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Argentiera. UNO SGUARDO AL PASSATO.Primo febbraio 1914 - Incendio della miniera

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I lavori nella miniera procedevano senza sosta. Erano stati già scavati i pozzi principali, Pozzo Podestà e Pozzo Alda e i lavori avevano raggiunto la profondità di 125 metri sotto il livello del mare.
Per proteggersi dalle insidie della roccia che all'Argentiera si presentava spesso in¬coerente, alterabile all'aria, con presenza di fasce di argilla e comunque staccante, il minatore provvedeva ad «Armare» le gallerie contrastandone la tendenza a franare e a chiudersi. Ciò avveniva utilizzando quasi esclusivamente legnami posti a contrasto delle pareti o a puntellare singoli blocchi delle volte. Con lo scavo delle gallerie in orizzontale, dei fornelli, dei pozzi e lo sviluppo delle coltivazioni, la tecnica di armamento in legno si estese intensamente all'utilizzo dei supporti completi, i cosiddetti «QUADRI» spesso molto ravvicinati tra loro (nella foto si notano i quadri molto ravvicinati e le tavole di “guarnissaggio”). I puntelli utilizzati all'Argentiera erano costituiti da tronchi di pino della Corsica con diametro variabile da 30 a 80 centimetri e quindi di dimensioni inusuali per le miniere sarde.
La presenza di grossi quantitativi di legname favorì un violento incendio che si sviluppò all'interno della miniera il 1 febbraio favorendo il crollo di numerose gallerie e mettendo a rischio la vita della miniera stessa. La zona interessata dall’incendio è riportata in colore grigio nella sezione della miniera.
Il Direttore, l'ing. Ottavio Garzena ricostruisce l’evento: «Il mattino del lunedì, 2 febbraio alla ripresa del lavoro dopo il riposo domenicale, trovammo preclusi tutti gli accessi ai lavori interni da un fumo denso ed asfissiante. Dopo numerosi e pericolosi tentativi, manovrando rapidamente le gabbie del Pozzo Podestà, si riuscì a raggiungere il livello più profondo, (-125 m. s.l.m.), e ad accertarsi che il fumo proveniva dai cantieri a Ponente del Pozzo. Con squadre di operai che si alternavano ogni quattro o cinque minuti, si provvide rapidamente alla chiusura a ponente del Pozzo principale di tutti i livelli che complessivamente avevano uno sviluppo di alcuni chilometri. Con alcune chiusure ermetiche si limitò l'incendio nei vari cantieri, precludendo la maggior corrente d'aria alimentatrice. Fu questo il lavoro che richiese maggiori fatiche e cautele; con ordinata organizzazione di squadre e rapidi cambi, tutti i fornelli (pozzetti verticali o inclinati che collegano gallerie a diversa quota) vennero chiusi procedendo da levante verso ponente, senza gravi inconvenienti e solo si ebbe a lamentare nel personale qualche leggero svenimento e qualche principio di asfissia”.
La zona pericolosa era in tal modo delimitata e isolata anche se non era in alcun modo possibile spegnere l’incendio, data l'estensione della zona incendiata, la poca acqua disponibile, nonché il pericolo gravissimo costituito dall'anidride carbonica presente.
Solo il 1 ° marzo, dopo opportune esplorazioni, si aprì una galleria, iniziando subito le riparazioni più urgenti.
I giorni seguenti si aprirono altre gallerie e, dopo aver lasciato sfogare la grande quantità di anidride carbonica ivi raccolta, si avanzò sino alla grande frana provocata dal fuoco e, malgrado la temperatura elevata, si diede subito mano alle riparazioni. Si lavorò senza sosta, si superò la frana, si sostituirono le numerose armature bruciate. A fine marzo il transito fu ripristinato.
I danni furono ingenti: una galleria franata per oltre 70 metri di lunghezza, altre gallerie e fornelli distrutti, numerosissimi quadri bruciati o danneggiati; occorre ancora aggiungere i danni derivanti dalla sospensione del lavoro utile di coltivazione e la conseguente diminuzione di produzione.
I lavori vennero tenuti aperti anche per evitare che il personale più capace emigrasse. Infatti, nonostante tutte le avversità e anche quando le speranze di far ripartire le lavorazioni minerarie andavano affievolendosi, l’ing. Garzena e tutte le maestranze, con grande determinazione e capacità, riuscirono a rimettere in moto le attività produttive.
L’ing. Garzena precisò:
“Stante lo stato di franamento della zona incendiata, non si poté stabilire il punto di partenza del fuoco; pare probabile si sia sviluppato nel giorno di domenica 1° febbraio dopo l’uscita dell’ultima sciolta (turno).
Circa le cause, non siamo in grado che di fare ipotesi: esclusa la possibilità di contatti elettrici, perché fin dalla mezzanotte del 31 gennaio in galleria non circolava corrente, esclusa una causa spontanea qualsiasi, perché in miniera non esistono né gas infiammabili, né sostanze in decomposizione tali da poter originare un incendio, non ci resta da pensare che al dolo o all'inavvertenza di qual¬che operaio nell'appendere la lampada con la fiamma rivolta verso qualche parete rivestita di legnarne vecchio ed asciutto. Ben inteso, su questo punto non si saprà mai nulla di certo.”
Luciano Ottelli

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