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Carbonia. Nei ricordi del passato 77 anni dopo

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Il 18 dicembre 1938 in una Piazza Roma stracolma, dalla Torre littoria Mussolini inaugurava la città di Carbonia con un discorso carico di enfasi retorica. La nuova città è l’ultima in ordine di tempo del cosiddetto decennio di fondazione del regime fascista. La prima fu Mussolinia (oggi Arborea), nata sotto la spinta di esigenze private della Società Bonifiche Sarde e della Idroelettrica del Tirso più che dell’opera bonificatrice del fascismo. In questo senso, dopo la bonifica delle paludi pontine, il simbolo è Littoria (oggi Latina) con gli altri centri di fondazione – Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Guidonia, Pomezia (1928-1938) – che suscitarono il dibattito tra architetti, urbanisti e lo stesso regime sui dualismi città-campagna e urbanesimo-ruralizzazione.

Nel 1936 il regime promuove, senza risparmio di mezzi, le iniziative di potenziamento per la produzione di materie prime autarchiche. L’ACaI, Azienda Carboni Italiani, fondata il 29 luglio 1935, sviluppa sondaggi e coltivazioni carbonifere dell’Arsia in Friuli e di Bacu Abis nel Sulcis con risultati ottimali tanto da considerare il bacino carbonifero sardo protagonista della grande operazione energetica italiana. Carbonia viene concepita come una città operaia “a bocca di miniera”, rispondendo ad una funzione industriale in un territorio desolato e spopolato, con nessuna vocazione agricola ed è frutto della politica autarchica, estranea a quella ruralizzazione che ha ispirato Mussolinia, Fertilia e i centri dell’Agro pontino.

Carbonia doveva ospitare 50 mila abitanti e quindi porti, strade, ferrovie, acquedotti e bonifica erano prerequisiti necessari per la realizzazione della nuova città, oltre al potenziamento di Cortoghiana e Bacu Abis, già esistenti. Il progetto del piano regolatore fu affidato ai professionisti Cesare Valle (sardo, fratello del sottosegretario all’Aereonautica gen. Valle) e Ignazio Guidi, affiancati dall’ing. Gustavo Pulitzer Finali, firme prestigiose dell’architettura e dell’urbanistica nazionali. Nell’elaborazione progettuale non vi è alcun riferimento alla tradizione architettonica sarda, ma si propone un modello completamente nuovo riguardo al contesto territoriale, che esalta una rigida gerarchizzazione della struttura urbana così da riflettere l’immagine del corporativismo statale.

Di fatto il Piano regolatore fu elaborato quasi interamente da Pulitzer Finali poiché Valle e Guidi furono incaricati di realizzare il Piano regolatore di Addis Abeba. Il 10 giugno 1937 la cerimonia della posa della prima pietra nella futura piazza Roma, già pozzo del Monte Fossone. Attorno sarebbero sorti gli edifici istituzionali e di rappresentanza. La città assume gradualmente fisionomia: il primo blocco di lavori riguarda la costruzione di case per famiglie operaie, gli alberghi per operai scapoli e gli edifici pubblici.

La capacità ricettiva di Carbonia si rivela insufficiente per il ruolo che il regime le affida, pertanto è necessario il raddoppio, progettato dall’arch. Eugenio Montuori nel 1940. Il modello di riferimento per i moduli quadrifamiliari e i moduli bifamiliari destinati agli impiegati, tutti con orto e giardino per incentivare il legame con la terra, hanno forte analogia con la città nuova di Arsia, oggi in Croazia. Il materiale dominante, la trachite rosa locale presente in tutta la città. Carbonia, mostra ben chiare le linee guida in grado di pilotare e controllare l’organizzazione sociale dello spazio. La piazza Roma è emblematica e simbolica, fulcro della vita sociale, culturale, religiosa ed amministrativa, con le rispettive componenti: la torre littoria, il dopolavoro, il teatro, la chiesa, il campanile e il palazzo comunale, che all’interno contengono opere di artisti sardi (Tavolara, Figari, Tilocca) e di altri “continentali” (Mascherini, Crocetti e Forlin).

Attorno al campanile della chiesa di San Ponziano si consuma un piccolo dramma diplomatico: Guido Segre, presidente dell’ACaI, lo voleva identico a quello della friulana Aquileia, alto 73 metri, in omaggio ai militi sardi caduti sul Carso, ma nella piazza di Carbonia avrebbe sovrastato di gran lunga la torre littoria, cosa inaccettabile per il regime, e quindi fu ridimensionato a 46 metri. La villa del direttore della miniera, denominata Sulcis, con quelle dei dirigenti e le palazzine per gli impiegati formano un corpo compatto, che si sgrana man mano che si allunga verso la periferia con le case quadrifamiliari, gli alberghi operai e le palazzine intensive.

Carbonia era una città del lavoro, destinata ad ospitare una quantità enorme di operai, che avrebbe dovuto produrre 3 milioni di tonnellate di carbone l’anno. Fu necessario creare un ulteriore agglomerato satellite, per 20 mila persone nel villaggio di Cortoghiana, progettato da Saverio Muratori ma rimasto incompiuto.

Dietro l’interessante disegno progettuale, però, non vanno dimenticate le migliaia di lavoratori che nei cantieri della città operarono e vissero in condizioni al limite del sopportabile, senza alcuna tutela della sicurezza, della salute e dell’igiene. Un proletariato informe proveniente dalle zone più depresse dell’Isola si era riversato nel gigantesco cantiere Carbonia per sfuggire alla fame ed alla disoccupazione. L’aspetto fu ben celato dalla propaganda fascista con gli slogan enfatici di efficientismo, macchinismo e modernismo. Le miserevoli condizioni dei lavoratori trovano voce e spazio in un romanzo del periodo, La Terra del Carbone, scritto da Valerio Tonini, ingegnere impegnato nella costruzione di Carbonia con la ditta Fadda&Tonini. Questi disegna un quadro così intenso e reale da dare l’effettiva portata di ciò che Carbonia significò per il territorio: speranza e fortuna per alcuni, disperazione e drammi per altri nella nuova dimensione industriale, alla quale non tutti furono in grado di adattarsi.

Negli anni del declino delle miniere, Carbonia, sorta in simbiosi ed in funzione della miniera di Serbariu, che chiude la produzione nel 1964, si trova di fronte all’incertezza del futuro economico e della sua stessa sopravvivenza. La città nel corso degli ultimi 35 anni ha dato origine ad una comunità nuova, arricchita da relazioni e culture diverse. Carbonia oggi è una città che ha rivalutato il proprio patrimonio architettonico ed urbanistico, facendone punto di forza nell’economia del territorio.

Artisti come Giò Pomodoro, Staccioli, Sciola e Campus hanno trovato qui un valido terreno di confronto e uno spazio artistico di rilievo. Carbonia, emblema della città del Carbone, patrimonio materiale e immateriale della grande epopea mineraria sarda, si è evoluta in una città nel senso più vero del termine. Rimane il grande dubbio, però, se una città sopravvissuta all’industria mineraria sia oggi in grado di sopravvivere alla crisi economica del suo territorio.
[di Sabrina Sabiu]
nella foto *Carbonia, le case dei dirigenti e la villa del direttore delle miniere, 1938.

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