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Tradizioni. De concas, pretas e lissia… cosa le nostre nonne mettevano sul capo.

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Giunti al terzo appuntamento con gli usi e costumi del passato per ciò che riguarda il vestiario delle donne del Sulcis, abbiamo deciso de “poni conca” e raccontarvi di acconciature, detersione dei capelli e basi per gli innumerevoli copricapi, argomento quest’ultimo, che verrà trattato prossimamente. Vi auguriamo una buona lettura

Quasi un coordinato con l’abito, strettamente funzionale al suo completamento: così si presentava l’acconciatura della donna sulcitana. Pettinatura simile per tutte, in uso anche tra le bambine ed estesa a tutti i livelli sociali.
1 WEBLa chioma, scura e robusta, era ripartita in una scriminatura centrale a cui seguiva la divisione della massa di capelli in due parti.
Per ognuna di queste parti veniva realizzata una treccia all’altezza delle orecchie.
Le due trecce, “is pretas”, venivano legate strettamente a corona sulla sommità del capo e venivano denominate “pretas a giru”, esse conferivano un aspetto quasi regale al viso.
Tale acconciatura doveva rimanere bene aderente al capo, quasi schiacciata in modo che nessuna ciocca si arruffasse e sfuggisse, segno di poco rigore. I capelli venivano districati per la loro lunghezza e se non erano abbastanza lunghi si ricorreva a sottili corde che permettevano di creare un incrocio dietro la nuca, fissando stabilmente le trecce alla sommità del capo.
5 WEBStrette e ben tirate, is pretas, garantivano un’acconciatura durevole, in grado di sostenere gli elaborati copricapo e di mantenersi compatta durante il lavoro domestico.
Nel 1800 e fino ai primi anni del ‘900 i capelli venivano sempre coperti in quanto rappresentavano un segno di pudore, riservatezza e morigeratezza di costumi. Tale regola, piuttosto ferrea fuori dall’ambito domestico, era per lo più osservata anche al suo interno.
Quanto fosse opportuno coprire il capo è ben rappresentato in una vicenda realmente accaduta nei pressi di Santadi, nel Basso Sulcis.
“Una giovane veniva corteggiata da un pretendente che avrebbe voluto suggellare con lei un impegno di fidanzamento. Si trattava tuttavia di un’unione difficile, ostacolata dai familiari della ragazza che non vedevano nell’uomo un candidato ideale. Quest’ultimo, caparbio nella scelta di prenderla in moglie, decise così di ricorrere a una soluzione incredibilmente audace: una mattina si presentò sul sagrato della chiesa del paese, e avvicinatosi alla ragazza le tolse con intrepido gesto il copricapo.
La gente, radunata nel sagrato, fu inevitabilmente testimone di un disonore a cui la famiglia di lei dovette necessariamente porre rimedio concedendo la ragazza in sposa al giovane temerario. Nessun altro uomo infatti l’avrebbe più avvicinata o voluta”.
Copriva i capelli, quando si indossavano abiti eleganti sa scofia, una cuffia in raso di seta rossa di cui fa menzione lo scrittore e storico cagliaritano Vittorio Angius già nel XIX secolo. Questo copricapo veniva indossato alla stessa maniera in tutta la regione del Sulcis. Era provvisto di lunghi nastri che venivano incrociati dietro la nuca e fermati creando una sorta di fiocco sulla sommità del capo.
Le estremità dei nastri venivano portate e fissate sul davanti, nella parte frontale, mentre i due lembi del fiocco venivano spinti e mantenuti indietro. Tuttavia si sono osservate anche altre modalità, intendendo quest’ultimo termine in senso strettamente etimologico e relativo al gusto di ciascuna e ciò è da ritenersi una accezione applicabile a tutto il vestiario, senza per questo mutare la linea generale.
Nella quotidianità e con abiti semplici si indossava su muncadori piticu, un fazzoletto quadrato di dimensioni ridotte, in cotone e sovrapposto spesso a sa toca. Quest’ultima era un semplice triangolo in modesto tessuto che serviva a mantenere i capelli indietro.
La testa veniva coperta anche prima di andare a dormire.
Per la notte era previsto un fazzoletto specifico, chiamato su muncadori de crocai, fazzoletto per andare a letto, che veniva indossato nelle ore di sonno e sostituito la mattina seguente con quello giornaliero.
Nella metà del Novecento, a seguito di cambiamenti dettati da nuove mode, i capelli venivano anche raccolti in una sorta di crocchia bassa, denominata “sa cocia” o “su cucu”. L’acconciatura con le due trecce tuttavia non fu mai del tutto soppiantata. A volte veniva realizzata un’unica treccia, disposta sopra la testa oppure arrotolata su se stessa e fissata in basso, dietro la nuca. Allo stesso modo è perdurata nel tempo l’usanza di coprire la testa con il fazzoletto.
Per la pulizia dei capelli e l’igiene personale si utilizzava un detergente naturale chiamato Sa Lissìa, la liscivia, dal latino lixivia. Esso veniva prodotto in casa attraverso un elaborato processo.
Le donne setacciavano la cenere prodotta dalla legna bruciata per eliminare grumi o parti parzialmente incombuste. Disposta in un calderone, comunemente usato per questo solo scopo, la cenere veniva mescolata con alloro e acqua.
Portato ad ebollizione, a fuoco lento e mescolando con frequenza, il composto veniva prima stabilizzato, controllandone l'ebollizione e poi lasciato cuocere per circa 2 ore.
Sa lissìa lasciata raffreddare e decantare, veniva in seguito filtrata con un panno di cotone, prestando attenzione che il sedimento formatosi nel recipiente di bollitura non si sommuovesse. Si otteneva così un liquido abbastanza limpido, facile da conservare per lunghi periodi.
Veniva utilizzata come sbiancante per il bucato, come disinfettante e sgrassante per le pulizie domestiche e, in forma estremamente diluita, per lavare il corpo e i capelli.
Questa mistura, fu utilizzata per lungo tempo al posto del sapone, il cui impiego è documentato in Sardegna solamente nel periodo sabaudo. (Utilizzo della soda e del sapone in Sardegna, Paolo Amat di San Filippo, Cagliari 1934).
Per arrivare al moderno sapone di Marsiglia a base di soda chimica, fu necessario attendere il 1906 quando il francese François Merklen ne fissò la formula, favorendone la produzione a livello industriale. Questo sapone si diffuse gradualmente in Sardegna nella prima metà del Novecento, venendo utilizzato anche per la pulizia dei capelli.

A cura di Vanessa Garau

 

Le foto sono state concesse dall'associazione culturale gruppo folk Nuxis che è prorietaria di tutte le foto pubblicate

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