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IL DITO NELL’OCCHIO. Carbonia. Il 1993, la “questione morale” e i sepolcri imbiancati.

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La “questione morale” è tornata in voga, incredibilmente, nella campagna elettorale per le comunali di Carbonia. Un passato talmente passato che sembrava non essere mai accaduto è diventato, all’improvviso, tema di discussione, di reciproche accuse, di invettive e minacce di querela sui social network. Di quel Novantatre la città, fin dal 1993, la città – tutta la città – ha fatto di tutto per dimenticarsi fino al punto di riuscirci. Poi, come se niente fosse, proprio dalle parti di coloro i quali ventitre anni fa si trovarono con le spalle al muro è cominciata l’inopinata opera di disvelamento. Nel frattempo, a parte gli smemorati e gli indifferenti per tutte le stagioni, in tanti si sono trovati di fronte a discussioni, considerazioni, accuse più o meno velate e difese più o meno accorate, delle quali non hanno la possibilità di discernere torti e ragioni: non dico la “verità”, perché – a differenza di quanto purtroppo si è ormai portati a credere non solo a Carbonia – essa non sta scritta se non parzialmente nelle motivazioni delle sentenze, ma almeno i contenuti delle stesse. Perché purtroppo, quando si occulta la storia di una comunità per qualsiasi motivo, nello specifico: per convenienza politica e mal riposto complesso di superiorità morale, non è facile, quando le convenienze cambiano, rimettere in moto la memoria. Non è una caso che tanti italiani continuino ad affermare che «il fascismo ha fatto anche tante cose buone»: a parte gli sciagurati consapevoli, la gran parte di costoro non ha mai letto una sola pagina di storia del fascismo, nei libri che ha maneggiato negli anni della scuola.
Poi, si sa, ci sono anche libri scritti a bella posta affinché non si sappia quel che non si deve sapere. A Carbonia abbiamo avuto due esempi da manuale dell’oblio. Chi l’ha comprato a suo tempo, tolga il volume dalla biblioteca e vada a piè pari alle ultime pagine: parliamo di “Carbonia. Storia di una città”, uscito nel 2003, nuova edizione del volume “Carbonia: utopia e progetto”, scritto dal compianto Ignazio Delogu in occasione dei cinquant’anni dal 18 dicembre 1938, che raccontava fatti accaduti fino ai primi anni Settanta. Nuova edizione, finanziata dall’amministrazione comunale con la promessa di “nuovi capitoli”. E invece niente di niente: solo alcune pagine di un’intervista all’allora sindaco Tore Cherchi sul futuro della città, delle cui domande non si capisce neppure chi le abbia poste. L’apoteosi è stata però raggiunta da “Carbonia, 70 anni. 1938-2008”, scritto dal giornalista Massimo Carta, uscito nel 2010, anch’esso, finanziato dall’amministrazione comunale cherchiana, anch’esso non già reticente sui fatti del 1993 ma del tutto immemore di quanto accadde in quell’“annus horribilis” e nei suoi dintorni a dir poco ricchi di avvenimenti più o meno edificanti. Un volume che, così si disse nell’occasione ma non so se sia effettivamente accaduto, sarebbe stato distribuito nelle scuole cittadine. Ecco, se uno studente si fosse erudito sulla storia di Carbonia leggendola su quel libro, oggi, a sentire rievocare quell’epoca, oggi non potrebbe che uscirsene con un rotondo “boh”.
L’ex sindaco Ugo Piano, protagonista di quelle vicende giudiziarie, candidato a sindaco contro quello che fino a poco tempo fa era il suo partito, il PD, si difende citando atti giudiziari, vicende, circostanze e mostrando un certificato penale immacolato. Non potrebbe essere altrimenti: la condanna che aveva subito in primo grado si è prescritta, egli oggi è un libero cittadino del tutto legittimato a partecipare alla contesa elettorale. Gli ex compagni oggi parlano di «ombre», di «fantasmi» che esalano da un passato rievocato da medium interessati, ed è un peccato che Piano non abbia detto quel che più avrebbe pesato, in questa contesa: che egli, nel 2006, fu eletto a suon di preferenze nella lista del Partito dei Comunisti Italiani, a sostegno della candidatura di Tore Cherchi e che, appena quattro anni dopo, fu candidato, e per il PD, alle provinciali, contribuendo ancora alla vittoria di Cherchi. Nessuno di coloro i quali oggi vedono spettri ed ectoplasmi batté ciglio: con il “fantasma”, allora, si gridava “hip hip hurrà!” libando calici al trionfo delle urne. Il “fantasma” si è manifestato solo quando ha minacciato di rovinare la festa agli antichi alleati, l’ingrato.
Le reticenze, tuttavia, non sono finite. I grotteschi ostensori di presenze inquietanti, infatti, stanno sul vago, non si sbilanciano, non approfondiscono, e ne hanno ben donde. È più comodo additare e personalizzare. Ritengo falsa la rappresentazione di “città rampante” che fu data della Carbonia degli anni Ottanta e dico di più: la ritenevo falsa anche da “contemporaneo”. Il benessere che alcuni dicono doversi rimpiangere era un benessere fittizio, fondato sullo sperpero di denaro pubblico gettato dentro gli insaziabili ventri delle Partecipazione Statali che, di lì a poco, avrebbero mostrato il proprio volto bancarottiero. La città, intesa come insieme di edifici razionalmente disposti, già violentata da palazzinari e compiacenti amministrazioni pubbliche nel corso degli anni Settanta, fu ulteriormente abusata in nome di una concezione urbanistica ispirata al celebre detto romanesco “addo cojo, cojo”, fino allo stupro finale della tentata costruzione del Palazzo Francesca, anch’esso interessato da vicende giudiziarie che colpirono l’amministrazione comunale, il quale, se fosse stato ultimato, sarebbe stato davvero il supremo monumento di un’epoca sciagurata. Epoca in cui era considerato normale che un ex sindaco del PCI e un consigliere comunale della DC, dunque dell’opposizione, fossero soci in una finanziaria, che le risorse assegnate cooperative edilizie fossero gestite a dir poco disinvoltamente, è c’è chi ancora ne sta pagando letteralmente le conseguenze, che la classe politica, sindacale e imprenditoriale esibisse un’arroganza nell’uso del potere che non lasciava scelta tra l’intrupparsi e l’essere isolato. Ma i medium si guardano bene da spingersi su queste piste accidentate. Come tutti i “sepolcri imbiancati”, la buttano sul moralismo ma, come si capisce, non hanno le carte in regola: tacendo e occultando, hanno acconsentito per quasi due lustri e mezzo che questo pezzo di storia della città fosse sepolto dall’ipocrisia. Ammonire la cittadinanza sui pericoli che vengono dal lontano passato, se pure fosse legittimo, è un ruolo che non possono attribuirsi così spigliatamente.
Scommetterei piuttosto che, finito il marasma pre-elettorale, i fantasmi saranno rispediti nel regno dell’oblio. Per smentire la facile previsione, questi cultori del paranormale in preda alla fregola memorialistica hanno una sola strada: riparare, promuovendo uno studio di valore accademico, al vuoto nel racconto della storia della città. Di tutta la storia, non di quella che conviene sia tramandata.

Giovanni Di Pasquale

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