TRADIZIONI. “Le Nostradas del Sulcis” Sa Mantilla. Gruppo Folk Sant’Elia Nuxis (prima parte)
"… E coprono la testa con una pezzuola di drappo bianco orlata di larga striscia di seta cilestre, la quale dà a questo costume un’intonazione tutta singolare … [Voyage en Sardaigne ou Description statistique, physique et politique de cette ile, avec des recherches sur ses productions naturelles, et ses antiquités. Bertrand, Paris, Bocca, Turin, 1826]. In queste righe, trascritte durante i suoi viaggi esplorativi, Lamarmora (Torino 1789 – 1863), naturalista e politico italiano, delineò le caratteristiche di un copricapo di gran pregio, indossato nel Sulcis dalle Nostradas."
Si tratta della Mantilla, descritta nel 1840 anche dallo storico Vittorio Angius (1797 Cagliari - 1862 Torino). Nel suo resoconto di viaggio nella regione del Sulcis, l’Autore riferì di “una grande pezzuola triangolare di raso bianco con larga fascia all’orlo di rasetto azzurro, indossata esclusivamente dalle Nostradas” [Album di costumi Sardi con note illustrative di Enrico Costa, Giuseppe Dessì Editore, 1898].
Queste donne, figlie e mogli di notai, avvocati, medici appartenevano a famiglie agiate della media borghesia.
A contraddistinguerle era il copricapo, usato immediatamente dopo il matrimonio.
Appariscente, lucida e con effetto cangiante, la Mantilla aveva una funzione elitaria ed era indossata insieme all’abito di gala, in tutte le occasioni pubbliche e le ricorrenze significative.
Di forma semicircolare, era foderata con un consistente panno in cotone bianco che dava sostegno all’intero copricapo. Per confezionarla si utilizzavano due pezzi di raso in seta.
Uno azzurro, contornava, come una sorta di fascia, la parte centrale di colore bianco antico. Nel suo insieme appariva leggera e luminosa, quasi ispirata al mondo della natura, con un richiamo al cielo e all’acqua.
In caso di vedovanza l’azzurro ceruleo veniva sostituito da un raso nero, unito a quello bianco.
Il raso, dal latino rasus ovvero rasato, reso liscio, ha origini antiche.
Si tratta di un’armatura tessile cioè un particolare intreccio dei fili dell’ordito con quelli della trama.
Nel Regno di Sardegna il suo utilizzo è legato alla produzione di seta e agli scambi commerciali con la Francia (1851 – 1858). Dal territorio francese provenivano quantità significative di seta greggia che veniva lavorata nei filatoi piemontesi e ridotta a organzini e trame. Questi tessuti, oltre a soddisfare il fabbisogno interno, venivano riesportati sul mercato estero, sia inglese che francese.
Lione, cittadina della Francia sud-orientale e importante centro di produzione della seta, esportava, attraverso un interscambio marittimo tra i porti francesi e quelli sardi, notevoli quantità di prodotto serico. (DACT, Ann. Comm. Ext., It., États Sardes, Faits commerciaux).
Degno di essere annoverato è anche il porto di Marsiglia che svolgeva importanti operazioni di interscambio nell’isola di Sardegna, mediante il collegamento con i porti di Cagliari e Porto Torres (Sassari).
L’isola di Sant’Antioco, con il suo modesto porticciolo, fu un utile punto d’approdo per le numerose imbarcazioni francesi che spesso si fermavano nel golfo di Palmas.
La parola “mantilla” con radice da “manto” (co-perta), fu acquisita sotto le dominazioni catalana e spagnola nell’isola, durate oltre 350 anni.
Già in uso nel XV secolo in Spagna, questo termine indicava un capo d’abbigliamento di misura e fattura variabili, usato dalle donne per coprire la testa e le spalle. (Dizionario della Royal Academy of the Spanish Language).
La mantilla sulcitana riprese da quella spagnola diverse caratteristiche relative alla forma, al tessuto e all’uso.
A mezza luna, confezionata ricorrendo a tessuti più o meno pregiati, la mantilla spagnola poteva essere in flanella o saia, fino ad arrivare a tessuti di qualità come taffetà, chiffon, raso e seta, a seconda delle possibilità economiche di chi la indossava.
A cura di Vanessa Garau
[Le foto pubblicate sono in parte di proprietà del Gruppo Folk Sant’Elia Nuxis]
[Due foto d’epoca sono state gentilmente concesse dalla prof.ssa Maria Paola Pinna autrice di “Sa Roba De Is Messaius”]