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Sarà sviluppo vero? Dal Piano Sulcis al biofuel

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Il sito della regione Sardegna riporta il Piano Sulcis, in gestazione da due anni, tempo lunghissimo per un territorio al collasso. Negli intenti dei relatori il documento dovrebbe essere uno strumento di indirizzo, programmazione e coordinamento di interventi rivolti alla salvaguardia del tessuto produttivo, ad attività di ricerca e sviluppo tecnologico, ad interventi infrastrutturali e di risanamento ambientale, orientati a favorire il rilancio e lo sviluppo dell’intero Sulcis Iglesiente. Oltre ad individuare ambiti di eccellenza sui quali costruire nuove prospettive di sviluppo e occupazione. Salvaguardia del tessuto produttivo, Ricerca e Sviluppo tecnologico, Infrastrutture, Risanamento ambientale, Sostegno filiere produttive rappresentano, quindi, i campi di azione del Piano Sulcis.

Tutto bello, tutto chiaro …. Sulla carta! Alcune proposte, però, allarmano grandemente come la produzione di Biofuel ad opera della ditta Mossi e Ghisolfi, che recita: È in via di definizione il Contratto di Sviluppo per la realizzazione di un impianto a Portovesme, per la produzione di biofuel, azienda Mossi e Ghisolfi. Al riguardo sono state effettuate numerose riunioni istruttorie sia per la parte industriale che per quella agricola. Il Piano Sulcis contribuirà al finanziamento, con rimborso, dell’investimento industriale. L’azienda Mossi e Ghisolfi ha dichiarato di voler essere in cantiere all’inizio del 2015. L’occupazione di cantiere è di 600 unità medie per 2 anni, con una punta di 800 unità. L’investimento è stimato in circa 220 milioni di euro, con un’occupazione diretta e indotta di circa 300 unità.

In sostanza il progetto prevede la piantumazione di canne altamente infestanti, che sfruttano al massimo il terreno (in pratica lo rendono sterile per una qualsiasi successiva riconversione) ed assorbono risorse idriche enormi.

Una premessa: nel Basso Sulcis incidono la produzione del carciofo spinoso, l’orticola e relativa trasformazione conserviera e la vitivinicola, che danno prodotti di eccellenza e di identificazione del territorio ed hanno conquistato importanti mercati fuori dall’isola ottenendo prestigiosi riconoscimenti di qualità.

Una domanda è d’obbligo: come si concilia la produzione di Biofuel con queste attività? La piantumazione delle canne richiede l’impegno di 17.000 ettari di terreno fertile, ma secondo la riforma agraria degli anni ’50 ed ancora in vigore, un privato non può avere più di mille ettari di terreno e ogni quota eccedente questa misura può essere assegnata solo a residenti nell’Isola da almeno cinque anni, i quali devono altresì dimostrare un’effettiva ricaduta sul territorio della propria intrapresa.

Il progetto sostiene di occupare alcune centinaia di persone per due anni, cioè ogni anno di produzione costa 110 mln di euro…. E poi? Terminato il biennio si fanno i bagagli e a non rivederci?

Aldilà di queste banali domande, c’è una questione ben più importante: la collettività sulcitana non è stata neppure interpellata, imprenditori, agricoltori, allevatori, professionisti e cittadini che si stanno battendo con le unghie e con i denti per salvare un tessuto socio economico ridotto a brandelli da decisioni scellerate, che purtroppo hanno segnato le sorti del Sulcis degli ultimi 50 anni. È un film già visto con lo sfruttamento minerario prima, con l’industrializzazione di Portovesme poi e con l’accanimento terapeutico degli ultimi vent’anni per mantenere in vita industrie decotte a scapito di alternative di sviluppo ben più valide e più sane per l’ambiente e per le persone che lo abitano, oltre che più durature e meno onerose per la casse pubbliche.

La collettività del Sulcis è totalmente contraria a questo progetto ma ovviamente la politica (certa politica, certo sindacato e rappresentanti di categoria come la Coldiretti) non ascolta i cittadini. Ancora una volta la politica parla con se stessa e per se stessa, si autoreferenzia. La Regione Sardegna deve invece ascoltare il popolo, i suoi bisogni e le sue istanze che non sono quelle di un’industrializzazione spinta, ma di una economia compatibile con l’ambiente e con le risorse del territorio, di una valorizzazione delle attività tradizionali e delle sue ricchezze ambientali e culturali e di una equilibrata qualità della vita.

Un modello economico improntato in questo senso permetterebbe di valorizzare non solo le eccellenze del territorio, ma anche quelle umane, che per questi scopi si sono formate e impegnate con fatica, rigore, dedizione e passione. Quelli che in questo senso si sono impegnati e sono rimasti, veri e propri capitani coraggiosi, quelli che hanno scelto di andarsene, forse, non si possono biasimare.

Un meccanismo perverso, basato su una miopia culturale, messo in atto da una classe politica in sella ormai da svariati decenni, impedisce che il merito, la competenza, l’onestà e la correttezza siano i requisiti principali per occupare posti di rilievo e che facciano la differenza per la messa in atto di una cultura delle buone pratiche. Al contrario questa classe politica decide arbitrariamente e con arroganza chi merita un lavoro oppure no, sulla base di requisiti di tutt’altro genere (conoscenze politiche, agganci con sindacati, possibilità di traghettare voti e quant’altro, che le cronache dagli ultimi tempi, ahinoi, ci illustrano con sadica chiarezza!).

La superficialità della classe politica/dirigente del nostro territorio è solo un esempio in scala ridotta di un modello sia regionale che nazionale. La nostra sacrosanta indignazione per le ruberie, la caduta di etica pubblica e di senso delle istituzioni pone seriamente il problema di una questione morale in seno alla politica regionale.

di Sabrina Sabiu

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