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Agnus Dei

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Tutto pronto per la pasqua? Quale sarà il menù? Fino al decennio scorso, in quasi tutta l’Italia, non si poneva neppure la questione: agnello!
Nel 2011, la Brambilla tuonò contro “una tradizione crudele e superata, moralmente condannabile…una simile consuetudine è sintomo di arretratezza morale”. “Il primato delle macellazioni spetta alla Sardegna”. Veronesi aggiunse che “…dobbiamo diventare tutti vegetariani e lo diventeremo” quasi un dictat.
I giorni prima delle festività sono diventate una lotta a colpi di slogan, schermaglie social con post pro e contro il consumo di carni ovine.
Da dove viene la tradizione di cibarsi di queste carni per la Pasqua? L’agnello per la fede cristiana, rappresenta la sofferenza del figlio di Dio, la sua Passione e la Risurrezione. Simboleggia il Sacrificio, l’innocenza e la purezza. Sembrerebbe dunque un paradosso cibarsi di un animale emblema di così tanti simboli positivi per la cristianità. E’ dunque necessario ricordare che la Pasqua cristiana deriva da quella ebraica che prescriveva per la pasqua appunto, di sacrificare l’agnello e consumarlo entro lo stesso giorno. L’agnello è simbolo di sacrificio, ma anche di salvezza.
Qualsiasi grado di fede si possegga quando si pensa al menù pasquale, l’agnus è quasi sempre incluso, con buona pace della Brambilla, di Veronesi e con loro dei tanti sostenitori convinti per vera consapevolezza, presa di posizione o perché fa “figo”.
La Sardegna da millenni si è specializzata nell’allevamento ovino. E’ la regione europea con la più alta densità di questa tipologia di bestiame. Oltre al consumo delle carni, dal latte si producono diverse varietà di formaggi. In Italia la metà del latte ovino, proviene dall’isola. Gli allevatori presenti nel territorio regionale sono circa 13 mila e, con la vendita degli agnelli, incrementano le loro entrate. Un settore, quello dell’allevamento, fondamentale. Ipotizzando che il dictat di Veronesi diventasse realtà, cosa significherebbe per le finanze dell’allevatore? Cosa per l’economia dell’isola?
Qui non c’è solo un convincimento etico, sociale o modaiolo, qui si tratta di pensare a quegli agnelli come una fonte di risorsa per tante famiglie.
La testimonianza di Joseph, un allevatore sardo di professione, “tradizionale” nel suo operare sostiene che “è solo una casualità che l’agnello venga consumato a Natale e Pasqua. La pecora partorisce in quei periodi dell’anno. Sono contrario alla macellazione industriale, dove il povero animale viene sottoposto a stress già dal distacco dalla mamma. Buttato sui camion con altri agnelli terrorizzati e di solito macellati dopo 2 o 3 giorni”. Joseph prosegue “a parere mio, tutti gli animali, nascono e hanno un loro ciclo. I miei animali non vengono sottoposti a nessuno stress e, cerco nell’uccisione di farli soffrire il meno possibile. Non devono nemmeno accorgersi di ciò che sta accadendo. Rispetto assoluto per la vita anche nel momento della morte. Un anziano mi disse che l’animale prescelto, non deve soffrire. Io allevo e macello, non per santificare, ma per dar da mangiare alla mia famiglia”. Alcuni troveranno crudeltà in questa testimonianza, è sì una descrizione cruda, ma che denota una certa correttezza, anche nella macellazione. Accortezza che senza dubbio manca nell’allevamento intensivo e legato al profitto fine a se stesso. Una testimonianza pro “s’angioneddu” che però vede contrapposta quella di una giovane vegan, Manuela, che ritiene “l’agnello a Pasqua, un argomento scottante! Io parto dal presupposto che ognuno debba essere libero di fare ciò che ritiene. Non ho la pretesa di sostenere che io che non lo mangio, sono meglio degli altri. Non mi piace tutto quello che si crea attorno. Non mi piace neppure che si debba mangiare l’agnello perché così si è sempre fatto, chi dice di farlo perché così si aiuta il pastore, chi pubblica immagini di agnelli squartati con il testo…alla faccia del vegano… Io trovo tutto ciò ridicolo perché alla base c’è la mancanza di rispetto nei confronti dell’Altro. C’è anche molta ipocrisia. Basterebbe semplicemente dire “lo mangio perché mi piace”. Per quanto mi riguarda, sarebbe bello che venisse presa in considerazione l’idea, almeno per una volta, di mangiare altri cibi. Si può festeggiare comunque e mangiare bene ugualmente”.
Nelle tavole pasquali imbandite, che ci sia o meno l’agnello, l’argomento verrà toccato, per esaltarne la bontà delle carni o per citare la lotta senza esclusione di colpi di questi ultimi giorni. Ultima delle trovate a favore del lanuto ruminante, uno striscione sventolante dal Bastione San Remì. Chissà che ci sarà nel menù degli audaci dimostranti?
In qualsiasi modo e quale che sia il cibo che avrete nel piatto, l’augurio è quello di consumarlo in armonia

Il Punteruolo Rosso

(foto ansa)

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