NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta.

Approvo
13
Sat, Jun
2 Nuovi articoli

Carbonia. La città compie settantanove anni: una lunga battaglia contro la precarietà

Attualità Locale
Aspetto
Condividi

Settantanove anni fa era la città del futuro, ma solo nelle parole del regime che l’aveva fondata: settantanove anni dopo, Carbonia è ancora nella stessa bagna, alla ricerca di un futuro, se non pure di un senso. Ancora oggi, per esempio, fanno discutere i natali della “Città del Carbone”. È una vecchia diatriba: fino a che punto si deve coltivare la memoria di un’origine legata indissolubilmente al fascismo, alla guerra, alla violenza? Del perché Carbonia sia stata costruita in tutta fretta alla fine degli anni Trenta, non val la pena soffermarsi più di tanto. La guerra d’Africa, le Società delle Nazioni che impone le sanzioni, la decisione di “far da sé” attraverso l’autarchia, la necessità di materie prime soprattutto per approvvigionare il sistema industriale, il carbone scadente del Sulcis come unica alternativa ai pregevoli combustibili stranieri non più acquistabili, la decisione di fondare una città a bocca di pozzo per poter ottimizzare la forza lavoro. Da qui cominciano le discussioni e le argomentazioni più o meno autorevoli.

La tesi di Ignazio Delogu, autore della più completa trattazione storica e storiografica sui primi 50 anni di vita di Carbonia, è che la decisione del regime di fondare una nuova città per gli scopi sopra descritti sia stata a dir poco sciagurata. Un gesto, in primo luogo, profondamente colonialista, attraverso cui si imponeva una realtà urbana del tutto estranea al contesto del Sulcis e della Sardegna, popolata di individui che non rappresentavano certo il meglio della società, dato che nei rapporti di polizia si ipotizzava – il via vai di gente non consentiva a quei tempi una schedatura puntuale neppure all’occhiutissimo regime fascista – che la metà di coloro che vivevano a Carbonia a cavallo fra il ‘38 e il ‘39 fossero pregiudicati allontanatisi dal paese natio per rifarsi una vita e, soprattutto, una reputazione. Niente a che vedere, insomma, con le oleografie dell’Istituto Luce: le condizioni in cui si trovarono a faticare i lavoratori, tanti dei quali presero la via di casa appena se ne resero conto, erano per di più di una durezza spietata. Quanto poi all’operazione finanziaria, industriale e strategica, per Delogu si trattò di un castello di carte intrinsecamente destinato a crollare al primo stormire di foglie: a considerare quel che accadde dopo la guerra, è difficile dargli torto. Lo storico mette in evidenza che il progetto di approvvigionarsi di carbone via mare – le centrali da rifornire erano nella penisola – non avrebbe potuto conciliarsi con l’intento bellico, già ampiamente previsto in atti e discorsi del Duce, stante il controllo delle rotte del Mediterraneo da parte della Marina britannica. La pessima qualità del carbone inoltre non avrebbe potuto far presagire una lunga durata dell’attività estrattiva: terminata la guerra, quale che fosse l’esito, e spezzato il cerchio delle sanzioni, il sistema industriale ed economico nazionale avrebbe richiesto l’utilizzo di un combustibile più redditizio: la città, con la chiusura della miniera, non avrebbe avuto più un senso. Il grande dispendio di denaro pubblico, insomma, si rivelava di per sé inutile, ancorché assai vantaggioso per taluni ben individuati gruppi finanziari capeggiati dal triestino Guido Segre, che fu alla testa dell’A.Ca.I. finché non cadde in disgrazia a causa delle leggi antisemite, essendo egli di religione ebraica. L’autorevolezza di Delogu e l’accuratezza della sua ricerca, effettuata in occasione del cinquantesimo compleanno della città e raccolta nel volume “Carbonia. Utopia e progetto” (ripubblicato integralmente nel 2008 con il titolo “Carbonia. Storia di una città”), non consente di mettere in discussione le conclusioni alle quali egli è pervenuto, confermate purtroppo dalle circostanze in cui Carbonia si trovò a proseguire la sua difficile esistenza alla caduta del fascismo, avvenuta per quanto riguarda la Sardegna a meno di cinque anni dal fatidico 18 dicembre, qualche settimana dopo l’armistizio di Cassibile, con l’occupazione da parte degli Alleati cominciata tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre del ‘43.

Il fascismo, dopo la fuga dalla Sardegna, lasciò una situazione di degrado insopportabile. Basti al proposito la testimonianza di un sacerdote, voce autorevolissima di quegli anni: don Vito Sguotti. La riporta don Carmine Mura, parroco di San Ponziano nella seconda metà degli anni ’90, nel suo volume “Parrocchia di San Ponziano. Sessant’anni di storia. 1938-1998”: «Nel gennaio 1949 [don Vito] espose la situazione minorile a Carbonia, in una riunione degli uomini di A.C. [Azione Cattolica],… Molti fanciulli e ragazzi dai 6 ai 12 anni iniziavano l’anno scolastico ma poi lo interrompevano. Per le vie della città frotte di ragazzi giocavano senza alcun controllo, tra parolacce, bestemmie e risse talora anche pesanti. Anche le adolescenti non erano esenti dall’influsso dell’ambiente. Testualmente: “amore al giuoco, ai divertimenti, facilità del furto domestico per accedere al vizio, amoreggiamenti adescanti da parte delle fanciulle anche a 13 anni e quindi avviamento alla prostituzione privata”. Un certo numero di giovani con problemi familiari e altri senza fissa dimora passavano la notte nel sagrato della Chiesa».

La crisi delle miniere arrivò ben presto a mettere in discussione l’esistenza stessa della città, che subì nel giro di pochi lustri uno spopolamento massiccio: “Carbonia non deve morire”, si scriveva sui muri di via Fosse Ardeatine, perché in realtà avrebbe potuto morire e trasformarsi in una città fantasma, lugubre reperto di archeologia industriale e storia del ventennio. Se non è accaduto – anche in questo caso, vista l’ampia conoscenza generale dei fatti, si fa un rapida carrellata delle vicende – è stato per la strenua volontà di una parte della sua popolazione (una parte perché in tanti andarono via, allettati da nuove possibilità di lavoro al Nord o oltre le Alpi) di resistere alle logiche meramente contabili e fare di Carbonia finalmente una realtà possibile. Ciò è potuto avvenire da una parte con il passaggio delle attività minerarie residue all’ENEL, nel 1964, che stabilizzò i minatori rimasti nei ranghi della Carbosarda all’interno del neonato ente elettrico nazionale, sebbene, successivamente a questo provvedimento, iniziò lo smantellamento della miniera di Serbariu; dall’altra, qualche anno dopo, con la nascita del polo industriale di Portovesme, nell’ambito del Piano di Rinascita.

In quella battaglia, la comunità ha certamente riscattato le ambiguità delle sue origini: si deve affermare che la storia di cui la Carbonia di oggi deve essere cosciente è tutta la sua storia, che va conosciuta, studiata e divulgata nella sua verità, fuori da leggende, miti e lectiones ad usum Delphini; quella di cui può andare orgogliosa è la vicenda delle lotte che hanno consentito alle case sorte attorno a Monte Fossone di essere ancora abitate.

Le scelte della classe politica nazionale e locale, per la soluzione del “problema Carbonia”, indicavano ad ogni modo una strada attraverso cui questa comunità nata in maniera artificiale, per motivi contingenti legati alla politica estera aggressiva del regime fascista, potesse finalmente darsi un senso e superare, attraverso il radicamento esistenziale, la precarietà che ne aveva caratterizzata la vita fino ad allora. La vicenda dei poli industriali della Sardegna, non solo di quello di Portovesme, si è incaricata, nell’arco di circa un quarto di secolo, di spiegare con estrema chiarezza, che quella strada era in larga parte sbagliata: si può ben dire che anche in questo caso, al di là dell’elaborazione intellettuale, prima che politica ed economica, che portò agli interventi del Piano di Rinascita, nel tentativo di far superare alla Sardegna l’atavica arretratezza, gli interessi di gruppi ristretti abbiano prevalso sull’interesse generale. Servì certamente a determinati gruppi industriali e finanziari portare in Sardegna produzioni industriali primarie, altamente inquinanti, capaci sicuramente di assorbire estensivamente manodopera in cerca di lavoro; servì alle classi dirigenti successivamente affermatesi portare un tessuto produttivo che non tardò ad entrare in crisi nell’alveo delle Partecipazioni Statali: ma l’errore più grossolano, quello che oggi Carbonia e il Sulcis stanno pagando ad un prezzo che rischia di essere letale, è stato il voler pervicacemente sostenere per un tempo così lungo, ovviamente grazie all’esclusiva “generosità” della mano pubblica, attività insostenibili sotto ogni punto di vista. «L’affermarsi in Sardegna di attività produttive estranee alla struttura del sistema economico sardo – scriveva già nel 1973 l’economista Franco Sabattini – ha comportato non solo la perifericizzazione del sistema economico, con la conseguente dipendenza del suo sviluppo da centri decisionali estranei ed esterni alla Sardegna, ma anche il pericolo che lo sviluppo economico futuro risulti fortemente condizionato negativamente rispetto al ricupero della necessaria diversificazione dell’economia dell’Isola». La dismissione dell’industria di stato, avvenuta negli anni ’90, servì purtroppo quasi esclusivamente a tappare le falle prodotte negli anni da stabilimenti improduttivi: in sostanza, per evitare che l’Italia fosse espulsa dal consesso europeo incamminato verso l’unità monetaria. Un fatto però è certo: non s’interruppe con la privatizzazione il flusso di denaro pubblico verso Portovesme, attraverso agevolazioni di vario genere finite nelle casse delle multinazionali subentrate allo stato nella proprietà delle industrie metallurgiche. Agevolazioni in parte rivelatesi indebiti aiuti di stato, colpiti dalle sanzioni europee, ma senza le quali quelle privatizzazioni probabilmente non avrebbero avuto luogo. Per non parlare di ulteriori dispendiosi quanto inutili salvataggi, come quello di Carbosulcis, finalmente avviata a sacrosanta chiusura.

La strada per la costruzione di un futuro finalmente più solido è stata perduta, si spera solo momentaneamente, proprio in quel frangente. Lasciare sul banco degli imputati la sola classe politica non sarebbe equo: le responsabilità devono essere distribuite su tutta la classe dirigente, sindacati compresi. Nessuno ha voluto o saputo saltare il fosso del “salvare il salvabile”: la disoccupazione, non più tamponata dal clientelismo dei tempi delle Partecipazioni Statali con il contorno degli ammortizzatori sociali “facili”, è cresciuta progressivamente senza che gli stabilimenti privatizzati potessero offrire sbocchi consistenti, ma le richieste salite dal territorio verso Cagliari e Roma hanno sempre suonato la stessa melodia. Le soluzioni che si sono affacciate negli anni, una su tutte: il famigerato gassificatore, oggi, salvo qualche strenuo difensore guarda caso identificabile con chi se ne fece paladino, appaiono a tutti marchiate con sigillo infame dell’ennesimo inganno. Se le misure che oggi sono state ricomprese nel cosiddetto Piano Sulcis, fossero state assunte alla metà degli anni Novanta, la storia di questo territorio e dell’intera Sardegna, per il significato che esse avrebbero assunto, sarebbe stata diversa e migliore.

Il senso della precarietà della vita dell’Homo sulcitanus sembra dunque invincibile. Quello dell’abitante di Carbonia, trasmesso da nonni e genitori che si sono sobbarcati le fatiche di una guerra di sopravvivenza che ancora oggi fornisce reddito a più famiglie. Quello dell’abitante dei paesi circostanti, al quale le attività del comparto agro-zootecnico non hanno mai offerto una sicurezza estesa nel tempo. È il nostro “fil rouge”, indubbiamente, non se ne può che prendere coscienza: anche per poter cambiare il nostro destino una volta per tutte, attraverso la consapevolezza che il “salvabile” di ciascuno di noi non potrà che coincidere con il “salvabile” collettivo. La crisi, prima che economica, è morale. Sta chiudendo ciascuno di noi nel proprio più o meno confortevole pozzo esistenziale di individuo, di famiglia, di clan, dove l’unico senso è galleggiare mentre tutto il resto, per altro ignorato, affonda. Carbonia può trovare finalmente il senso di una nuova storia se recupererà quella dimensione collettiva, politica nel senso più alto del termine, che ha saputo scrivere la pagina migliore.

Giovanni Di Pasquale

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna