Non poteva che nascere in Italia, il pianoforte, frutto di creatività che è genio e tecnica in dosi che non si quantificano. Una miscela da cui gli elementi non si possono scindere: Bartolomeo Cristofori era infatti cembalista e, volendo superare i limiti del suo strumento, inventò letteralmente il fortepiano da cui gemmò, per gradi e lungo i secoli lo strumento che noi conosciamo. Era la fine del XVII secolo.
Strumento complicatissimo che diventa semplicissimo nelle mani di un altro impasto di genio e tecnica che il grande pianista, uno per dire come Stefano Bollani, mostra di sé. Nel suo concerto di venerdì a Sant’Antioco, che ha attirato all’Arena Fenicia un pubblico ragguardevole, egli ha mostrato una buona fetta della propria arte.
A cominciare dal gusto melodico, che ben si assapora nel suo ultimo lavoro discografico “Blooming”. Del cd/lp, Bollani ha proposto “Vale a Cuba”, dove la predilezione per la Latinamerica sfuma in una melodia di sapore italiano, sul binario del recupero melodico dal jazz nazionale dagli anni ’90 ad oggi: delicatezze che dicono al mondo che il nostro gusto musicale sta sempre in vetta. “Argentata” ha marcato la latinità del titolo, assieme a una brunità da tango che tango non è. La colonna sonora scritta per il cortometraggio della consorte Valentina Cenni, “Essere oro”, ha fatto emergere l’autenticità del dichiarato amore del nostro per il cinema che, nello spazio di poco più di un minuto e mezzo, ha richiamato con mezzi discreti le atmosfere più rarefatte del Rota cinematografico: di cui ha pure intepretato, con forza espressiva i temi di “Otto e ½”, con il determinato scavo ritmico-armonico che ha caratterizzato tutta la performance. In “Sentieri”, invece, è parso agganciare la vettura ancora in marcia della commedia musicale e del duo Trovajoli - Kramer, con un tema transitato da un sentimento di chiaroscuri a un arioso valzerino da festa in casa del tempo che fu.
Il concerto di due ore, suppergiù, ha detto molto altro. Da un Bob Dylan assai energico agli amati temi della musica brasiliana in cui si è pure espresso in pregevoli note vocali, il tratto solista si è mostrato ancora una volta inesauribile. E dire che il suo talento non è certo risparmiato: la cornucopia di Bollani è passata da diafanie billevansiane a percussioni sulla tastiera da suonatori di stride e boogie-woogie: ciò che ogni volta sorprende sono le agili dinamiche, di cui si è di sopra accennato, fra ritmo e armonia, che spezzano ogni possibile relax dell’ascolto: un tempo si parlava di “frustrazione dell’attesa”, lui invece porge piacevolmente le disattese soluzioni, spesso pure nei finali.
Resta da dire dello showman. Il solo di Bollani ha una parte imprescindibile nel comico, nel parodico, nel gigionesco e in quel che egli ha voluto costruire di sé. Nella storia del jazz non mancano gli esempi, da Satchmo, a Fats Waller e, per restare al piano solo, Errrol Garner: per questa verve non sempre apprezzati, talvolta ferocemente criticati. Nel caso di Bollani non c’è che una domanda: funziona? Domanda retorica, ma funziona anche tutto il resto, alla perfezione.
testo e foto Giovanni Di Pasquale