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I Sardi e le Grandi Manovre

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Ben tornata Guerra Fredda, titolava qualche settimana fa la rivista di studi geopolitici Limes. Ben tornata, perché in mondo confuso ed in preda al caos in molti si augurano un sistema di relazioni internazionali che ispiri chiarezza. Un di qua ed un di la certo, e sicuri stanziamenti per il complesso militar industriale. Dopo quattordici anni di guerre asimmetriche che la neolingua ipocrita continua chiamare missioni di pace, il ritorno della Russia al rango di grande potenza ha creato sconcerto nei comandi Nato e negli Usa in particolare.

Da circa due anni si chiede che i paesi dell’Alleanza Atlantica, aumentino gli stanziamenti per la difesa. La crisi ucraina e l’intervento russo in Siria hanno rivelato che oggi una guerra convenzionale tra Nato e Russia verrebbe vinta da questi ultimi. In realtà non è una novità. Ai tempi della Guerra Fredda, quella vera, il divario sulle forze convenzionali tra sovietici ed occidentali era noto. L’Italia ad esempio doveva resistere sulla “Soglia di Gorizia” per sole 24 ore, dopo il conflitto avrebbe visto l’impiego di armi atomiche tattiche.

Ecco che oggi Trident Juncture 15, la grande manovra Nato ancora in corso, ha l’obiettivo di dimostrare a sé stessi prima e ai russi poi, che la Nato è ancora capace di mobilitare un numero imponente di uomini e mezzi. Esercitazione sprecona la definisce il generale della riserva Tricarico, inutile perché non sono i russi il vero nemico, ma il terrorismo islamico. Secondo l’alto ufficiale, bisognerebbe concentrarsi ancor di più sui metodi di guerra asimmetrica, visto che la Nato fino ad ora le ha perse contribuendo al caos odierno. Con queste affermazioni Tricarico rivela una spaccatura profonda della Nato. Da una parte Usa- forse anche GB- gli scandinavi e i paesi dell’est ex sovietico, che vedono la Russia come minaccia principale; dall’altra la Germania, Francia ed il resto dell’Europa preoccupati per il Medio Oriente.

La posizione italiana non è chiara, filoamericana da sempre ha però un interesse forte a riprendere i rapporti commerciali con la Russia; nello stesso tempo è allarmata per la crisi libica che non trova soluzione. Una realtà difficile che vede persino l’Irlanda, che praticava la neutralità assoluta dal 1949, aumentare gli stanziamenti della difesa ed integrarsi progressivamente nella strutture europee. Se il divario si rafforzerà, nei prossimi anni conosceremo una Nato diversa, forse potrebbe addirittura sparire, visto che la richiesta di comandi militari europei autonomi da quelli americani appare sempre più forte.

Quale sia l’evoluzione della politica internazionale il Mediterraneo non perderà la sua centralità. Sin dall’antichità è stato mare di commerci, relazioni e conseguenti scontri di interessi e conflitti. Lo sarà per molto tempo ancora. E dentro c’è la Sardegna. Terra militarizzata dalla II Guerra Mondiale in poi. Con un carico di servitù, esercitazioni e sperimentazioni conseguenti. Danni all’ambiente e alle persone, inchieste giornalistiche e la magistratura lo stanno dimostrando. L’opposizione a questo stato di cose e a TJ15, finora è stata in mano ai movimenti.

Questa consapevolezza però non riesce ad allargarsi alla maggioranza degli abitanti dell’isola. I motivi sono molti. Molti sardi da sempre seguono la carriera militare, da sempre apprezzati da chi li ha usati in guerra, tanto che molti testi di sociologia militare li definiscono etnia combattente. In pochi luoghi una delle componenti identitarie è data da un reparto militare come la Brigata Sassari, forse i Gurkha nepalesi, chissà.

I poligoni militari con la loro presenza hanno inibito altre attività, di conseguenza la poca occupazione diretta e quella indiretta sono diventate parte importante dei redditi dei comuni dove questi ricadono. Il caso dei pescatori veri e di quelli che si dichiarano tali a Teulada è da manuale. Ecco perché molti di quei sindaci esprimono tutta la loro ostilità alla chiusura delle basi. Molti di loro sono vittime del negazionismo, accusano stampa e magistratura di comunicare un’immagine negativa dei loro paesi con una ricaduta pesante sul turismo e i prodotti agroalimentari. Gran parte dei sardi è indifferente o addirittura favorevole alla militarizzazione dell’isola. Basta entrare in un bar e sentire discorsi di condanna per le manifestazioni.

La paura del terrorismo è un ottimo comburente. Però bisogna chiedersi, La Sardegna può sopportare un costo così alto per la difesa dell’Italia? Può avere una parte ampia del proprio territorio e dello spazio aereo e marittimo sequestrato non solo per le esercitazioni ma dato in affitto a 50.000 € l’ora alle industrie militari o a FFAA straniere? La ricaduta è sotto gli occhi di tutti, quattro paghe per il lesso direbbe il poeta.

Ancora una volta siamo davanti ad una grandiosa perdita del senso di sé. Non abbiamo e non vogliamo avere nessun prospettiva contrattuale con Roma. Tutto quello che la capitale ci impone viene accettato come destino ineludibile. Quel che è peggio, come sostiene un mio amico, che il governo ha demandato alle sue agenzie il rapporto con l’isola.

Di volta in volta, si chiamino Anas, Ferrovie, Enel, Eni o Forze Armate, sono queste le interlocutrici. Le novelle Compagnie delle Indie, incaricate di dare corpo alle politiche stabilite altrove. Se avessimo una classe dirigente nazionale sarebbe diverso. Questo ora è solo sogno.
di Nicolò Migheli sardegnasoprattutto

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