Ha il nome del mitico eroe destinato a soccombere sotto «d’Ilïon le mura», come scrivevano i poeti d’altri tempi. Proprio come il condottiero del poema omerico Ettore Cannavera non si tira mai indietro ma, al contrario dell’«Ettòr» di montiana memoria, non affronta le sfide pensando di avere di fronte l’ineluttabile: di fronte alla grave crisi del patto educativo che mina le fondamenta della società contemporanea, crede, con la fiducia nell’uomo e con la fede della sua scelta di vita, che sia giunto il momento, lui che della cura dei ragazzi “devianti” ha fatto una ragione esistenziale, di occuparsi prevalentemente degli adulti, dei genitori. È nel disorientamento delle madri e dei padri di questo primo scorcio del nuovo secolo che scorge la radice del disorientamento di una gioventù mai come oggi in crisi nel suo rapporto con il futuro. Ci crede così tanto, in questo cambio di prospettiva, che si è sentito di esortare gli amministratori comunali di Carbonia alla creazione di una “scuola per genitori”, capace di innervare un nuovo patto educativo per le famiglie, la scuola, le realtà associative – sportive, ricreative, culturali, religiose – della città che si pongono l’obiettivo, con alterne fortune, di incoraggiare il protagonismo dei giovani.
Ettore Cannavera, sacerdote, pedagogista, fondatore e ispiratore della comunità La Collina, che accoglie giovani ai quali viene comminata una pena alternativa al carcere, è stato certamente il protagonista – per altro atteso, visto il corposo bagaglio di esperienze che porta con sé e di cui è sempre generoso dispensatore – del convegno “Devianza giovanile e comunità educante”, promosso dall’assessorato comunale alle Politiche Sociali e Giovanili e organizzato dall’amministrazione comunale, svoltosi martedì nella sala polifunzionale di piazza Roma. La scelta della data, ha precisato l’assessore Loredana La Barbera, ha coinciso con la Giornata internazionali per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che si celebra nella ricorrenza dell’approvazione da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU, avvenuta il 20 novembre 1989, della Convenzione sui diritti dell’infanzia, alla quale ad oggi aderiscono 194 paesi, fra i quali tuttavia – per dire quanto lunga sia la strada verso i traguardi che essa si è prefissata – non ci sono ancora gli Stati Uniti d’America.
«Questo appuntamento – ha voluto ricordare La Barbera – è una nuova tappa del percorso che questa amministrazione ha da principio intrapreso in direzione dell’analisi e della ricerca degli strumenti per affrontare fenomeni quali il gioco d’azzardo, il bullismo e il cyberbullismo, le devianze giovanili».
Il primo cittadino ha fatto eco alle parole della collega di giunta: «Le nostre iniziative – ha aggiunto Paola Massidda – tendono a porre in primo piano il ruolo della comunità educante, dei soggetti che la compongono, al fine di recuperarne un ruolo che è andato perdendosi assieme al patto educativo».
In cosa consista questo patto ha cercato di sintetizzare l’assessore alla Pubblica Istruzione, nonché insegnante, Valerio Piria, che ha anticipato le tematiche sviluppate nelle relazioni: «Ciò che dobbiamo valorizzare – ha spiegato – sono le qualità di ciascun ragazzo».
A proposito di devianze giovanili, interessante è stato l’apporto alla conoscenza fornito dalle parole del maresciallo Vincenzo Pitagora, comandante della stazione dei Carabinieri di Carbonia: «L’Arma – ha detto – è tenuta a svolgere un doppio ruolo: quello della repressione e, nondimeno, quello altrettanto importante della prevenzione. Su questo versante da tempo siamo impegnati in incontri con la dirigenza scolastica degli istituti delle scuole medie e superiori: lo scopo principale è un lavoro teso a diffondere e consolidare la cultura della legalità. Purtroppo quest’opera trova un ostacolo nelle carenze dell’istituto familiare. Quanto alla percezione di un aumento nel consumo di stupefacenti, posso dire che i nostri dati non presentano un aumento, piuttosto credo che essa sia determinata dall’impatto che le notizie hanno sui social. Certamente non è trascurabile l’aumento del consumo di alcool, purtroppo associato all’abuso di cannabis e farmaci».
La parola è successivamente passata agli psicologi e psicoterapeuti. Roberta Speziale e Giovanni Angius hanno fornito all’uditorio un pertinente apporto scientifico, atto a delineare il concetto di “devianza” e di “famiglia multiproblematica”, descritta come “nido vuoto” entro cui essi trovano un brodo di coltura. La devianza è certamente una forma di comunicazione da decifrare: un messaggio che il giovane lancia e che domanda un’attenzione che la famiglia, per motivazioni che ineriscono la sua capacità di sussistenza economica, di organizzazione, di coesione, di rapporto con il mondo esterno, di imposizione e accettazione di regole, di delineamento di ruoli, di «rispecchiamento emotivo» che partecipa alla maturazione e all’autostima del minore, non riesce ad affrontare, finendo per determinare comportamenti devianti. Nella famiglia multiproblematica, ad ogni modo, l’atteggiamento autoprotettivo determina non raramente la forte difficoltà ad intervenire anche da parte degli attori più qualificati.
Cannavera, fin da principio, non l’ha toccata, come si suol dire, morbida: «Come vogliamo definire il giovane “deviante”, come il “delinquente nato” di Cesare Lombroso?», ha provocatoriamente domandato all’uditorio, citando il famigerato criminologo che bollò i nostri conterranei di un secolo e più fa come predestinati alla delinquenza. Per il religioso la radice del problema sta nel capire: ovvero, nel difetto di comprensione che ormai determina i rapporti fra adulti e giovani. La metafora del “guscio”, quello che l’adolescente si trova più volte a cambiare nell’arco di un tempo se non breve certo non lunghissimo, ha ricordato in chi scrive il Dardanus arrosor, meglio conosciuto come “mano del diavolo”, quel crostaceo che, non avendo un esoscheletro che ne protegga l’addome, è costretto a rifugiarsi in gusci vuoti lasciati da Molluschi Gasteropodi che devono essere sempre più grandi ogni volta che cresce: se non ne trova uno giusto, si espone all’attacco dei predatori. Insomma: l’adolescente lascia il “guscio” che ormai va ad esso stretto e finisce per non trovarne uno adatto, esposto alla “predazione” di un mondo esterno che il mondo degli adulti non sa intercettare e neutralizzare. Epperò, ha avvertito don Ettore, educare è esito del latino “ēdūcĕre”, “condurre fuori” quel che nel giovane è già dentro. C’è un uomo “in nuce”, sta agli adulti, rompere il guscio di quella noce, in un rapporto dialetticamente arduo fra il calcare esterno del paguro e il legno del seme interiore. Almeno finché non verrà ad affermarsi il principio che i giovani sono figli di ciascuno di noi: «Siamo tutti responsabili – ha ammonito Cannavera – nei loro confronti, non è possibile che un adulto, di fronte a un comportamento deviante volga lo sguardo altrove». La devianza interpella l’adulto, la sua insufficienza nell’ascolto del messaggio contenuto nel comportamento che (“deviare”, “scartare dalla via”) non percorre il sentiero considerato giusto, opportuno, virtuoso.
Ma chi sa oggi tracciare questo sentiero? «La mancanza di futuro di cui patiscono i nostri ragazzi – questa la risposta del religioso – è il segno di un mondo che non sa interpellare i giovani, che non sa rispondere alla domanda che ci rivolgono, talvolta disperatamente, di essere presi in considerazione. Così, dopo tanti anni di lavoro sui nostri figli, penso a una “scuola di genitori”, che prenda avvio dal principio della relazione come bisogno essenziale dell’uomo e, a maggio ragione, dell’uomo giovane. Una “scuola” che sappia aprire le menti alla comprensione non delle parole, perché tante volte il giovane non ci comunica con le parole, ma del non verbale: il linguaggio degli sguardi, dei gesti, degli atteggiamenti. Il patto educativo va ricostruito sulla coscienza della nostra infedeltà di adulti alla funzione educativa».
Giovanni Di Pasquale