Indipendenza, 50 persone accompagnati dalle musiche eseguite da Stefano Caredda e Massimo Carnevale, in rappresentanza di 11 centri, hanno sfilato indossando con eleganza ed orgoglio dei preziosi pezzi originali risalenti alla fine dell'800 o addirittura oltre. Oltre ai padroni di casa di Nuxis, che hanno aperto la manifestazione, erano presenti i gruppi di Gonnesa, la città di Cagliari e alcuni centri vicini: Quartu, Settimo S. Pietro, Sinnai), il Campidano: Monastir e Villasor) fino ad arrivare al Barigadu con Neoneli, la Barbagia e la Baronia (Desulo e Siniscola). Quindi è stato possibile ammirare uno spaccato di quello che era il vestiario tradizonale della Sardegna.

L'idea degli organizzatori è stata quella di superare la semplice esposizione di "vestiti antichi" creando un'occasione di approfondimento e riflessione su quella che oggi è considerata una delle massime espressioni dell'identità sarda. Infatti in Sardegna, come in pochi altri luoghi, gli abiti tradizionali esprimono il carattere della terra e gli usi delle sue genti.

Attraverso una descrizione dei vari elementi e il modo di indossarli, è stato possibile superare la semplice funzione "coprente" del vestito, indagando così anche i significati sociali, ormai andati persi, che celavano gli abiti tradizionali: potrebbe essere il caso di unu muncadore annodato a sul capo di una ricca signora di Neoneli, che stava a significare che la cerimonia a cui aveva partecipato, magari il matrimonio della figlia, era conclusa e dunque era pronta a festeggiare con un ballo. Oppure la prevalenza del colore blu nelle gonne di un abito di Sestu, indicava che si indossava una gunnedda de tristura, rendendo noto in quel modo la morte recente di un parente non stretto, quindi si portava un lutto "meno" forte rispetto a quello di familiare, che si dimostrava indossando abiti completamente neri.

Appare ai nostri occhi di "moderni" quanto meno curioso il fatto che a Sestu, come in molti altri centri, le donne in età da marito in occasioni di festa sotto sa gunnedda, portassero tante altre gunneddas e fardetas (addirittura si poteva arrivare a 5!). Lo scopo era quello di far apparire i fianchi più grossi, poichè nei tempi passati a differenza di oggi, avere una vita sottile per una donna era una caratteristica tutt'altro che attraente. <<Dobbiamo tenere in considerazione – spiega Pierpaolo Angioni presidente del gruppo folk I Nuraghi di Sestu – che le donne dovevano generare dei figli, allo scopo di garantire forza lavoro per la famiglia, quindi una donna esile non era considerata adatta a questo scopo>>.

Oltre ai significati sociali gli abiti tradizionali ci restituiscono una Sardegna tutt'altro che statica e isolata ma aperta ai commerci e agli influssi provenienti dall'esterno. Un esempio in tal senso è dato da su serenicu, una sorta di giacca maschile che veniva indossata a come un mantello, che veniva realizzato a Cagliari da sarti greci originari di Salonicco (da cui il nome dell'indumento). Lo stesso discorso vale per la berrita, considerato il copricapo dei sardi per eccellenza, ma in realtà diffuso in anche in Portogallo, nelle Isole Baleari e tutto il Nord Africa.

La bellezza che è stata possibile ammirare a Nuxis è il frutto del lungo lavoro ricerca svolta dai gruppi folkloristici, spesso animati da persone molto giovani le quali vedono nella riproposizione dell'abito tradizionale un modo per scoprire ed indagare le nostre origini e la nostra storia. Oscar Sanna, ventisettenne presidente del gruppo folk S.Andrea di Gonnesa, spiega che la ricerca <<Richiede molta pazienza! Infatti per riproporre e riprodurre senza approssimazioni un abito tradizionale, è necessario intervistare delle persone anziane e ottenere la loro fiducia affiché mostrino i capi in loro possesso ma essendo dei pezzi unici, legati al ricordo degli affetti più intimi, per i possessori hanno un valore inestimabile e ne sono, giustamente, gelosi>> . Un altro elemento utile sono le fotografie, ma continua Sanna << devono essere valutate con senso critico, visto che il farsi ritrarre, almeno fino agli anni 30, era un "fatto" raro quindi è necessario scoprire quante più informazioni possibili sulle circostanze e confrontarla con altre>>. Infine risultano utilissime le descrizioni dei viaggiatori che hanno attraversato la Sardegna tra l'800 e il primo 900, le rappresentazioni grafiche e talvolta si possono ritrovare delle descrizoni utilissime anche negli archivi, come ad esempio <<il caso di un gonnesino che a verso la metà dell'800 denunciò il furto di due serenicus fornendo una minuziosa descrizione dei suoi capi>> conclude Sanna.

Molto soddisfatta per la riuscita dell'evento Claudia Serra, presidente del gruppo folk S.Elia che ringrazia tutte le rappresentanze e spiega che <<In tempi di crisi queste manifestazioni sono sempre più difficili da realizzare. È stato possibile fare questo grazie all'amicizia che ci lega ai gruppi presenti, e con s'agiudu torrau, pratica un tempo assai diffusa in Sardegna che lentamente comincia a riprendere piede, contiamo con grandissimo piacere di restituire la cortesia>>.

Senza dubbio questo tipo di manifestazioni, animate da uno spirito positivo e propositivo, capaci di ribaltare luoghi comuni e di mettere in evidenza specificità su tematiche molto sentite per i sardi, come è appunto la questione dell'identità, sono un ottimo viatico per conoscere e diffondere usi e costumi e con essi la storia dell'Isola, non solo per i visititori stràngius ( turisti) ma soprattutto per i sardi in primis.

Roberto Pinna

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